VENEZIA ’78  

Premessa

Venezia 78 è stata un’edizione ricca di film stilisticamente molto belli, attenti al tema della donna, delle relazioni famigliari, dei soprusi. Non sono mancati i film ispirati ad una storia vera e i biopic come Spencer, sulla storia di Lady D., o Leave no traces. Film molto diversi tra loro come La Caja o l’Avenment  che raccontano la fatica dell’essere determinati a fare quello che viene sentito giusto, a costo di sacrificare/penalizzare il rapporto con i propri riferimenti in un’ottica critica e di denuncia. Competencia oficial e Illusions perdue riflettono sulle ipocrisie del cinema il primo e sulla stampa e i giornali il secondo. Si sono visti anche film dedicati al diverso come Mona Lisa and the Blood Moon e Freaks out o su una possibile neo realtà che diventa incombente come America Latina e The Lost Daughter.

Nel complesso si è trattato di un’edizione che non ha tradito le aspettative.

America latina di Damiano e Fabio D’Innocenzo

Latina oggi. Massimo Sisti è un dentista apprezzato sia dai pazienti sia da chi lavora con lui. Ha una cosiddetta bella famiglia, cioè una moglie e due figlie che per lui sono molto importanti, e una villa grande e posizionata in una zona molto tranquilla di Latina. Tutto procede sui binari noti fino a quando un giorno scende in cantina e lì trova l’inaspettato e impensabile.

I D’Innocenzo sono al terzo film e confermano la loro predisposizione a fare un cinema distante forse non anni luce ma in misura considerevole dal resto del panorama italiano. Se lo possono permettere avendo a disposizione, dopo Favolacce, un attore come Elio Germano capace di dare spessore anche ai personaggi interiormente più complessi. Lo spettatore (che non deve sapere anticipatamente quasi nulla sullo sviluppo della vicenda, prova ne sia l’assenza di un trailer) viene costretto ad interrogarsi continuamente chiedendosi se si tratti di realtà, di delirio del protagonista o di altro. Tutto ciò utilizzando luoghi specifici del cinema di genere come la cantina per poi trasfigurarli dando loro una funzione inattesa. (g.z.)

Competencia official di Mariano Cohn, Gastón Duprat

Un ricco uomo d’affari decide di voler essere ricordato anche per mecenatismo nei confronti del cinema e quindi vuole produrre un film. Mette quindi sotto contratto una regista famosa, Lola Cuevas,   anche per la sua stravaganza e due attori tanto importanti quanto dotati di un ego smisurato. Uno, Félix Rivero, è un attore di stampo hollywoodiano e l’altro, Iván Torres invece è l’esponente di punta del teatro d’avanguardia.  I due non si amano ma saranno costretti a convivere  e anche, grazie a Lola, ad interrogarsi sulla propria professione.

Se dalla sinossi si poteva pensare a un plot para bergmaniano in realtà si è stati smentiti nel giro di pochi minuti.  Si è trattato del film più sottilmente ed intelligentemente divertente di tutta la Mostra con tre attori al top non solo delle prestazioni individuali ma della capacità di tenuta collettiva dalla prima all’ultima inquadratura. Assecondati da una regia che conosce i tempi comici hanno saputo concentrare in ognuno dei personaggi vizi e virtù di registi ed attori mostrando maschere e volti in alternanze esilaranti. La giuria ha dato il premio per la migliore attrice a Penelope Cruz. Ovviamente non per questo film ma per quello diretto da Almodovar. Non sia mai che la prestazione in un film che diverte con acume possa essere omaggiata con un riconoscimento! (g.z.)

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

Saverio e Maria, appartengono alla buona borghesia di Napoli e hanno tre figli. Uno di loro è Fabio, prossimo alla maturità classica, timoroso delle donne e segretamente innamorato della disinibita e non proprio tranquilla zia Patrizia. Intorno a loro ruota una serie di personaggi ognuno con il proprio carattere definito. La vita in fondo si presenta come un carosello dal moto incessante fino a quando accade una tragedia.

