
Regia: Roger Gual
Scenografia: Carlota Casado
Sceneggiatura: Dario Madrona, Carlos Montero
Fotografia: Juana Jimenez
Genere: Thriller psicologico
Cast: Jose Coronado, Stéphanie Magnin, Fanny Gautier, Alberto Olmo
Durata: 106 min
Origine: Spagna
Anno: 2026
Piattaforma: Netflix
Ruth, una trentenne che ha lasciato la casa di famiglia nelle Asturie senza terminare gli studi e senza più tornare, si vede costretta a rientrare per la morte improvvisa di sua madre, Lucía. Ad aspettarla c’è il padre, Martín, agente della Guardia Civil in pensione. Ufficialmente si è trattato di un incidente domestico, ma le chiamate vocali ansiose che Lucía le aveva inviato il giorno prima di morire insinuano il dubbio in Ruth, che si sente anche in colpa per non averle risposto. Lo strano comportamento di Martín, che sembra più preoccupato della scomparsa di un bambino avvenuta poco tempo prima che addolorato per la morte della moglie, induce Ruth a condurre una sua indagine personale con l’aiuto di Aron, un amico dallo spinello facile.
Dal 24 luglio, nel cuore dell’estate, Netflix offre un nuovo thriller che non è il classico film da brividi consigliato per una rovente serata estiva, ma costruisce invece la suspense sulla diffidenza e sull’inquietudine che contrassegnano un difficile rapporto padre-figlia. Inizialmente la tensione deriva dai due che si studiano: Ruth perché teme l’eventuale aggressività del padre, Martín perché cerca di comprendere la figlia che gli è sempre apparsa distante. Sia nei loro silenzi sia nei dialoghi sembra di udire quel brusio interiore che sostituisce lo scambio diretto e immediato, ormai impossibile con una persona familiare che la lontananza prolungata ha reso quasi estranea.
Il ritorno a casa è doloroso per Ruth a causa dell’accaduto, ed è anche ansiogeno perché la mette di fronte a una quotidianità che non si aspettava e che scopre a poco a poco: suo padre si chiude misteriosamente nella mansarda a svolgere non si sa quale genere di attività e pare convinto che il bambino scomparso sia stato rapito. Martín parla ossessivamente di presunti complotti ai danni della comunità da parte di una multinazionale farmaceutica americana che ha aperto una sede nelle vicinanze, estendendo i propri sospetti alla congiura mondiale di Big Pharma e tentando di nascondere un’amicizia particolare con Bertha, insieme alla quale collabora attivamente alle ricerche del bambino.
Se Ruth e Martín, i due protagonisti, sono personaggi perfettamente riusciti, ai quali i due interpreti danno un’intensità sobria ma potente che costituisce uno dei punti di forza del film, quello di Bertha lo è molto meno, sconfinando nella dimensione grottesca di una fanatica che dovrebbe rappresentare la “cattiva” della situazione e che invece assume aspetti caricaturali. Appare più a fuoco Aron, l’altro personaggio di contorno, che fa emergere le contraddizioni e l’egoismo di Ruth: pronta a rivolgersi a lui quando le fa comodo, non appena Aron accenna a uscire dalla precarietà del loro rapporto ritrovato glielo rinfaccia e lo rispedisce al punto di partenza.
Il confronto tra Ruth e suo padre funziona anche perché i due diventano progressivamente sempre più speculari: Martín indaga su cospiratori che agirebbero a livello planetario ma che potrebbero rivelarsi pericolosi anche in casa sua, tanto da doverli spiare con telecamere nascoste sparse in giro. Ruth indaga su di lui, raccogliendo informazioni e indizi per trovare una spiegazione alla morte della propria madre diversa dalla poco convincente caduta in bagno di una donna che non era mai stata un’alcolista: possibile che si fosse messa a bere non solo a sua insaputa ma perfino per sua colpa, ossia a causa del suo volontario allontanamento da casa? Lo scetticismo inizialmente razionale di Ruth degenera gradualmente in una ostinazione più tenace di quella del padre.
La scenografia essenziale, quasi austera, favorisce la concentrazione sul mondo interiore dei due protagonisti: la facciata della casa di famiglia, elegante e lineare, viene inquadrata ripetutamente, come un invito a guardare dietro le apparenze entrando nella psicologia dei personaggi, entrambi poco empatici e per nulla disposti a condividere l’uno con l’altra i rispettivi mondi. Mentre il livello dello scontro si alza e i toni diventano sempre più accesi, ci si domanda come potesse essere la vita di Lucía, tra la preoccupazione per il marito invasato e la mancanza di quella figlia con cui non condivideva più altro che messaggi e qualche telefonata. Si era data al bere per disperazione e a un punto tale da rimanerne vittima, oppure non era riuscita a difendersi da un eccesso di quell’uomo che probabilmente non riconosceva più?
Los Creyentes attira l’attenzione sulla diffusione e sull’intensificarsi di teorie complottiste dopo la pandemia di Covid-19: non a caso a un certo punto apprendiamo che Lucía era stata costretta a vaccinarsi di nascosto, perché ignorava come l’avrebbe presa Martín, se l’avesse saputo. Sebbene il film non sia tratto da una storia vera, si inserisce in un contesto reale: ai nostri tempi, e in particolare nel dopo-Covid, molti sono convinti che i prodotti delle aziende farmaceutiche siano solo apparentemente terapeutici, e di fatto invece contribuiscano ad “ammalare” ancor di più la popolazione mondiale. Analogamente è opinione diffusa che avvengano rapimenti di bambini per condurre su di loro sperimentazioni e speculazioni, fino ad arrivare a teorie estreme come quella dell’adrenocromo, alla quale si accenna nel film.
Tuttavia ciò che conta, all’interno di Los Creyentes, non è la veridicità o la credibilità di una tesi o di una teoria a scapito di un’altra, ma la dimostrazione che la medesima realtà può essere percepita diversamente dai singoli individui e le conseguenze che ne derivano nel loro microcosmo familiare, o nella loro cerchia di amicizie, o ancora nella comunità di un paese o di una città. Gli abissi di incomprensione che si spalancano sono deleteri per chi li vive in prima persona e rischiano di riverberarsi nel macrocosmo, proprio come il celebre battito d’ali della farfalla.
★★★
Lucia Corradini

