Regia: Rachel Morrison
Sceneggiatura: Julia Cox
Fotografia: Rachel Morrison, Todd Banhazl
Produzione: Ryan Gosling, Jessie Henderson
Musica: Dustin O’Halloran
Genere: Drammatico, sentimentale
Cast: Margaret Qualley, Aaron Pierre, Patrick Schwarzenegger, Gabriel Basso, Catherine Keener
Durata: 106 min
Origine: Stati Uniti
Data di uscita: 14 ottobre 2026
Piattaforma: Prime Video
Maya ha ventisei anni, vive a Boston e lavora come infermiera nel pronto soccorso di un ospedale. Quando incontra Charlie è subito amore e la loro vita si riempie di progetti e di amici fino alla pandemia di Covid-19. Asmatico, Charlie contrae il virus in forma grave e ne rimane vittima. Maya, devastata dal dolore, si chiude in casa per mesi troncando ogni rapporto col mondo. In seguito si dedica alla telemedicina che le permette di viaggiare continuando a non avere contatti con chi frequentava in passato. All’inizio non è nemmeno disposta a fare nuove conoscenze, ma dopo una lunga solitudine il muro che aveva innalzato tra sé e gli altri inizia a sgretolarsi.
Scegliere il titolo per un film è un momento cruciale ai fini della sua distribuzione, perché significa identificare il possibile pubblico e consegnare allo spettatore una chiave di lettura. Di fronte a L’amore della tua vita si pensa inevitabilmente al filone rosa con tutte le sue varianti e, mentre gli appassionati del genere si predispongono a un paio d’ore di gradita evasione, gli altri lo ignorano e passano oltre, oppure provano a guardarlo prevenuti, pronti a cogliere il primo calo di attenzione per desistere dall’impresa. E invece: nessuna transizione scontata da nemici a innamorati, niente confidenze smancerose tra amiche, niente equivoci da dissipare in un mare di miele e melassa.
Veder soffrire una persona amata a causa di una malattia grave è uno dei dolori più grandi della vita. Essere costretti a chiamare un’ambulanza per qualcuno che, con le poche forze che gli rimangono, ci chiede di non farlo e di lasciarlo rimanere a casa con noi, ma non avere altra scelta che mandarlo in ospedale perché soltanto lì potrà avere le cure necessarie è l’esperienza estrema di una delle tante contraddizioni del vivere, destinata a cambiarci per sempre. Per Maya il dramma è amplificato dalla sua professione e dall’atmosfera surreale dell’epidemia di Covid-19. All’epoca, alcuni di noi hanno dovuto rispettare il divieto di salire con il malato, anche di altre patologie, su quell’ambulanza che lo portava via, o di indugiare vicino al suo letto per più di 15 minuti al giorno, e hanno magari cercato un pretesto per infilarsi di nuovo in quel corridoio, in quel reparto, in quella stanza anche solo per un momento: “Volevo ricordarvi che ha un’allergia”, “Ho dimenticato di lasciargli il cellulare” (in realtà trattenuto apposta per poter rientrare). Alcuni di noi si rispecchieranno nel senso di impotenza e frustrazione della protagonista, mentre molti rivivranno l’ansia generalizzata di quel periodo che sapeva di fantascienza e invece era realtà.
Dopo, Maya si chiude in un silenzio ostinato. Dopo, per Maya la vita è un deserto di solitudine da proteggere con l’indifferenza nei confronti degli altri, per non dover ascoltare frasi fatte come “Ora è in un posto migliore”, per eludere la retorica del guerriero e delle battaglie, e anche per non dover riconoscere che qualcuno potrebbe offrirle un aiuto sincero. Dopo ancora, parte per mete lontane, con la speranza impossibile di riuscire a dimenticare. Ma lasciando prevalere il proprio comprensibile egoismo chiude la porta anche a chi come Ruth, la madre di Charlie, ha il bisogno profondamente umano di apprendere da lei, proprio da lei, che cosa è successo a suo figlio, con tutti i come, quando e perché del caso. Se, da una parte, addossare a Maya la responsabilità di quella morte per aver esposto Charlie al contagio è una cattiveria nata dalla disperazione di Ruth e dal suo bisogno di trovare un colpevole a tutti i costi, dall’altra tenere lontana anche lei insieme al resto del mondo è un tentativo altrettanto disperato, da parte di Maya, di allontanare un’insopportabile sofferenza.
In certi momenti e sotto certi aspetti il film sfiora pericolosamente la caduta nel romance più commerciale: innamorarsi di uno scultoreo black british dagli occhi azzurri come il mare dell’Algarve che fa da cornice alle loro giornate non doveva certo richiedere a Maya un particolare sforzo di autoconvincimento. Anche meno, verrebbe da dire. Eppure, il rischio di banalizzare la vicenda viene sventato affidando proprio a lui, Felix, due elementi essenziali per la “vita dopo” di Maya: la condivisione del lutto, poiché anche lui ha subito una perdita grave, e quella del ricordo. Quando ormai la loro relazione fa parte del passato, con una limpida onestà dei sentimenti Felix le dice che lui è e sarà sempre, anche in futuro, conscio dell’importanza di quanto c’è stato tra loro. Maya può così rifugiarsi in quel ricordo di loro due insieme, condiviso e cristallizzato, per ricominciare ad avere fiducia in se stessa avviandosi, se non verso la guarigione dal dolore, che rimane utopistica, verso una nuova consapevolezza che l’aiuti a considerare tutto il resto con maggiore lucidità e a chiudere i conti in sospeso con ciò che è stato.
Rachel Morrison è stata la prima donna nominata all’Oscar per la Miglior Fotografia con Mudbound (2018), e anche L’amore della tua vita rispecchia il suo stile: un’estetica curatissima senza essere patinata, fondata sull’uso sapiente della luce e dei contrasti per rendere gli stati d’animo e gli ambienti. I diversi luoghi in cui vive la protagonista accompagnano la sua evoluzione emotiva: se Boston rappresenta la vita con Charlie e il trauma della pandemia, Lisbona e New Orleans non sono certo due mete casuali per le peregrinazioni di Maya. La prima, sebbene falsata per oltre un decennio dall’invasione di pensionati stranieri che raccontavano di andarci a iniziare una nuova vita quando invece erano attratti dal paradiso fiscale, è pur sempre la città malinconica, decadente e poetica di Saramago e Pessoa, e Morrison riesce a coglierne le ombre e i colori con una sensibilità artistica. New Orleans, con le sue leggendarie paludi, sorge su un territorio di confine tra un fiume e un lago salato, con molti quartieri sotto il livello del mare: già questo aspetto puramente geografico sembra una sorta di indicazione esistenziale per un posto unico al mondo. Sono luoghi dall’identità forte, che trasudano storia e natura, nei quali vita e morte sembrano sfiorarsi e dove, di conseguenza, è possibile perdersi e ritrovarsi, con l’indefinibile sensazione di essere meno soli dentro. “Mi sembra di vivere la vita di un’altra” dice Maya a un certo punto. È come se esprimesse inconsapevolmente un desiderio: capita di pensare che si vorrebbe la vita di qualcun altro, qualcuno a caso, pur di non avere la propria, e invece è sempre e comunque la stessa vita, la nostra. Ci tocca viverla nonostante tutto, ma qualche volta, non sempre, possiamo scegliere dove collocare la sofferenza, e magari ridurla a un costante rumore di sottofondo, come se fosse la base per una nuova composizione musicale creata, almeno in parte, da noi.
★★★
Lucia Corradini

