Vita da Carlo

Stelle: 7,5

Genere: serie tv comedy

Regista: Carlo Verdone, Arnaldo Catinari

Sceneggiatura: Carlo Verdone, Nicola Guaglione, Roberto Marchionni (Menotti), Pasquale Plastino, Ciro Zecca, Luca Mastrogiovanni

Interpreti: Carlo Verdone (sé stesso), Max Tortora (sé stesso), Anita Caprioli (Annalisa), Monica Guerritore (Sandra), Antonio Bannò (Chicco), Caterina De Angelis (Maddalena), Maria Paiato (Annamaria), Filippo Contri (Giovanni), Andrea Pennacchi (Gustavo Signoretti), Giada Benedetti (Rosa Esposito), Pietro Ragusa (Lucio Nuchi), Stefano Ambrogi (Ovidio Cantalupo), Claudia Potenza (Ivana) e con la partecipazione di Roberto D’Agostino (sé stesso)

Produzione: Aurelio e Luigi De Laurentiis per Filmauro, Prime Video

Durata episodio: 28’

Origine/Anno: Italia, 2021

Messa in onda: dal 5 novembre 2021 su Amazon Prime Video. Prima mondiale

SCRIPT: uno dei maggiori punti di forza risiede nella scrittura, con dialoghi spassosi e personaggi ben caratterizzati.

RITMO NARRATIVO: risulta sostenuto, con il giusto equilibrio tra dialoghi, sketch tragicomici e momenti riflessivi e meditativi.

LOCATIONS: Roma, città divisa tra le meraviglie del centro storico, ammirabile dalle vedute dall’alto, e i disagi causati da anni di cattiva gestione.

RECITAZIONE: esilaranti Stefano Ambrogi e Pietro Ragusa, nei rispettivi ruoli del produttore rude e “terra terra”, e dello sceneggiatore enigmatico e intellettuale. Verdone dà il meglio di sé nei momenti di rabbia e solitudine, e nelle gag in coppia con Max Tortora, ma non convince fino in fondo, risultando un po’ monocorde nei panni del benefattore.

MUSICA: la presenza della musica è marginale, il più delle volte tende a suggerire le emozioni.

ORIGINALITÀ DELLE  SOLUZIONI NARRATIVE/FORMALI: la prima serie autobiografica di Carlo Verdone racconta, con un linguaggio surreale e innovativo, la sua quotidianità tra ansie, sogni e ipocondria.

PILOT – Una grande proposta

Festival di Cannes 2021. Carlo Verdone è in ansia durante la proclamazione del vincitore della Palma d’oro. Vince lui con L’incrocio delle ombre. L’intera sala è unicamente composta da cartonati di Verdone, più quello autentico che si alza per raggiungere il palco, ritirare il premio e fare il discorso. Dopodiché, il presentatore francese comincia a parlare in romanesco, chiedendo un selfie al regista. Verdone riprende i sensi dopo una colonscopia, l’annunciatore in realtà è il medico, che gli chiede un’altra foto perché la prima è venuta male. Niente polipi, solo qualche diverticolo. Sigla. A casa sua, Carlo sta facendo colazione, quando Chicco (Antonio Bannò), il fidanzato della figlia Maddalena (Caterina De Angelis), irrompe in cucina infastidendo il regista e chiedendogli perché voglia fare un film drammatico dove non reciterà. Verdone spiega che non c’è nulla di strano a voler affrontare una nuova avventura. Giunge Maddalena, la quale comincia a discutere con Chicco, che, invece di seguirla a Londra per costruire un futuro insieme, preferisce oziare a casa di Carlo. Al padre che le dice di rifletterci con calma, Maddalena rivendica la propria indipendenza, spiegando che non avrà mai un contratto di ricerca in Italia e non vuole che tutti vengano mantenuti da lui. Squilla il cellulare di Carlo, è la sua manager Rosa (Giada Benedetti), la quale lo informa che il produttore continua a chiamare per saperne di più sul film. Entra in scena lo sceneggiatore Lucio (Pietro Ragusa) che discute con Carlo sul titolo del film, L’incrocio delle ombre, troppo cupo secondo il regista, che vorrebbe lasciare un po’ di speranza nel finale. Lucio spiega che si tratta di un’opera tra Tarkovskij e i fratelli Grimm, piena di contrasti. Al che Verdone chiede allo sceneggiatore come potrebbe reagire lo spettatore che ha amato tutte le sue commedie precedenti; Lucio gli risponde che lui ora è maturato, e aggiunge che con questo film lo porterà a Cannes, Berlino e Toronto; inoltre vuole vedere la sua faccia sulla copertina dei Cahiers du cinéma. Il regista si convince, vuole dimostrare di saper fare anche altro oltre alle commedie. Giunti insieme dal produttore, Verdone comincia a raccontare nei minimi dettagli la storia di due malati psichiatrici che si innamorano e fuggono dal manicomio; l’immagine diventa in bianco e nero, imitando la pellicola rovinata del cinema degli esordi. L’idea è quella di omaggiare Murnau, nel bosco c’è un incrocio e un’ombra che avanza: è un orso che si posa ai piedi della donna, che lo accarezza e lo fa addormentare. L’immagine torna a colori, Verdone continua a spiegare la sua “favola psichedelica”, quando il produttore adirato lo interrompe per coprire di insulti sia lui che lo sceneggiatore; tra le altre cose esclama «270 pagine di descrizioni senza dialoghi. Nun se capisce niente!». Una volta cacciato lo sceneggiatore dalla stanza, il produttore dice a Carlo che rivuole i personaggi.

