FLORENCE KOREA FILM FEST
THE BEST OF
Lucia Corradini
FKFF 2026 – Sezione K-Cinema Today
HALLAN – L’ORCHIDEA D’INVERNO

Regia: Ha Myung-mi
Sceneggiatura: Ha Myung-mi
Genere: Drammatico
Fotografia: Eum Hae-Jung
Musica: Kim Ji-hae
Cast: Kim Hyang-gi, Kim Min Chae
Durata: 118 min
Origine: Corea del Sud
Anno: 2025
Nella primavera del 1948, sullo sfondo degli scontri armati in atto nell’isola di Jeju, A-jin, una giovane madre, intraprende un viaggio tra boschi e montagne in cerca di suo marito, del quale non ha più notizie. Prima di partire affida la sua bambina, Hae-seng, alla nonna, nella convinzione che nessuno potrà mai far del male a un’anziana e a una bambina indifese. Ma le cose vanno diversamente: entrati nel villaggio, i soldati non esitano a fucilare tutti gli abitanti. L’unica a salvarsi è proprio la piccola Hae-sang, protetta dal corpo senza vita della nonna. A-jin, che ha appreso la notizia della strage, cerca disperatamente la sua bambina sperando di trovarla ancora viva. Quando, finalmente, madre e figlia si ricongiungono, A-jin scopre che Hae-sang non riesce più a parlare, ammutolita dai traumi subiti.
Il massacro di Jeju del 1948, con oltre 30.000 civili uccisi per reprimere l’opposizione alla divisione della penisola coreana, è stato uno degli eventi più sanguinosi nella storia della Corea del Sud. A lungo dimenticato e a volte anche deliberatamente nascosto agli occhi del mondo, ha segnato i coreani in maniera indelebile. Come ha scritto Han Kang nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Letteratura nel 2024, ‘Se con la parola Jeju indichiamo un luogo e un tempo in cui la spietatezza e la nobiltà d’animo degli esseri umani sono coesistite nella loro forma più estrema, allora Jeju non è più il nome proprio di una città, ma un nome comune […] Ora so che quel presente, attraversando il tempo e lo spazio, torna incessantemente a noi. Anche in questo preciso momento’. Hallan ha innanzitutto il grande merito di portare sullo schermo una pagina buia della storia coreana che non può e non deve essere dimenticata.
La piccola Kim Min Chae, che interpreta la bambina, è il volto della tragedia. Alla fine del film, ma ci si potrebbe azzardare a dire alla fine del Festival, sono i suoi primi piani che rimangono in mente: la sua espressione impassibile che non lascia più trasparire né gioia né dolore, il suo sguardo grave che ci fissa implacabile e ci fa sentire inadeguati. Smettere di parlare è una delle reazioni simbolicamente più forti che si possano concepire, la risposta letteralmente muta agli orrori non di una sola, ma di tutte le guerre. La sua immagine ha un impatto emotivo fortissimo.
La regista Ha Myung-mi ha il merito di non indulgere alla retorica neanche quando la materia prima del film potrebbe prestarvisi facilmente, ma nel contempo non sembra trovare una forma compiuta per il suo racconto, che risulta cinematograficamente debole. La concatenazione delle situazioni narrate è poco omogenea e gli unici due personaggi davvero a fuoco sono la bambina e sua madre, mentre il marito della donna, il capo del piccolo convoglio militare che gli dà la caccia e soprattutto il soldato che vorrebbe opporsi alla carneficina a cui partecipa senza trovare il coraggio di farlo, rimangono figure isolate, occasioni mancate di un film che aveva le potenzialità per diventare memorabile.
Hallan era in concorso nella sezione K-Cinema Today e, alla fine della proiezione, la regista ha voluto leggere in italiano un breve e toccante discorso, esprimendo l’intenzione di ricordare tutte le persone che in quel terribile periodo hanno visto improvvisamente stroncati i loro sogni di una quotidianità semplice. Il titolo, L’orchidea d’inverno, richiama il fiore che ricopre una vasta area dell’isola di Jeju, oggi patrimonio dell’UNESCO, come simbolo di una pianta che proprio per la sua robustezza e tenacia merita di essere protetta dall’asperità del clima e salvaguardata dal pericolo di estinzione.