Paolo Sorrentino ha finalmente trovato l’occasione e la misura giusta per portare il proprio Amarcord sullo schermo (che sarà temporaneamente grande per poi restringersi visto che si tratta di un film prodotto da Netflix). Lo fa con il desiderio, lui che ha così ampiamente descritto Roma secondo una sua barocca visione, di rendere omaggio alla sua città Natale: Napoli. A cui ritorna con il ricordo del grande dolore della perdita di entrambi i genitori ma anche con la consapevolezza di essere cresciuto in un mondo di grande generosità umana in cui ogni persona diventava ipso facto un personaggio e in cui la voglia di fare cinema si traduceva in una necessità per cercare di superare il distacco. (g.z.)

Freaks out di Gabriele Mainetti

Roma,1943. Quattro personaggi, dai caratteri singolari quanto i loro superpoteri, sono guidati da Israel, impresario ebreo del circo Mezzapiotta che ad un certo punto scompare. Lucio l’uomo-lupo, Matilde la ragazza elettrica, Mario il nano che attira e fa muovere il metallo ed infine Cencio che comanda qualunque tipo di insetto, sono l’ossessione di Franz, talentuoso pianista con sei dita, fanatico nazista e direttore del rinomato Berlin Zircus. Grazie all’etere, Franz ha delle visioni sul futuro e i quattro gli servono per invertire le sorti della guerra, far trionfare Hitler e soprattutto ottenere il proprio riscatto sociale, dopo il mancato arruolamento in guerra e le numerose derisioni subite per le sue anomalie fisiche e caratteriali.

Freaks out è una grossissima produzione, quasi un colossal, costato 130 milioni di euro, per  realizzare un film che sviscera su ogni fronte il tema dei mostri e del diverso.

Il ritmo incalzante, le scene portate all’estremo, i dialoghi sopra le righe e l’interpretazione ironica e quasi caricaturale degli attori lo rendono un comixfilm che afferma una sua singolarità e autorevolezza rispetto alle classiche produzioni Disney e Marvel, aggiungendo, come in Jeeg Robot, una nota poetica colma di riflessioni. Mainetti non dimentica di citare Bastardi senza gloria di Tarantino e ovviamente Freaks di Browing per affidare come sempre a loro, i diversi, il compito di salvare l’umanità, con piccoli e grandi gesti come quello in cui le lacrime di un bambino possono essere trasformate in un sorriso, utilizzando in modo poliedrico qualsiasi mezzo artistico, dalle musiche al disegno.(m.a.v.) 

Il buco di Michelangelo Frammartino

Nel 1960 si completava la costruzione verso l’alto del grattacielo Pirelli di Milano; l’anno successivo un gruppo di speleologi si è addentrato all’interno dell’Abisso di Bifurto, una grotta lunga 683 metri di profondità nel Parco del Pollino. Un’impresa speleologica senza precedenti per l’epoca a cui non è stato dato il giusto risalto e la giusta enfasi e a cui pone rimedio Frammartino, dando voce alla natura e alla sua infinita enigmaticità. Un pastore del paese vicino viene colpito da un malore e un medico lo ausculta per capire come stia, mentre gli speleologici si muovono con la stessa precisione alla conquista di queste profondità, mappandone i contorni, auscultandone gli antri. Un connubio uomo-natura, magico e infinito nelle sue possibilità di esplorazione anche quando si possono chiaramente delineare i confini, rimane comunque colmo di fascino e di mistero e di fatto inconoscibile nell’atto di nascere come in quello del morire, l’esplorazione anche se conclusa non potrà mai rispondere alle reali domande sull’esistenza.

