CANNES 79

CONCORSO

La vie d’une femme, di Charline Bourgeois-Tacquet

Presentato in concorso al Festival di Cannes, La vie d’une femme di Charline Bourgeois-Tacquet conferma il talento della regista francese nel raccontare figure femminili complesse, sospese tra desiderio di controllo e improvvise crepe emotive. Dopo il tono leggero e sentimentale di Les Amours d’Anaïs (2021), la sua opera prima con Anaïs Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi, qui il registro cambia radicalmente: il film è più severo, più trattenuto, ma anche più ambizioso.

La protagonista è Gabrielle, una chirurga maxillofacciale cinquantenne che dirige un reparto ospedaliero con disciplina quasi militare (il suo soprannome è Robocop). La sua vita è scandita dal lavoro, dalle responsabilità familiari e da una routine che sembra aver cancellato qualsiasi spazio per l’imprevisto. L’arrivo di una giovane scrittrice, Frida, venuta a osservare il suo lavoro per preparare un libro, incrina lentamente quell’equilibrio apparente, aprendo la strada a un rapporto ambiguo e profondamente destabilizzante.

Il film funziona soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione di Léa Drucker, che regge praticamente ogni scena con una presenza magnetica. La sua Gabrielle è una donna dura, razionale, spesso brusca, ma attraversata da fragilità che emergono nei silenzi, negli sguardi improvvisamente smarriti, nei piccoli cedimenti del corpo prima ancora che delle parole. Drucker evita qualsiasi compiacimento melodrammatico e costruisce un personaggio credibile nella sua ambivalenza, capace di risultare insieme distante e profondamente umano.

Bourgeois-Tacquet dirige con eleganza, scegliendo una messa in scena sobria che lascia spazio ai volti e ai tempi morti del quotidiano. Alcune sequenze ambientate in ospedale hanno una tensione quasi documentaria, mentre i momenti più intimi restituiscono la delicatezza di un rapporto sfumato, fatto più di attrazioni sotterranee che di dichiarazioni esplicite.

Qualche limite tuttavia emerge nella struttura del racconto: la divisione in capitoli, evidentemente pensata per scandire le diverse fasi emotive della protagonista, finisce talvolta per appesantire il ritmo e dare al film un’eccessiva programmaticità. Alcuni passaggi sembrano chiudersi artificialmente proprio nel momento in cui avrebbero potuto respirare di più: si tratta insomma di un dispositivo che a tratti interrompe il naturale fluire della storia invece di accompagnarlo.

Nonostante queste piccole rigidità formali, La vie d’une femme resta un film piacevole nella sua leggerezza molto “francese”, capace di raccontare il desiderio, la stanchezza e la paura del cambiamento con sensibilità. Un ritratto femminile adulto e complesso che trova nella performance di Léa Drucker la sua vera forza.

Francesca Savino

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