FKFF 2026 – Sezione K-Cinema Today
SUMBISORI – IL RESPIRO DELLE HAENYEO

Regia: Lee Eun-jung
Sceneggiatura: Lee Eun-jung
Genere: Drammatico
Fotografia: Jo Jung-hee
Musica: Yonrimog, Choi Young-doo
Cast: Lee Sun-bin, Seo Young-hee, Kim Ja-young
Anno: 2025
Durata: 90 min
Origine: Corea del Sud
La ventinovenne Hae-jin lascia Seoul, dove si era trasferita per partecipare a un concorso pubblico che, se l’avesse vinto, le avrebbe procurato un lavoro stabile e socialmente apprezzato. Mancato l’obiettivo, ritorna a Jeju, dove è nata, ricongiungendosi così al suo nucleo familiare, composto dalla madre, Ok-ran, e dalla nonna, Kang-ja, da sempre haenyeo, ‘donne del mare’, ovvero pescatrici in apnea di polpi e molluschi come ricci di mare e abalone. Hae-jin non rivela subito di essere stata anche vittima di una truffa, ma cerca di convincere la madre, che sognava per lei un futuro diverso, a lasciarle intraprendere a sua volta la tradizionale attività di famiglia. La nonna si rivelerà la migliore alleata della ragazza, ma la vita non consentirà alle tre donne di rimanere unite a lungo.
In concorso nella sezione K-Cinema Today, dedicata al cinema indipendente, Sumbisori è un’interessante opera prima, realizzata con misura ed equilibrio di tonalità emotive. Il personaggio di Hae-jin, che tende ad alzare il gomito e non disdegna qualche sonnellino ristoratore durante la giornata, introduce momenti umoristici e divertenti, mentre Ok-ran e Kang-ja sono portatrici, in modi differenti, degli affetti familiari e di quella sorellanza che, quando non è soltanto una pittoresca illusione del femminismo più stereotipato, esprime l’autentica solidarietà femminile, intesa come esperienze, interessi e sentimenti condivisi. Le tre protagoniste, che rappresentano tre generazioni, sono inserite in un mondo nel quale il punto di riferimento non è l’elemento maschile, ma una comunità di amiche, conoscenti e vicine di casa legate tra loro dalla solida rete di un lavoro duro, faticoso e logorante, e tuttavia ricco di aspetti positivi come la partecipazione attiva e complice alle rispettive sfere di vita personale, il benefico contatto con una natura ancora preservata e la possibilità di entrare in perfetta e totale sintonia con il mare. In un certo senso, tuttavia, l’aver ridotto la componente maschile al punto da renderla quasi inesistente è anche un limite del film, che avrebbe potuto essere più efficace e completo se fosse riuscito invece a creare una contrapposizione credibile e attuale tra i due generi.
Alla sensazione rassicurante di appartenere a un gruppo si affianca quella di appagamento data dal riuscire ad abituare il proprio corpo alle acque gelide, arrivando a toccare i fondali marini per poi risalire rapidamente senza l’aiuto delle bombole di ossigeno. Questa capacità di adattamento all’ambiente è frutto di un costante allenamento, che tuttavia oggi le donne coreane sembrano sempre meno propense a praticare. Ne consegue che quella delle attuali pescatrici, con un’età media di circa settant’anni, potrebbe essere l’ultima generazione di haenyeo. Con loro rischia dunque di estinguersi simbolicamente il sumbisori, che dà il titolo al film e che corrisponde al caratteristico fischio che queste sommozzatrici emettono espellendo l’aria quando riaffiorano in superficie, ma soprattutto rischia di scomparire una storica attività, legata alla determinazione e alla resilienza femminili, che si è perpetuata anche all’interno di una società prettamente patriarcale.