Verdone è in crisi, coglie Chicco farsi i filtri con le copertine dei suoi copioni. Esausto, va dalla figlia per dirle che la sostiene nella sua scelta di partire per Londra.

Durante una cena di famiglia tira una brutta aria, si comincia a litigare a causa dell’arroganza di Giovanni (Filippo Contri), così Maddalena e la madre Sandra (Monica Guerritore) abbandonano la cena. A tavola rimane solo Carlo.

Passeggiando per i vicoli del centro storico, Max Tortora confida a Carlo di non nutrire più desiderio verso la moglie. L’amico allora gli consiglia  di “farlo strano”, magari organizzando un appuntamento con un’altra coppia. I due giungono in farmacia, dove a servirli c’è la dott.ssa Annalisa (Anita Caprioli). Un signore chiede un selfie a Verdone e una farmacista a Max, scambiandolo per De Sica. Un ragazzo ha un incidente col motorino a causa di una buca. Sentito il rumore, Carlo e Max corrono in strada, dove Verdone comincia un discorso sulla cattiva gestione di Roma. Viene filmato da qualcuno e il video diventa subito virale; così il Presidente della regione Lazio, Gustavo Signoretti (Andrea Pennacchi), chiede un incontro con Verdone, in cui gli propone di candidarsi a sindaco di Roma. Nel terrazzo condominiale, la colf Annamaria (Maria Paiato) confida a una collega dell’incontro tra Verdone e Signoretti.

Rimasto solo, Carlo è in crisi. Max propone alla moglie Ivana (Claudia Potenza) di fare un’esperienza con un’altra coppia, come risposta riceve uno schiaffo. La collega di Annamaria fa le pulizie a casa di Roberto D’Agostino, così gli spiffera dell’incontro tra Signoretti e Verdone. D’Agostino telefona alla redazione e improvvisa una breve. Per strada, Carlo incontra vari cittadini che tifano per lui, poi viene assalito dai giornalisti, finché non arriva Max in Smart che lo salva dalla situazione. Verdone si reca dal produttore per comunicargli che non può fare il film, poiché sta riflettendo se candidarsi a sindaco di Roma.

Recensione

Giunto all’età di 70 anni, Verdone vorrebbe mettersi dietro la macchina da presa e realizzare un film più intimista e autoriale. Ma sembra avere solo due opzioni davanti a sé: continuare a ripetersi con l’ennesima commedia sui personaggi, come Furio, Ivano e Leo (tutti lo considerano più attore che regista, tant’è che Chicco gli dice «però se non ce stai te Ca’, er film è monco») o accettare la proposta di candidarsi a sindaco di Roma. Proprio la capitale d’Italia rappresenta il correlativo oggettivo di Verdone. Vita da Carlo mette in luce le contraddizioni di una città divisa tra i continui problemi di cattiva gestione, quali buche, immondizia, lungaggini burocratiche e le bellezze del centro storico. Una città meravigliosa, ma invivibile. Come Roma non può esprimere appieno la propria meraviglia, venendo lentamente logorata dalla “mancanza di educazione civica”, Verdone non può realizzare il suo film d’autore, perché dall’altra parte non c’è la giusta sensibilità artistica per accoglierlo.

L’articolo di Dagospia è una critica a quest’Italia, dove la comicità la fa da padrone in ogni aspetto della vita. Tanto che non c’è più spazio per nient’altro che non sia leggero: dalla tv al cinema, dai social alla politica. Com’è facilmente intuibile, tale frivolezza mette in crisi ogni settore: come in politica non c’è più autorevolezza e serietà, così nei cinema è impossibile trovare un film “alla Murnau” o “alla Tarkovskij”, che rifletta sui dilemmi dell’essere umano e sul rapporto con la natura. Secondo il produttore Ovidio (Stefano Ambrogi, probabile caricatura di Aurelio De Laurentiis), solo “chi si vuole suicidare” andrebbe al cinema per vedere un film riflessivo e con pochi dialoghi. Allora Verdone la butta sul comico, che è poi un tragicomico. Proprio la sequenza con il produttore è tra le vette più alte del pilot, tanto spassosa quanto amara. L’utilizzo del grandangolo e le inquadrature dal basso sull’intimante energumeno producono un effetto grottesco, rafforzato dalla recitazione sopra le righe di Stefano Ambrogi.

È così che Vita da Carlo è in continuo bilico tra realtà e immaginario, tra gioia e dolore, fin dalle prime sequenze: il sogno di vincere la Palma d’oro e lo spiacevole risveglio post-colonscopia. Se è vero che l’opportunità di candidarsi a sindaco della capitale gli permetterebbe di migliorare la sua tanto amata Roma, è vero pure che lo costringerebbe a mettere da parte la carriera di una vita come cineasta a tutto tondo: non solo attore, ma sceneggiatore e regista.

Il pilot presenta un’estetica che strizza l’occhio alla serialità americana, a partire dalla fotografia Teal and Orange, che caratterizza soprattutto gli interni. La sigla è dinamica: come un burattino nel suo appartamento, la macchina da presa gira vorticosamente intorno a Verdone, per poi fermarsi alle sue spalle; tutto attorno volano lettere colorate e luminescenti che vanno a comporre il titolo in caratteri bianchi.

Come ogni commedia che si rispetti non mancano gli equivoci, di cui è vittima soprattutto Max Tortora, scambiato per il “signor De Sica”. Episodio tanto divertente quanto vero, ha raccontato l’attore alla Festa del Cinema di Roma, dove la serie è stata presentata in anteprima. In linea generale, buona parte di ciò che viene raccontato è autobiografico, come la “grande proposta”, la quale però, rivela Verdone, è stata declinata nell’arco di mezz’ora.

 

Martina Cancellieri