Cannes 79
CONCORSO
La Vénus électrique, di Pierre Salvadori

Presentato come film d’apertura della 79ª edizione del Festival di Cannes, La Vénus électrique di Pierre Salvadori conferma ancora una volta la straordinaria capacità del regista francese di muoversi tra commedia romantica e racconto umano in equilibrio leggero fra generi e con un’eleganza rara nel cinema contemporaneo.
Per la prima volta in un film in costume, Salvadori ci conduce nella Parigi degli anni Venti: la “Venere elettrica” del titolo è Suzanne (Anaïs Demoustier) una giovane donna costretta da un vecchio debito a lavorare per il “Mangiafuoco” di turno: ogni giorno sale sul palco di quello che oggi chiameremmo “luna park” e, al prezzo di pochi franchi, offre agli uomini l’ebbrezza di un bacio ad alto voltaggio. Sulla strada di Suzanne finisce Antoine (Pio Marmaï), pittore inconsolabile per la morte dell’amata moglie Irène, musa e principio stesso della sua ispirazione. Da quando lei non c’è più, Antoine ha smesso di dipingere e, perennemente ubriaco e disperato, è alla ricerca della celebre medium Claudia nella speranza di riuscire a riconnettersi con la moglie perduta. Al suo posto incontra però Suzanne, che improvvisa una seduta spiritica pur di spillargli qualche soldo: Suzanne finga di essere Claudia, che finge di riuscire a parlare con Irène, per la gioia di Antoine, che riprende finalmente a dipingere. A questo punto entra in scena Armand (Gilles Lellouche), mercante d’arte e migliore amico di Antoine, che scopre l’inganno, ma, compreso il potenziale economico del “miracolo”, stringe un patto con la medium truffaldina per continuare ad alimentare la creatività del suo protetto, anche a costo di manipolare i suoi sentimenti più sacri. E’ infatti evidente come fra i due stia nascendo un sentimento reciproco, lungo un percorso ironico e timido allo stesso tempo, che alterna il vaudeville con la commedia sofisticata che strizza l’occhio a Billy Wilder, e anche una piccola incursione in tragedia che riecheggia Romeo e Giulietta.
Il grande merito del film è proprio il tono: Salvadori, sfoggiando tutta la maestria della comédie française (brillantezza di scrittura, ritmo della battuta, perfetta partitura degli equivoci), evita sia la farsa pura che il melodramma, costruendo invece una storia in equilibrio delicatissimo tra leggerezza e turbamento. I dialoghi sono brillanti, mai artificiosi, e i personaggi risultano incredibilmente vivi, fragili e sfaccettati. Dietro l’eleganza della messinscena si percepisce un lavoro di scrittura minuzioso, che dosa perfettamente ritmo, ironia ed emozione. La messa in scena è raffinata senza diventare calligrafica: i caffè fumosi, le gallerie d’arte e i piccoli baracconi itineranti restituiscono una Parigi vibrante, attraversata da un’umanità fragile e disillusa; la fotografia dai colori caldi accompagna perfettamente questa atmosfera sospesa, quasi da sogno. Anche il cast è impeccabile: Pio Marmaï, attore “feticcio” di Salvadori, offre un’interpretazione intensa e misurata, restituendo tutta la vulnerabilità del suo personaggio goffo ma allo stesso tempo irresistibile; ma è soprattutto Anaïs Demoustier a conquistare la scena, dando vita a un personaggio ambiguo, ironico e tenerissimo.
Sotto la superficie della commedia romantica, La Vénus électrique riflette sul rapporto tra arte e manipolazione, tra musa e creatore: Salvadori sembra interrogarsi su quanto l’illusione possa diventare necessaria per continuare a vivere, amare o creare e le sedute spiritiche diventano così metafora del cinema stesso, un luogo dove il falso riesce a produrre emozioni autentiche.
Francesca Savino