FKFF 2026 – Sezione Corto, corti!
LESSON – LA LEZIONE

Regia: Kim Jin-Woo
Genere: Drammatico
Anno: 2025
Durata: 21 min
Origine: Corea del Sud
Con Lesson Kim Jin-Woo ha vinto la sezione Corto, Corti! del FKFF 2026.
Decisa a entrare nella scuola più prestigiosa per studiare pianoforte ai massimi livelli, la giovane Su-hyun si rivolge a un anziano tutor, sottoponendogli il brano che vorrebbe portare all’audizione: il celebre Concerto per pianoforte n. 2 di Rachmaninov, che sta studiando da mesi. Ma il maestro non approva la sua scelta, considerando quel pezzo troppo difficile per lei, e le assegna invece Reflets dans l’eau di Debussy. La ragazza non nasconde la sua delusione, ritenendo il brano troppo debole e non abbastanza d’effetto: inoltre, non le rimane tempo a sufficienza per esercitarsi su qualcosa che non conosce. Il maestro smonta a una a una le sue obiezioni, invitandola a non ostinarsi e ad ascoltare invece le emozioni che prova, a concentrarsi su se stessa per diventare consapevole delle proprie possibilità e a scegliere ciò che più le si addice, senza preoccuparsi dell’impressione che può fare agli altri.
Formalmente ineccepibile, scandito dalle dita che si muovono veloci sulla tastiera, giocato sul bianco e sul nero dei tasti e dei vestiti degli studenti, suggellato dal volto sempre serio della protagonista, Lesson si dispiega come fosse l’incontro tra un maestro Zen e il suo allievo: solo quando ci si spogliando di tutto ciò che non serve si può raggiungere l’essenziale. Sogni, aspirazioni, emulazioni, sforzi, dubbi sono tutte sovrastrutture da lasciar cadere per far emergere la purezza del proprio essere.
In soli 21 minuti questo cortometraggio racconta una storia che appare come un cerchio perfetto: dalla tensione per la prova da sostenere fino all’ultima nota della prova d’esame, passando per una lezione di pianoforte che è anche e principalmente lezione di vita. Una potente meditazione in musica che comunica un messaggio universale, oltre i confini del tempo e dello spazio.
FKFF 2026 – Omaggio a Yeon Sang-ho
THE KING OF PIGS

Regia: Yeon Sang-ho
Sceneggiatura: Yeon Sang-ho
Genere: Animazione, Drammatico
Musica: Eom Been
Cast: Kim Kkot-bi, Kim Hye-na, Oh Jung-se, Yang Ik-jun
Durata: 97 min
Origine: Corea del Sud
Anno: 2011
Kyung-Min, trentenne uomo d’affari finito in bancarotta, in un raptus di follia uccide la giovane moglie. Senza soluzione di continuità rintraccia il suo ex compagno di scuola, Jong-Suk, scrittore mancato, che non vede da oltre quindici anni. I due trascorrono una serata insieme, rievocando gli anni dell’adolescenza, quando gli studenti si dividevano in due gruppi soprannominati i cani e i maiali. I primi, provenienti da famiglie benestanti, componevano un branco feroce e violento che, con il tacito e vile consenso degli insegnanti, vessavano gli altri, più deboli perché appartenenti a ceti sociali inferiori e simbolicamente capaci soltanto di ingozzarsi, trangugiando ogni angheria, fino all’ineluttabile macello. Un giorno a scuola era arrivato un nuovo alunno, Kim Chul, destinato a diventare il difensore degli altri ragazzi come lui di umili origini, e in particolare di Kyung-Min e Jong-Suk. Non accettando il proprio status, Chul si era guadagnato ben presto il soprannome di ‘re dei maiali’, perché era l’unico pronto a battersi contro i cani, in una lotta peraltro ineluttabilmente votata alla sconfitta. E mentre ricordano insieme il comune amico, Kyung-Min rivela a Jong-Suk uno sconcertante segreto.