Il buco, terzo lungometraggio di Michelangelo Frammartino,  è un film filosofico, un viaggio di ritorno alle origini, ai suoni primordiali, a ciò che ancora conserva le tracce di un’epoca ancestrale priva di quella civilizzazione che ha prodotto la Pirelli e che solo apparentemente pone l’uomo in una dimensione di dominatore e non di soggetto a quella madre natura da cui in realtà dipende. Frammartino riesce in un impresa quasi impossibile per le naturali condizioni di assenza di luce: filmare l’esplorazione dell‘Abisso di Bifurto e lo fa con un linguaggio iconico peculiare e stilisticamente riconoscibile che diventa protagonista. (m.a.v.) 

Illusions perdutes di Xavier Giannoli

Lucien Chardon è un talentuoso quanto sconosciuto poeta che vive durante il periodo della Restaurazione francese. Convinto delle proprie capacità letterarie, lascia la tipografia di famiglia e la città natale per trasferirsi a Parigi in cerca di fortuna con l’unica protezione della sua amata e mecenate, madame de Bargeton, signora sposata e fonte di molte delle illusioni che faranno perdere Lucien. La voglia di successo e di guadagno metteranno a dura prova le sue ambizioni letterarie e determineranno inevitabilmente la sua nemesi.

Film reso avvincente dal buon uso delle musiche e della voce narrante che lo rendono godibile senza sentire il peso dei suoi 144 minuti e dell’ambientazione storica.

Il film permette di esplorare il mondo dell’editoria e in generale  dell’attuale consumismo ai suoi albori con una critica sarcastica a questo modello, in cui il successo e la disfatta sono determinati dal profitto e dove tutto e tutti risultano in vendita all’interno di un teatrino guidato sempre e solo dal miglior offerente.

Il film con un cast importante tra cui il regista Xavier Dolan, qui nei panni del protagonista, racconta il mondo contemporaneo accecato da continue illusioni e bisogni indotti, in cui il senso di smarrimento di se stessi è l’unico elemento reale con cui confrontarsi. (m.a.v.)

Kapitan Volkonov Bezhal  di Aleksei Chupov, Natasha Merkulova

Unione Sovietica 1938.  Il capitano Volkonov opera nella Sicurezza nazionale e si occupa di interrogatori che vengono definiti ‘speciali’. Gli interrogati appartengono alla categoria dei sospetti controrivoluzionari.  Percepita la minaccia di un pericolo per  la sua stessa persona decide di scomparire avendo però i colleghi alle calcagna. Un avvertimento che arriva dall’altrove gli  fa prendere coscienza che, qualora dovesse essere catturato e morisse, le porte del Paradiso per lui sarebbero chiuse. A meno che riesca ad ottenere, mentre è ancora in vita, il perdono da chi ha subito le sue vessazioni violente. Il cinema, nel corso della sua storia, ha avuto diverse opportunità per mettere a nudo l’iniquità della tortura. Lo ha fatto con denunce di fatti accaduti in precisi contesti storici. Anche in questo caso il contesto storico è definito ma la narrazione si sposta su un piano diverso. Volkonov, è vestito con una divisa che ricorda il Montag di Fahrenheit 451  e come lui diserta.  La sua salvezza non è però, come in quel caso legata alla collettività, ma è individuale e, in qualche misura, metafisica. Il perdono deve arrivare a lui come persona da una ‘persona’ rimasta tale nonostante gli orrori patiti. Si sentono echi lontani della grande letteratura russa in questa ricerca di una redenzione non facile da conseguire. (g.z.)

La Caja  di Lorenzo Vigas

Hatzin è un adolescente, incaricato dalla nonna di recuperare le ceneri del padre trovato in una fossa comune nel nord del Messico. In autobus, nel viaggio di ritorno verso Città del Messico, vede un uomo assomigliare al padre e non lo lascia in pace fino a quando quest’ultimo non decide di prenderlo a lavorare con sé. Il suo compito sarà quello di aiutarlo a trovare operai, pagati settimanalmente, per una fabbrica tessile che promette vitto e alloggio, ma non rispetta le norme contrattuali sfruttando l’ignoranza e l’indigenza dei lavoratori. Una delle operaie cerca di far valere i suoi diritti ma presto scompare.

