IL BIOGRAFILM COMPIE 22 ANNI

Lucia Corradini

 

Raccontare storie di vita per riflettere sul presente facendo tesoro del passato o proiettandosi in un futuro credibile è la principale caratteristica del Biografilm, che da ventidue anni rinnova la propria identità, precisa e coerente, coniugando documentari e fiction di qualità e ricerca.

Uno dei primi lungometraggi, in ordine cronologico di proiezione, del festival 2026, è un racconto che riguarda il futuro del nostro ambiente: Hungry, della regista austriaca Susanne Brandstaetter, mette in scena una Terra desolata, da cui l’umanità è scomparsa dopo aver provocato la propria estinzione. Mentre una voce fuori campo introduce le testimonianze di scienziati ed esperti che nel corso del tempo hanno messo in guardia dall’uso scriteriato che si stava facendo del pianeta, si susseguono le immagini di paesaggi spettrali: spiagge trasformate in discariche, relitti restituiti dal mare, cadaveri di animali, pozze schiumose di sostanze tossiche. La monotonia visiva intensifica il concetto di una devastazione totale: spesso si usa a sproposito la parola “disastro” per rafforzare l’idea di qualcosa di negativo, mentre qui il disastro ambientale è l’espressione più adatta per la realtà alla quale noi umani stiamo andando incontro a una velocità di cui siamo inconsapevoli o che non vogliamo considerare.

Dalle malattie dell’ambiente a quelle della mente umana: anche The Desert of the Real, del regista olandese Luuk Bouwman, rientra, come il film di cui sopra, nella sezione Contemporary Lives, che raggruppa le opere di grande impatto sociale.  Sei personaggi in cerca di realtà – un consulente psichiatrico, un musicista, un filosofo, una psicologa, un’artista e un ricercatore – sono accomunati dall’aver sperimentato la psicosi sulla propria psiche e provano a descrivere le singolari percezioni che hanno caratterizzato i loro momenti più bui, quando i collegamenti considerati normali tra cose, persone e situazioni non erano più alla loro portata. Il caso che colpisce maggiormente è quello di Eloy Vos, consulente psichiatrico, che si è trovato da tutt’e due le parti della barricata e che oggi, come apprendiamo dai titoli di coda, non c’è più. Appassionato del suo lavoro, si era occupato di antipsichiatria, convinto che lo studio dei disturbi mentali debba essere cambiato dall’interno e che le terapie farmacologiche vadano integrate dalle modalità con le quali si trattano i pazienti. “Se le persone sono folli”, osserva, “reagiscono in modo normale a una società malata”. Giunto a lavorare fino a dodici ore al giorno e ad avere in cura otto o nove pazienti contemporaneamente, aveva subito un crollo psichico quando non era più riuscito a trovare il tempo per le sue passioni personali: la musica, la scrittura, la pittura. Nei peggiori attacchi di panico si sentiva schiacciato dalla propria casa ed era costretto a uscirne: una notte era riuscito a dormire soltanto infilandosi in un cassonetto dei rifiuti. Dal suo volto, dall’espressione dei suoi occhi, dal tono della sua voce che si spezza quando non riesce a trattenere il pianto traspaiono una sofferenza, una sensibilità e una compassione per il prossimo troppo grandi per poter vivere nonostante la lucida consapevolezza di cosa sia la vita. Bisogna essere molto forti per riuscire a tenere in piedi quel castello di carte fatto di tutte le storie che ogni giorno ci raccontiamo più o meno consciamente per andare avanti e che basta un soffio per far crollare. Con un sorriso amaro e nello stesso tempo luminoso, dichiara che occorrono, e occorreranno sempre, persone e strutture che si prendano cura e accolgano chi improvvisamente rimane sopraffatto, chi di punto in bianco smette di trovare familiare il proprio ambiente che fino a un istante prima lo era. L’argomento è stato sviscerato nel corso dei secoli, ma oggi appare particolarmente allarmante a causa del vuoto istituzionale: un po’ come sta succedendo per l’ambiente, rischiamo di sottovalutare i segnali di pericolo, cercando soluzioni per gli ultimi e devastanti anelli della catena, come il dilagare della violenza urbana o i femminicidi, senza analizzare a sufficienza e provare a risolvere alla radice il disagio sociale che precede i fenomeni più vistosi.

Il premio per il concorso internazionale di Biografilm – Edizione 2026 è stato assegnato a Everybody to Kenmure Street del regista cileno Felipe Bustos Serra e racconta un episodio di coscienza civile avvenuto nel quartiere più multiculturale di Glasgow nel 2021: i residenti scesero in strada a centinaia per boicottare l’arresto di due uomini accusati di essere clandestini, dando prova della forza che può avere un’azione collettiva e compatta.