The king of pigs, il primo lungometraggio di Yeon Sang-ho, è stato proiettato all’interno dell’omaggio al regista, subito dopo la sua masterclass intitolata ‘Realismo e distopia’. Film d’animazione indipendente, realizzato con un budget modestissimo e destinato a un pubblico adulto, ha uno stile ‘sporco’, composto da disegni dai tratti marcati e stilizzati, colori cupi e senza sfumature e movimenti rigidi e spigolosi. Queste caratteristiche, insieme alle immagini deformate dei personaggi che assumono le sembianze di cani e maiali, risultano particolarmente efficaci per evidenziare la durezza, la violenza e la disperazione della storia narrata.
Il luogo dove mi trovo adesso è coperto da asfalto freddo come il ghiaccio e da corpi ancora più freddi. Lo chiamano ‘mondo’. Questa frase, pronunciata da uno dei protagonisti del film, è emblematica dell’atmosfera che lo spettatore respira dal primo minuto all’ultimo. Il tema dominante è il bullismo, dolorosamente sentito nella Corea del Sud e considerato dal regista come dilagante in tutti i generi di interrelazioni umane. Al bullismo si associa il suicidio, un altro tema cruciale per la società coreana, logica conseguenza di una competitività esasperata e, più in generale, dell’assenza di vie d’uscita dall’oppressione e dalla malvagità che imperversano ovunque nel mondo. Il fulcro della concezione di Yeon Sang-hon è espresso da Chul: una volta diventati grandi, i ragazzi non dovranno idealizzare il passato costruendosi un’immaginaria infanzia felice, né edulcorare i momenti dolorosi che hanno vissuto, ma ricordarli per quello che sono stati.
Tuttavia, da vittima a carnefice il passo è relativamente breve. In questo film darker than dark il sentimento di fondo è la paura. Declinata in modi diversi, è quella che genera le fughe ma anche le aggressioni sia verbali sia fisiche, la sopportazione mortificata ma anche la spavalderia e la sopraffazione. Ed è la paura che domina sia una personalità allo sbando come quella di Kyung-Min, messo a durissima prova dalla più totale sottomissione a un’infanzia e un’adolescenza di bullismo, sia l’apparentemente coraggioso Chul, la mente pensante che teorizza le possibili vie d’uscita dalla realtà (‘Se non vuoi essere una nullità, devi diventare un mostro’), ma che infine si rivela a sua volta umano, troppo umano.
Allo spettatore non viene lasciata alcuna speranza: debolezza e vulnerabilità, tratti imprescindibili degli esseri umani, sono l’altra faccia della violenza e della crudeltà. Non a caso il regista ha dichiarato, durante la masterclass: ‘Sono una persona che trova molto interessanti i dilemmi morali nell’essere umano e mi piace trattare questi temi con i quali ognuno di noi deve confrontarsi almeno una volta nella vita. In questo modo il pubblico è obbligato a interrogarsi e a dirsi Questa è la mia storia, questo potrebbe succedere anche a me’. E in una intervista esclusiva del 28 marzo 2026 per Cineocchio ha detto: ‘Un elemento comune nei miei lavori è il tema dell’umanità: credo che l’essere umano racchiuda sia il bene sia il male. Le mie storie possono apparire pessimistiche o ciniche, ma questo dipende dal fatto che mi interessa osservare cosa accade ai personaggi quando vengono messi in situazioni estreme. È proprio in quei momenti che emerge la loro natura umana, sia nel bene sia nel male. Per questo motivo costruisco contesti difficili, spesso segnati da elementi pessimisti: sono necessari per creare condizioni estreme in cui l’umanità dei personaggi possa davvero emergere’.