La Caja è l’ultimo capitolo di una trilogia che il regista ha dedicato alla paternità in America Latina, dopo il lungometraggio d’esordio nel 2015 Desde allà vincitore del Leone d’Oro nel 2015. Una paternità spesso assente e come ha dichiarato il regista, “la figura del leader ha finito per riempire, da un punto di vista psicologico, quel vuoto, quel bisogno, rappresentando quel padre che non è mai stato presente in famiglia”. Film di denuncia di un sistema senza riferimenti paterni da sempre intesi anche come normativi e di tutela, in cui il padre, appunto, si fa credere morto per rifarsi una vita e una famiglia, passando dal ruolo di sfruttato a quello di sfruttatore mentre chi ha il coraggio di denunciare le ingiustizie viene eliminato. Non è contemplata nessuna redenzione: gli sfruttatori vengono comunque sfruttati e l’unica possibilità di fronte agli orrori della violenza e dell’ingiustizia rimane quella di rinnegare i propri padri, anche putativi, per trovare una propria strada e una legittimità dell’esistenza.(m.a.v.)

L’evenement di di Audrey Diwan

1963, Francia. Anne è una giovane donna che ama la letteratura di spessore e intende completare gli studi per uscire dalla condizione proletaria della propria famiglia. Mentre gli esami finali si avvicinano scopre di essere incinta in un’epoca in cui si può abortire solo clandestinamente mettendo a repentaglio la propria vita.

Il film meritatamente vincitore del Leone d’Oro è un adattamento dell’ omonimo romanzo di Annie Ernaux che narra un’esperienza autobiografica.  Si potrebbe pensare che si tratti ormai di un riferimento ad un passato remoto ma le recenti leggi in materia promulgate in Texas finiscono col renderlo invece attuale. Diwan ci propone il percorso scandendolo sul versante cronologico in modo da rendere sempre più immersiva l’esperienza per lo spettatore. Perché di esperienza finisce con il trattarsi. Anche se la regia non forza la mano è l’evidenza dei fatti a creare un disagio produttivo di significazione in chi guarda. Perché era (e per alcuni lo è ancora) facile puntare il dito contro chi interrompe una gravidanza ma quando ci si accosta come fa la regia con uno sguardo al contempo partecipe e razionale ai soggetti reali (cioè alle donne) allora se ne possono capire i tormenti così come l’assurdità di lasciare in mano a persone non qualificate la loro sorte. (g.z.)

Leave No Traces  di Jan P. Matuszynski

1983-Polonia. Grzegorz Przemyk frequenta il liceo ed è figlio di una famosa poetessa. Arrestato per una bravata adolescenziale viene picchiato dalla polizia e muore due giorni dopo in ospedale. Un amico che è stato fermato insieme a lui è testimone dell’accaduto. IIl funerale del ragazzo vedrà la partecipazione di un ingente numero di persone. Ciò mette in allarme i vertici del potere che cercano di imporre il silenzio su quanto accaduto inventando false versioni.

Il film di Matuszynski nonostante la sua lunghezza tiene avvinto lo spettatore come accadeva un tempo con i film di Costa Gavras. Perché la ricostruzione minuziosa di quanto accaduto mette in evidenza i meccanismi della macchina del depistaggio con assoluta lucidità. Tra coloro che sono presenti nel film si vede anche padre Jerzy Popiełuszko che a sua volta  finirà con l’essere ucciso perché dissidente. Si tratta  quindi di un film importante che arriva sugli schermi però nel momento sbagliato. Perché è facile immaginare l’uso che ne farà il governo in carica che utilizza metodi di intimidazione molto simili a quelli dell’epoca comunista posizionandosi su un crinale ideologico opposto. Sarà l’occasione per mostrare come erano cattivi quelli che c’erano privi facendo dimenticare che ora non è affatto oro quel che si vorrebbe sovranisticamente far luccicare.(g..z.)