Il premio per la migliore opera prima di Biografilm Italia se l’è aggiudicato Lo spazio vuoto, un intenso documento su uno spiazzante fatto di cronaca: una donna giovanissima si toglie la vita poche ore dopo aver partorito il suo secondo figlio. Trent’anni dopo, il suo primogenito, che all’epoca aveva un anno, prova a ricostruire l’accaduto con uno stile essenziale e privo di retorica.

Nella sezione Biografilm Art & Music, Riusciranno i nostri eroi – Il cinema di Age & Scarpelli è un meritatissimo tributo ad Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, che sono stati tra i più grandi sceneggiatori del panorama cinematografico non solo italiano. Raccontando infatti le vicende della premiata ditta (quella & commerciale è un segno della loro autoironia), il regista Marco Spagnoli ci fa sapere che a un certo punto della loro carriera vi fu anche un “Mi voleva Hitchcock” che li condusse a Hollywood. Se una generazione di attori e registi che hanno fatto la storia della commedia all’italiana, quali Gassman, Tognazzi, Manfredi, Sordi, Scola, per citarne solo alcuni, hanno lasciato personaggi indimenticabili ed entrati a fare parte dell’immaginario collettivo, è stato anche grazie ai dialoghi e alle battute scaturiti dalla penna della celebre coppia, che sapeva raccontare storie serissime facendo ridere. Spagnoli ci presenta il ricco materiale che ha raccolto in una veste vivace e informale, la più adatta ai due sceneggiatori e alla loro produzione. Ricordi, aneddoti e battute scaturiscono dalle chiacchierate di Stefano Fresi con gli esponenti della successiva generazione di registi e attori, ai quali Age&Scarpelli hanno passato idealmente il testimone: Virzì, Genovese, Archibugi, Ricky Tognazzi, Marco Risi, Valerio Mastrandrea e altri ancora. Un po’ conversazione scanzonata, un po’ rievocazione tra risate e nodo in gola, il documentario si snoda piacevolmente come se ci si trovasse su una terrazza romana oppure in famiglia, o magari al tavolino di un bar come tutti i santi giorni, tra amici che rinnovano il piacere di incontrarsi o la malinconia di essersi perduti per sempre.

Tra i tredici Eventi Speciali del festival, il documentario In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani, proiettato in anteprima mondiale, ha dato l’impressione di essere un’opera d’arte a tutto tondo. “Non mi rassegno a essere un poeta, voglio disperatamente essere un uomo.” Così dice Giorgio Bassani, raccontato dai figli, Paola ed Enrico, nell’intenso lungometraggio di Toni Trupia che risolve la dicotomia sul piano cinematografico e documentaristico con la narrazione poetica della vicenda umana attraverso i luoghi e la memoria. Troppo spesso identificato unicamente con Il giardino dei Finzi Contini, la sua opera più famosa, Bassani merita di essere ricordato e rivisitato per la sua versatilità: non solo (si fa per dire) scrittore, poeta, traduttore, cofondatore della rivista letteraria Botteghe Oscure, scopritore di un capolavoro come Il Gattopardo, consulente editoriale di Feltrinelli e vicedirettore della Rai, ma anche antifascista militante e fondatore di Italia Nostra, associazione nata nel 1955 per salvaguardare il patrimonio naturale e artistico italiano. È in questi due aspetti che si coglie l’attualità di Bassani: da una parte, la difficile ricerca dell’identità per chi, come lui, aveva origini ebraiche – questione centrale, insieme al tema della “diversità”, dell’intenso Gli occhiali d’oro – è un tema che oggi, con tutte le sue sfaccettature più attuali, tiene il mondo intero con il fiato sospeso; dall’altra la preoccupazione per il rischio di travolgere la natura nella corsa sfrenata verso il futuro scientifico e tecnologico rivela ai giorni nostri la sua lungimiranza. Il racconto della figlia Paola, privo di retorica e improntato alla spontaneità, si dispiega idealmente all’ombra dell’annosa magnolia piantata nel giardino della casa ferrarese di famiglia nel 1938, in concomitanza con la promulgazione delle leggi razziali, dando voce allo schietto rimpianto per un padre amatissimo ma forse mai compreso fino in fondo e rimasto in parte una figura misteriosa. Se Paola ha espresso esplicitamente questo suo sentire al termine della proiezione nella splendida sala del cinema Modernissimo, vibrante di una emozione quasi palpabile, il regista Toni Trupia ha saputo coglierlo e trasformarlo in una poetica memoria corale, nella quale si intrecciano le voci di registi e scrittori come Mario Soldati e Pier Paolo Pasolini, che hanno conosciuto e apprezzato Bassani nel corso di tutta la sua vita. Prendendo in prestito il titolo di un breve scritto posto a conclusione dell’Odore del fieno, si potrebbe dire che questo documentario avvincente e commovente ci accompagna Laggiù, in fondo al corridoio della casa ferrarese e molto vicino al cuore dell’uomo Giorgio Bassani.

 

 

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