Regia: Shari Springer Berman, Robert Pulcini, Francesca Gregorini, Josephine Bornebusch

Soggetto: Julia May Jonas

Sceneggiatura: Kate Robin, Julia May Jonas

Genere: Commedia

Cast: Rachel Weisz, Leo Woodall, John Slattery, Jessica Henwick

Durata: 8 episodi di 30 minuti circa

Origine: USA

Anno: 2026

Piattaforma: Netflix

 

M. è una docente universitaria di mezza età, consapevole di apparire meno affascinante di un tempo agli uomini, antiquata agli studenti che seguono i suoi corsi di scrittura creativa e inutile a sua figlia ormai adulta. Il suo matrimonio con John, preside di facoltà e studioso di poesia, è sempre stato dichiaratamente aperto, ma ora John è sospeso dal suo incarico perché accusato di condotta indecente da sei donne: una petizione di ex studenti ne chiede l’espulsione con oltre mille firme. Se al raduno dei professori M. riesce a prendere le distanze dai colleghi e specialmente dalle colleghe, che le lanciano occhiate di sfuggita scambiandosi commenti sul suo conto, a cena con il marito, la figlia queer e la sua compagna sbotta platealmente rivelando suo malgrado tutta la frustrazione che cercava di trattenere. Ma alla riunione del dipartimento ha anche conosciuto un nuovo e giovane insegnante, Vladimir, che ha acceso la sua fantasia.

Autrice dell’omonimo romanzo, Julia May Jonas è anche ideatrice di questa serie e ha collaborato al suo adattamento per lo schermo. La rottura della quarta parete, con la protagonista che fin dall’inizio si rivolge direttamente al pubblico per confidargli le proprie sensazioni o i propri pensieri, crea l’aspettativa di un racconto disincantato, che sollecita le riflessioni degli spettatori sugli argomenti considerati. Di fronte a un tema quanto mai attuale, grave e scottante come gli abusi sessuali e di potere del genere maschile su quello femminile, il commento di M. rompe gli schemi con disarmante franchezza, insinuando una possibile lettura alternativa e attirando l’attenzione sulla complessità dei comportamenti: com’è possibile, si domanda infatti, che certe relazioni consensuali, innescate proprio dalle dinamiche di potere, vengano considerate dannose? Forse ‘dovrei spiegare a quelle ragazze’ che non è l’aver fatto sesso in quel modo a renderle infelici, bensì il troppo tempo trascorso su Internet a chiedersi cosa pensino gli altri di loro…

Questi presupposti politicamente scorretti richiamano l’attenzione sul titolo: Vladimir. L’accostamento a Vladimir Nabokov e a Lolita è quasi automatico, ribadito perfino dall’insegna della pasticceria abituale di M., che si chiama Charlotte Haze come la madre di Lolita nel celebre romanzo, ma è altrettanto evidente che Julia May Jonas ha mescolato le carte. Se di seduzione, e di ossessione, si tratta, chi la mette in atto e chi ne è oggetto? E ancora: è fine a se stessa o rimanda ad altro? Il fulcro del racconto è l’attrazione erotica o il potere che ne consegue? A quanto pare il doppio livello, con le domande che suscita e le contraddizioni che presenta, è la chiave di lettura: Rachel Weisz, nella parte di M., è talmente bella (oltre che brava) che si stenta a crederla poco desiderabile, eppure nel sonnolento mondo accademico di provincia del quale fa parte si distingue appena, con i suoi noiosi e ordinati chemisier a righine, dalle colleghe che sfoggiano ancor più tristi e vezzosi completini. Non a caso il suo sguardo si sofferma, conscio e impressionato, sulla semplice T-shirt bianca che sfiora l’ombelico della giovane e, lei sì, affascinante moglie di Vladimir (Jessica Henwick). Del resto anche il gentile Leo Woodall, in pantaloni corti e volutamente sovrappeso (‘dismorfia corporea’, per ammissione del personaggio stesso), sembra lontano dal cliché dello scrittore tormentato, o almeno stravagante, o in definitiva così figo da giustificare il coup de foudre.

Ai pensieri anticonvenzionali e certamente impopolari di M. si contrappongono i suoi stessi rimproveri alla figlia, che si lascia prevaricare dalla compagna quanto alla maternità, in particolare riguardo al momento giusto per intraprenderla, come nelle più classiche famiglie eterosessuali di tutti i tempi. A ricondurre le sue riflessioni sulla retta via, facendo piazza pulita di ogni atteggiamento anticonformista, contribuiscono anche le lacrime e le esplosioni d’ira quando, esaurita ogni autoironia, M. caccia di casa almeno per una sera il marito John (un perfetto John Slattery in stile Mad Men) che l’ha messa in quella scomoda situazione. In aggiunta, scopriamo presto che M. tende a raccontare e a raccontarsi una realtà fittizia: quando, lo sguardo fisso in camera, ci dice che l’insalata di sua invenzione per lo spuntino del corpo insegnante è andata a ruba, viene subito smentita dall’inquadratura seguente che ci mostra la capiente ciotola ancora intatta.

A giudicare soltanto dal pilot, il divario tra la realtà che M. si costruisce mentalmente e quella che di fatto vive è anche l’aspetto più divertente della serie, favorito dal tono emotivo e dal registro linguistico. Costantemente sospesa tra sarcasmo e sconforto, emancipata ma sempre in cerca di conferme, M. cerca un appiglio, oltre che l’ispirazione per scrivere, nel desiderio erotico. Insofferente a certi tic verbali tipici dei nostri tempi, come quello di accorciare nomi e appellativi riducendoli arbitrariamente a monosillabi, M. inorridisce quando la figlia la chiama Ma’, e salta per aria quando qualcuno si rivolge a lei esordendo con ‘Tranquilla…’: ma davvero nessuno capisce che dire ‘tranquilla’ a una persona in ansia è come somministrarle una macro dose istantanea di agitazione? È la domanda che l’inquieta e ammiccante protagonista sembra porsi ogni volta che si scontra con un atteggiamento di quel genere. Tuttavia, l’altalena emotiva sulla quale si dondola potrebbe essere il fulcro dell’intera vicenda oppure il mezzo scelto per esprimere altro: stiamo guardando una dark comedy, come parrebbe intravedendo in apertura un uomo legato su una sedia, oppure un film psicologico, o una commedia incentrata sullo scontro generazionale? E la relazione queer è la solita aggiunta d’obbligo degli ultimi anni in tanto cinema di qualsivoglia genere oppure è in qualche modo motivata? A chi guarda non resta che continuare la visione dei successivi episodi con la benedizione del manifesto di Les Quatre Cents Coups vistosamente appeso alla parete, da interpretare rigorosamente secondo il significato dell’espressione idiomatica francese: combinarne di tutti i colori.

★★★

Lucia Corradini