Uscito nel 2011, The king of pigs ha vinto tre premi al Busan International Film Festival ed è stato il primo film d’animazione coreano presentato al Festival del Cinema di Cannes. Dopo questo esordio sorprendente, preceduto peraltro da alcuni cortometraggi, Yeon Sang-hon ha dato prova di una affascinante versatilità, spaziando non solo da un genere all’altro (animazione, fantascienza, action, horror, zombie movie, thriller, dramma sociale) ma anche da un tipo di scrittura a un altro in base alla fruizione: da quella adatta al cinema a quella specifica per la serialità. Suo grande merito è non perdere mai né la propria cifra stilistica né la concentrazione sui temi che più lo interessano.
FKFF 2026 – Omaggio a Gong Yoo
A MAN AND A WOMAN – UN UOMO E UNA DONNA

Regia: Lee Yoon-ki
Sceneggiatura: Lee Yoon-ki
Genere: Drammatico
Fotografia: Kim Dong-young
Musica: Bang Jun-Seok
Cast: Gong Yoo, Jeon Do-yeon
Durata: 114 min
Origine: Corea del Sud
Anno: 2016
Sang-min e Ki-hong, entrambi coreani, vivono temporaneamente in Finlandia e accompagnano i rispettivi figli alla stessa scuola. Il bambino di Sang-min è autistico, la figlia di Ki-hong è affetta da depressione infantile. I due protagonisti hanno occasione di conoscersi accompagnando i bambini a un campus scolastico. Dopo aver trascorso una notte insieme, ognuno ritorna alla propria vita, ma l’affinità e l’attrazione che hanno condiviso riaffiorano, complicate dai doveri e dai sentimenti di entrambi verso i figli e dal senso di responsabilità di Ki-hong per la problematica madre della sua bambina. Il lieto fine non è affatto garantito.
Impossibile non pensare a Un uomo, una donna di Lelouch, del 1966, probabilmente sopravvalutato ma diventato un classico, e impossibile anche non iniziare la visione con un minimo di scetticismo. E invece no. A man and a woman è il convincente racconto di un amore difficile e consapevole. La presenza dei due bambini diversi dagli altri e bisognosi di un aiuto in più rispetto ai loro coetanei conferisce alla storia un’essenza di autenticità e di realismo che diventa anche la lente attraverso la quale metterla a fuoco e comprenderla. L’amore tra Sang-min e Ki-hong non è una passione travolgente, ma un sentimento delicato che nasce, non a caso, in una terra straniera per entrambi, dove il paesaggio innevato suggerisce il desiderio di calore e contatto. A fronte di un gelo interiore causato dalla complessità irrisolta e dolorosa delle rispettive situazioni familiari, la caratteristica di questo amore è la maturità: una vita diversa è teoricamente possibile, entrambi se ne rendono conto, ma la realtà è un’altra cosa, ha i suoi tempi che spesso non coincidono, le sue esigenze, i suoi prezzi da pagare.
Il regista Lee Yoon-ki sembra rimanere, volutamente, sempre un passo indietro rispetto alla vicenda, privilegiando le esitazioni, i gesti trattenuti e la sospensione degli intenti rispetto a scene esplicite e coinvolgenti. Il suo punto di forza è raccontare un amore vissuto soprattutto nella propria interiorità, con la lucida coscienza dei propri limiti, senza nascondere le indecisioni e senza tendere a trionfali capovolgimenti. La tenerezza che scaturisce dal riconoscimento dell’altro come qualcuno che condivide le stesse difficoltà nella vita quotidiana, unita all’emozione di quel qualcosa di indefinibile che fa sì che un amore possa chiamarsi tale, sono più potenti di qualsiasi illusoria promessa di eternità.
Il film è stato proiettato all’interno dell’omaggio a Gong Yoo, che offre un’interpretazione intensa e misurata. Il suo personaggio, del resto, non ha niente da spartire con il prototipo del protagonista di un k-drama, di solito tendenzialmente galante e animato da smisurata devozione per la donna in questione. Il regista gli affianca Jeon Do-yeon, attrice sudcoreana tra le più apprezzate e già presente nel suo My Dear Enemy, che nel 2008 aveva vinto il BaekSang Arts Awards per la miglior regia.