Madres Parelelas  di Pedro Almodovar

Due donne si trovano a condividere la stessa stanza di ospedale prima di partorire. Per entrambe la gravidanza è stata un evento inaspettato, frutto però di due situazioni molto diverse. Se per una, Ana, è l’esito di una violenza, per Janis, donna di mezza età, è data dall’incontro passionale con Arturo che la aiuterà (come archeologo) a trovare quella fossa comune in cui potrebbe essere sepolto il suo bisnonno, vittima dei falangisti durante la guerra civile spagnola. Due donne che, nei brevi momenti che precedono il parto, stabiliscono un legame molto importante e profondo che permetterà loro di imparare l’una dall’altra e ridefinire in crescendo la propria maternità; una maternità a tuttotondo che va a braccetto con quella di una nazione che deve affrontare le proprie imperfezioni e i propri lutti e che è complessa, ricca di ambivalenze e di sfumature e che può modificarsi e migliorarsi. 

Almodovar con questo film riprende uno sguardo femminile a lui caro a cui aggiunge un discorso sull’importanza di ritrovare le proprie origini, prima individuali e poi necessariamente collettive, facendo i conti con una verità storica dolorosa e traumatica per ricongiungersi ai propri cari e ritrovare così la propria identità e dignità. (m.a.v.)

Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour

Una ragazza asiatica ha il potere di controllare gli altri con la mente e in una notte di luna piena (da cui il titolo) evade dal manicomio criminale in cui era stata rinchiusa molti anni prima. Nella sua fuga a New Orleans farà diversi incontri tra cui una spogliarellista e suo figlio che cercheranno di aiutarla. Cammino iniziatico della protagonista che, come il genere richiede, deve comprendere i sentimenti propri e altrui e, all’insegna del “c’è ancora qualcosa di buono da salvare”, se utilizzare o no i propri poteri in senso distruttivo. Film avvincente, fantasy e un po’ splatter che richiama (o meglio vorrebbe evocare) le atmosfere dei film anni Ottanta e Novanta con una colonna sonora tra Heavy Metal e la Techno italiana. Film godibile in cui si intuisce l’intento della regista di esplorare la natura umana aldilà dei ruoli che la società impone: il risultato è un ritmato continuo déjà vu. (m.a.v.)

On the Job; The Missing 8 di Erik Matti

Il sindaco di La Paz Pedring Eusbio è una sorta di padre padrone della città che si sente legittimato ad agire senza limiti in quanto autore di una ripulitura della città dal crimine. Ogni giorno da una radio della capitale viene incensato dal giornalista Sisoy Salas Ad opporglisi è ormai rimasto solo il direttore e proprietario del quotidiano LPN con i suoi collaboratori. Perché il sindaco si avvale di sicari per eliminare gli oppositori e arriva anche a far sparire alcuni giornalisti di LPN.

Erik Matti ha dichiarato che ciò che mostra in questa, che ormai ha la dimensione di una serie, non ha niente a che vedere con l’attuale situazione politica delle Filippine e con il governo di Rodrigo Duterte. In effetti il primo capitolo, che ora verrà agganciato a questi 208 minuti, risale al 2013 cioè a 3 anni prima dell’insediamento dell’attuale presidente. Nonostante i suoi dinieghi  quantio appare sullo schermo assume una dimensione di verosimiglianza che coinvolge lo Stato, l’amministrazione locale, la criminalità, la struttura carceraria e della polizia nonché i media che osannano o cercano di contrastare il malaffare. Al centro troviamo la figura del giornalista Sisoy (interpretato da John Arcilla che ha conquistato la Coppa Volpi) il quale compie un percorso di revisione del proprio operato in un’opera che contiene meno azione di quanto pensabile e che mostra come si possa aspirare a una platea internazionale (visto che è approdata anche a Venezia) pur partendo da una realtà sociopolitica molto definita e localizzata. (g.z.)

