CANNES 79
FUORI CONCORSO
Crescendo, di Agnès Jaoui
(L’objet du délit)

La messa in scena di un’opera lirica, in questo caso una delle più note di Mozart, comporta settimane di lavoro. Dopo le audizioni degli artisti a Parigi, tutta la troupe si sposta a Lacoste, nel Sud della Francia; per la realizzazione de Le nozze di Figaro la produzione ha scelto un anfiteatro romano. Dall’allestimento della scenografia alla prova costumi, dalle lezioni di canto all’esecuzione delle celebri arie, da soli o con l’orchestra, L’objet du délit segue passo passo la genesi di uno spettacolo. Ma quando nel bel mezzo del lavoro, oltre al panico e al nervosismo di tutti, subentra anche un’accusa di abuso sessuale, il caos è tale da dubitare che si riesca ad arrivare alla rappresentazione con il pubblico. Il titolo internazionale Crescendo è più che azzeccato sia dal punto di vista musicale sia da quello delle relazioni interpersonali che prendono vita sulla scena e nella vita privata.
Il sesto lungometraggio di Agnès Jaoui, annunciato inizialmente con il titolo Au temps pour nous (in italiano, Come non detto), unisce le due passioni della regista, quella per l’opera e quella evidentemente per il cinema. A sette anni dalla sua ultima prova registica (Place publique, 2018) Agnès Jaoui realizza – per la prima volta senza il compagno Jean-Pierre Bacri, scomparso qualche anno fa, e con l’aiuto di quattro sceneggiatori e del fratello – un film divertente, intelligente e insolente che ha meritato dieci minuti di applausi in Sala Lumière, durante i quali la sceneggiatrice, attrice e regista che ha vinto più César in Francia ha dato prova delle sue doti musicali, attorniata da musicisti e attori.
Dialoghi bilanciati fra humor, leggerezza e ironia, insieme alla presenza in scena di enormi falli che rappresentano una mascolinità ormai ridicolizzata, sottolineano il livello di assurdità a cui si è giunti nel dibattito attuale in relazione al fenomeno del Me-Too; gli atteggiamenti esasperati, non solo fra le neo-femministe, dimostrano l’importanza di ricordare ciò che già l’opera di Mozart aveva evidenziato nel rapporto fra i due sessi nel XVIII secolo.
La definizione di film corale è più che mai giusta: il cast riflette la pluralità, non solo per le diverse età, provenienze e culture rappresentate, ma anche per il modo di affrontare il dibattito. Affiancando attori con cui ha già lavorato, come Eye Haïdara, ad attori che dirige per la prima volta, come Daniel Auteuil, Jaoui riesce a tessere un mosaico perfetto, che è un piacere per l’occhio e l’orecchio. Le dinamiche che nascono all’interno di una troupe così diversa fanno sorridere e riflettere. Ciascuno può riconoscersi, malgrado i costumi dell’epoca, e vedere rappresentata almeno una situazione vissuta in prima persona, perché ciò che succede su un palco spesso non è che l’immagine di ciò che avviene nella vita.
Claudia Bersani

