Cannes 79
CONCORSO
El ser querido, di Rodrigo Sorogoyen

Con El Ser Querido, Rodrigo Sorogoyen firma probabilmente il film più maturo e doloroso della sua carriera, abbandonando – ma solo in parte – la tensione nervosa dei suoi thriller per immergersi in un dramma intimo, feroce e profondamente umano che parla di famiglia, memoria, manipolazione e bisogno d’amore.
Il cuore del film è il rapporto tra Esteban Martínez, celebre regista segnato da un passato turbolento fatto di eccessi e violenza, ed Emilia, sua figlia, che lavora come barista ma aspira a fare l’attrice. Esteban, che tempo prima ha lasciato la Spagna e quella vita da enfant terrible per trasferirsi a lavorare negli Stati Uniti, crede di essere ora un uomo diverso, e torna a lavorare in patria con l’idea di offrire un ruolo da protagonista nel suo nuovo film a Emilia, che non vede da anni. La ragazza accetta e quando padre e figlia si ritrovano a lavorare insieme sul set di un film ambientato nel Sahara occidentale, il passato torna lentamente a galla, trasformando il lavoro artistico in un confronto continuo tra ferite mai rimarginate, accuse taciute e tentativi di avvicinamento destinati spesso a fallire.
Sorogoyen costruisce così un dramma familiare di enorme forza emotiva, in cui il cinema diventa specchio delle relazioni e luogo in cui realtà e finzione finiscono per confondersi, perché ogni scena girata dai personaggi sembra riflettere le ferite della loro relazione.
Uno degli aspetti più di rilievo del film è senza dubbio il livello delle interpretazioni: Javier Bardem offre una prova monumentale nel ruolo del padre: il suo Esteban è brillante, seducente, ironico, ma anche profondamente egoista e incapace di comprendere il dolore che ha causato. Bardem riesce a rendere il personaggio ambiguo e umano allo stesso tempo, evitando qualsiasi caricatura del “grande artista tormentato”. Ogni sguardo, ogni esitazione, ogni improvvisa esplosione di rabbia rivela un uomo che teme più di tutto di perdere il controllo. Accanto a lui, Victoria Luengo regala un’interpretazione altrettanto memorabile: la sua Emilia è trattenuta, vulnerabile, spesso sul punto di crollare, ma determinata a non lasciarsi più schiacciare dalla personalità dominante del padre. La tensione tra i due attori è continua e palpabile: insieme costruiscono un duello emotivo che regge da solo l’intero film.
Dal punto di vista formale, Sorogoyen dimostra ancora una volta di essere uno dei registi europei più interessanti della sua generazione. I lunghi piani sequenza non sono mai esercizi di stile, ma strumenti per avvicinare lo spettatore ai personaggi, costringendoli a restare dentro il loro disagio. La macchina da presa osserva da vicino, quasi senza concedere via di fuga, mentre la fotografia asciutta e la colonna sonora minimale amplificano il senso di tensione emotiva.
Il regista spagnolo mostra il suo talento soprattutto nelle scene dialogate, e le due sequenze del pranzo all’interno del film ne rappresentano il cuore emotivo. Il pranzo iniziale è una scena costruita con precisione quasi chirurgica: apparentemente civile e controllato, il confronto tra padre e figlia è attraversato da una tensione sotterranea che cresce minuto dopo minuto. Altrettanto efficace è la scena del pranzo sul set, in cui il confine tra realtà e finzione si incrina definitivamente. Qui il regista dimostra tutta la sua abilità nel dirigere gli attori e nel gestire il ritmo della tensione: quello che dovrebbe essere un momento conviviale diventa invece un confronto molto violento, e lo spettatore viene trascinato nel conflitto senza possibilità di distanza.
Sorogoyen conferma dunque, ancora una volta, il suo talento nel mettere in scena le emozioni umane, regalando un’opera intensa, rigorosa e destinata a lasciare il segno.
Francesca Savino