Qui rido io di Mario Martone

Eduardo Scarpetta è il capocomico napoletano per eccellenza. Ha una famiglia che oggi definiremmo ‘allargata’ perché ha sposato Rosa De Filippo che aveva un figlio illegittimo, che lui riconosce, e  con la quale mette al mondo due figli. Altri due figli la ha dalla sorellastra di Rosa ma è con la di lei nipote Luisa che ha avuto tre figli di cui tutti ricordano il nome: Titina, Eduardo e Peppino. Rosa è a conoscenza di questo complesso ambito familiare. Scarpetta, così come è esuberante sul piano  delle relazioni lo è anche nella professione. Porterà in scena una parodia de “La figlia di Iorio” di D’Annunzio che il Vate considererà come un plagio portandolo in tribunale.

Toni Servillo aggiunge, grazie a Mario Martone, alla sua già più che rilevante serie di personaggi cesellati con professionalità assoluta, anche quello di Scarpetta. L’attore di oggi si cala alla perfezione nell’attore di ieri offrendogli sguardi, gesti e dettagli che, al contempo, lo descrivono in quel passato ma ce lo trasferiscono nel presente. Senza mai cadere nel vaudeville alla partenopea Martone costruisce non solo la figura di un uomo (e di tre donne) che gestiscono un mènage ante litteram oggi non proprio inusuale ma ci consente di leggere, ovviamente dal suo punto di vista, le psicologie in fieri di tre grandi del teatro (e non solo) italiano. Vedere i tre De Filippo bambini e, in particolare, la frustrazione del piccolo Peppino tenuto sempre in disparte aiuta a comprendere le tensioni che i due fratelli avrebbero poi avuto nel futuro. (g.z.)

Reflection di Valentyn Vasyanovych

Serhiy è un chirurgo di Kiev che si reca come volontario per la guerra nel Donbass. Per un errore viene fatto prigioniero dai russi non viene ucciso perché utile in quanto medico. Deve però assistere a torture e violenze nonché collaborare a portare via i cadaveri di coloro che non sono sopravvissuti all’orrore. Tra loro c’è anche Andrii, il nuovo compagno della moglie.

Vasyanovych è ucraino e non smette di ricordarci che le guerre moderne non sono meno orribili di quelle di un tempo relativamente lontano. Lo fa con un senso di repulsione ma anche di freddezza nei confronti di ciò che mostra quasi a giustificare  il titolo del film. I riflessi sono infatti quelli che possiamo trovare sui vetri che costellano il film a partire da quella battaglia simulata a colpi di vernice tra ragazzi che apre la narrazione. Quei vetri proteggono da quanto avviene al di là (ivi compresa la morte di un piccione che vi sbatte contro). In guerra verranno a cadere e non ci sarà più protezione alcuna. Tutto questo sarebbe efficace e significativo se l’estetizzazione eccessiva delle inquadrature fisse non depotenziasse il tutto trasformando i tempi lunghi in tempi morti. (g.z.)

 Spencer di Pablo Larrain

Nel 1991, durante le vacanze di Natale con la famiglia reale a Sandringham House, nel Norfolk, Diana Spencer evidenzia una sempre maggiore insofferenza verso il marito Carlo, principe del Galles e tutti gli oneri dell’etichetta legati all’essere parte della famiglia reale. L’inizio del film in cui Diana si perde nelle campagne inglesi mentre l’attendono per l’inizio dei festeggiamenti è già indicativo del conflitto identitario in cui si ritrova. Diana interroga lo spaventapasseri con la giacca del padre attorno al quale giocava da bambina, fa appello a tutte le sue forze per cercare di rimanere all’interno di un mondo che non solo non la rappresenta ma la allontana ogni giorno di più dal suo vero sé e nemmeno il legame con i figli e la sua fedele governante riescono più a contenere il suo disagio. Perfetta espressione di ciò è la bulimia, un vuoto interiore che la divora e che tenta di colmare con il cibo, ma che poi rifiuta categoricamente con il vomito.

