
Regia: Anahí Berneri
Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Claudia Piñeiro (Elena lo sa, Feltrinelli, 2023)
Sceneggiatura: Gabriela Larralde
Genere: Drammatico
Cast: Mercedes Morán, Erica Rivas, Mey Scápola, Agustina Muñoz (Elena da giovane), Miranda de la Serna (Rita da giovane).
Durata: 100 min
Origine: Argentina
Anno: 2023
Piattaforma: Netflix
Elena, sessantacinquenne malata di Parkinson, vive con la figlia, Rita, insegnante sulla quarantina che progetta di sposare Pedro, il suo fidanzato, e di avere una casa tutta sua. Un giorno Rita accompagna la madre dalla parrucchiera, ma poi non va a riprenderla. Tornata ugualmente a casa, Elena viene svegliata nella notte dalla polizia, che ha trovato il corpo esanime di Rita: a quanto sembra, la donna si è suicidata impiccandosi nel campanile della chiesa. La polizia chiude il caso, ma Elena non crede alla tesi del suicidio e conduce la propria indagine personale per scoprire che cosa sia realmente accaduto. L’incontro con Isabel, amica d’infanzia di Rita, si rivelerà chiarificatore.
Elena non guarda in faccia nessuno. Non può farlo, perché è affetta da una forma di Parkinson che le provoca un’accentuata rigidità muscolare, impedendole di sollevare la testa e obbligandola a compiere movimenti corti e spezzati. Ma non guarda in faccia nessuno anche perché quello è il suo modo di essere. La camera a mano la segue passo passo, e dopo la visione del film l’immagine che rimane in mente è proprio quella del suo incedere faticoso e stentato, e nel contempo tenace e inarrestabile. La malattia che costringe a chinare il capo non riesce a fiaccare lo spirito. Appoggiandosi al suo ombrello a fiori come fosse un bastone, cadendo e rialzandosi, da sola o con l’aiuto di un passante compassionevole, Elena va ovunque le sembri necessario per avere la conferma di quello che è convinta di sapere: sua figlia non si è suicidata, è stata uccisa. E lei, nella sua apodittica sicurezza, sospetta anche degli insospettabili, come il prete che ha ritrovato il cadavere.
In casi estremi la malattia, straziante per il malato, lo è anche per chi gli vive accanto, costretto a vedere continuamente la sofferenza fisica e la mortificazione interiore di chi non è più autonomo e indipendente. Questo tormento può essere così insopportabile da spingere a togliersi la vita pur di non vedere più, di non sapere più, di non dover accettare più? Meglio morire che assistere, giorno dopo giorno, alla morte lenta e inesorabile dell’altro. A tutto questo si aggiunge la fatica di affrontare le esasperanti vicissitudini burocratiche dell’assistenza medica. Ma l’autentico dramma di Rita è la relazione con sua madre, ricostruita attraverso continui flashback, presentati come se scaturissero dai ricordi di Elena. Mentre si aggira per casa tentando di mettere insieme i pezzi della sua nuova condizione, quella di una donna anziana e malata che di punto in bianco si ritrova completamente sola, Elena ripensa al passato.
Se la malattia è la protagonista indiscussa di questo film, l’altro grande tema è la maternità. Elena è stata ‘la madre che ha potuto essere’, come le dice Isabel, amica di Rita in gioventù e a sua volta madre poco accudente, non tanto per giustificarla o consolarla, quanto invece per constatare un dato di fatto. Non tutte le donne sanno provare e dare l’amore materno, ed Elena e Isabel sono due efficaci esempi di madri che sembrano impossibilitate per natura a svolgere il loro ruolo. Per Rita, Elena è stata una madre dispotica, che la trattava bruscamente dandola per scontata anche molto prima di ammalarsi, subissandola di critiche, di rimproveri e di proibizioni fin da quando era bambina, sempre convinta di essere nel giusto e chiusa nelle proprie insindacabili certezze. È Elena a rubare la scena dal primo fotogramma all’ultimo, ma non appena si sposta l’attenzione, la figura di Rita s’impone per la sua tragicità di figlia incompresa e succube di una madre prepotente e arrogante: sempre in secondo piano, esprime la sua disperazione appartandosi a piangere, scagliando a terra quello che capita, stringendo i pugni e pestando i piedi come una bambina, chiedendo aiuto a un medico per tamponare la propria depressione, e infine rinunciando, ma lo sapremo solo ex post, a un uomo che le vuole bene per continuare ad assistere sua madre.
La storia si svolge in Argentina, e sebbene non vi sia mai il benché minimo accenno esplicito alle vicende politiche del paese, sullo sfondo si percepisce la realtà più drammatica della nazione: quella delle madri argentine, che dalla fine degli anni Settanta non si sono mai rassegnate alla perdita dei loro figli, vittime di un implacabile regime torturatore che ha lasciato una scia di morti e sparizioni sulle quali si indaga ancora oggi. Elena sembra essere la metafora della dittatura e nel contempo l’emblema di tutte le madri dei desaparecidos.
Ineluttabilmente drammatico e volutamente scarno, Elena lo sa è privo di qualsiasi genere di appiglio che renda la visione più agevole, di qualunque concessione estetica o morale che conforti lo spettatore e lo accompagni: una scelta stilistica che corrisponde alla scrittura anticonvenzionale del libro, nel quale i dialoghi sono caratterizzati dall’assenza di virgolette, come per richiedere al lettore un più alto grado di concentrazione. Se Mercedes Morán non potrebbe dare più di quello che elargisce al suo personaggio senza mai risparmiarsi, il doppiaggio non sembra all’altezza dell’interpretazione e rimane la curiosità di sentire i dialoghi in lingua originale.
Quando la tensione della ricerca si allenta perché l’incontro con Isabel le ha fornito una risposta, Elena, che ha sempre evitato i gatti, proibendo anche a sua figlia adolescente di adottarne uno come avrebbe tanto desiderato, tende una mano incerta e titubante verso il gatto bianco di Isabel, accanto a lei sul divano: un gesto per lei nuovo, in contrasto con il suo atteggiamento abituale. Il gatto sembra diventare un mediatore tra quelle due donne, Elena e Isabel, simili nella loro scontrosa risolutezza, impossibilitate ad abbracciarsi in segno di reciproco sostegno. Le loro mani si sfiorano accarezzandolo: è tutto quello che possono fare. E quel gatto bianco fa venire in mente il fazzoletto bianco annodato sul capo che, indossato dalle manifestanti di Plaza de Mayo, divenne il simbolo delle madri che non accettano la scomparsa dei loro figli.
Voto: ★★★
Lucia Corradini