Bellissima la sequenza in cui la vediamo danzare in una sfilata di abiti e pose che l’hanno resa famosa. Larrain riesce a fare un ritratto poetico e rispettoso di lady D, una figura così famosa e discussa. Il regista stesso ha dichiarato che il film è “la storia di una principessa che ha deciso di non diventare regina, ma ha scelto di costruirsi da sola la propria identità. E’ una favola al contrario”; Larrain riesce a farlo benissimo con una regia che incanta e rende questo personaggio nuovo pur nel suo essere conosciuto e intimo allo stesso tempo. (m.a.v.)

Sundown di Michel Franco

Neil Bennet, la sorella Alice e i figli di lei sono in vacanza ad Acapulco in un resort esclusivo quando un lutto familiare li richiama a Londra. Neil fa i preparativi per la partenza ma quando arriva il momento finge di aver dimenticato il passaporto in albergo e di non poter quindi prendere quel volo. Li raggiungerà non appena trovato il documento. Si fa portare da un taxi in un albergo di bassa qualità e si piazza sulla spiaggia limitrofa ad osservare i locali e i turisti e a bere birre tenute al fresco in un secchio.

Michel Franco fa ruotare praticamente l’intero film su un Tim Roth che si lascia vivere in un contesto sociale  distante anni luce dal suo sia per censo che per cultura seguendone un itinerario di monadismo che solo la relazione con una giovane donna sembra poter scalfire. L’attore è abilissimo nel mettersi a disposizione dei voleri del regista rinunciando al ventaglio di espressioni che gli è proprio e portando avanti un personaggio che si nutre di forza d’inerzia. Il problema è che per giungere al chiarimento e alla motivazione finale di questo atteggiamento la sceneggiatura si avvale a un certo punto di una totale mancanza di credibilità nella scena di svolta. Neil viene rintracciato su una spiaggia anonima  e praticamente fatto allontanare dalla stessa senza che ci sia una spiegazione logica sulle modalità del ritrovamento e sul perché la sua compagna messicana assista alla scena senza fare nulla. (g.z.)

The Card Counter di Paul Schrader

William Tell è un ex militare, che ha scontato una condanna per abusi sui prigionieri in Afganistan durante gli interrogatori. In carcere ha sviluppato la capacità di contare le carte, diventando un giocatore di poker professionista che si guadagna da vivere passando da un casinò all’altro con piccole vincite. La sua vita, dettata da precisi e meticolosi rituali, viene sconvolta dall’incontro con Cirk, un ragazzo che cerca il suo aiuto per uccidere un colonnello militare che considera responsabile della disfatta e della morte del proprio padre. William si offre di partecipare alle World Series of Poker, per vincere abbastanza soldi da aiutare Cirk a non intraprendere una strada segnata dalla violenza, coprire i suoi debiti e riprendere gli studi.

Schrader lavora per contrasti e mostra una mente devastata dai traumi e dai sensi di colpa grazie all’attenzione con cui il protagonista rende asettico il proprio ambiente. La stoffa  con cui ricopre le stanze rende il tutto uniforme, gli stimoli percettivi vengono controllati, il desiderio è che vengano annullati, formando una nuova pagina della propria esistenza ma ciò non è possibile e dunque vengono solo ricoperti, sedati in un unico e tenue lilla. Cosa si cela sotto? Schadrer avrà modo di svelarlo in un lento mutare del protagonista, un Oscar Isaac bravissimo che sembra anche lui ricoperto di una cera che lo rende imperscrutabile e che cerca in ogni modo una possibile redenzione ma per farlo dovrà rientrare in guerra e farsi giustizia, senza però alcun trionfalismo, nell’unica possibile evoluzione di un triste mondo amorale. (m.a.v.)

The Lost daughter di Maggie Gyllenhaal

Una professoressa universitaria, Leda, decide di trascorrere le sue vacanze  in un’isola greca, lontano da tutto e da tutti. In spiaggia la sua attenzione viene catturata in modo ossessivo da una giovane madre con sua figlia. Il loro rapporto evoca in Leda i ricordi della propria maternità e scatena emozioni e sentimenti che credeva sepolti. In poco tempo la realtà serafica della vacanza assumerà toni sempre più inquietanti, un inferno in cui il mondo interno ed esterno andranno ad assimilarsi, popolandosi di presenze violente e sinistre, alla ricerca di giustizia.

Debutto alla regia di Maggie Gyllenhaal, dopo un’importante carriera come attrice, in un film che assume le caratteristiche di un thriller/horror psicologico. La sottrazione di una bambola scatena i demoni della colpa di un’altra sottrazione, quella dal proprio ruolo di madre quando Leda era giovane e ambiziosa.

Basato sul romanzo di Elena Ferrante, La figlia oscura, il film affronta le ambivalenze della maternità, sentita non solo come un dono ma anche come un peso e una limitazione; un tema controverso, socialmente difficile da trattare e accettare. Grazie alla complicità di Olivia Colman, bravissima interprete di un altro personaggio difficile dopo la regina della Favorita, Coppa Volpi a Venezia 2018, c’è in Gyllenhaal la capacità di descrivere la solitudine di una donna e del prezzo che deve pagare per la ricerca di una reale parità con le figure maschili, nel lavoro come in famiglia. Peccato per la ridondanza di alcuni elementi che, nell’intento di rimarcare il loro significato metaforico, appesantiscono la narrazione. (m.a.v.)

The power of the dog  di Jane Campion

Il film, tratto dal romanzo omonimo di Thomas Savage, narra la storia di due fratelli che negli anni ’20 gestiscono il ranch più importante del Montana; Phil attraente, forte, intelligente e crudo mentre George è poco brillante, buono d’animo e goffo. Il loro è un rapporto difficile, in cui George cerca di sfuggire al carattere determinato e accentratore di Phil; le loro dinamiche si fanno più tese quando George nel giro di poco tempo sposa la vedova Rose e il figlio di lei, Peter, raggiunge la madre durante le vacanze estive. Il ragazzo, dopo aver subito numerose umiliazioni da parte di Phil, legherà con lui rivelandone segreti e debolezze e gli esiti saranno inaspettati.

Jane Campion torna a girare film dopo la serieTop of the Lake, aggiudicandosi il Leone d’argento per questo film che, suddiviso in cinque capitoli, sarà poi distribuito da Netflix. La regista dichiara di essere rimasta affascinata dai personaggi di questo romanzo e li descrive minuziosamente grazie all’uso dei campi lunghi e alla fotografia di Ari Wegner, evidenziando in ciascuno la peculiare solitudine all’interno di paesaggi sterminati e desolanti.  La bellezza e la poetica  delle immagini tuttavia dissolve il pathos che cerca di evocare e il film di fatto non decolla. (m.a.v.)

Un autre monde di Stéphane Brizé

Philippe Lemesle è il dirigente della sede francese di una multinazionale. Mentre la sua situazione familiare sta andando in profonda crisi perché la moglie lo accusa di farsi assorbire troppo dal lavoro, si trova a fronteggiare le richieste pressanti di consistenti tagli al personale da parte della casa madre.

Vincent Lindon è ormai diventato l’Yves Montand dei nostri tempi. Come l’interprete di Z.L’orgia del potere, La confessione, L’amerikano , ha scelto di rappresentare l’uomo che si interroga dinanzi ai problemi del proprio tempo senza temere di farsi coinvolgere.. In questo caso incarna il ruolo di chi deve confrontarsi con le leggi assurde di un liberismo ormai senza limiti e, al contempo, fronteggiare la pressione di coloro che ne sono vittime. Brizé continua il proprio percorso di indagine sulle storture sociali con l’efficacia di chi conosce la materia e sa come rendere credibili i personaggi che porta sullo schermo.(g.z.)

Maria Antonietta Vitiello e Giancarlo Zappoli