MOSTRA D’ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA 2022
Speciale a cura di Maria Antonietta Vitiello
Le recensioni che seguono intendono segnalare film che possono risultare di particolare interesse per una visione sia individuale sia nell’ambito dei Cinecircoli.
IN CONCORSO
The Eternal Daughter di Joanna Hogg
Una regista prenota una vacanza in quella che era l’antica residenza di famiglia, ora trasformata in un albergo. Il suo intento è scrivere il suo prossimo film sulla madre che in modo mistico e misterioso l’accompagna in questo viaggio nel passato: l’albergo, le sue stanze, il personale che compare e scompare permeano questo soggiorno di un clima fitto di mistero in cui piano piano emergono tutti i fantasmi ed i segreti legati alla dimora e soprattutto alla figura della madre che non si è permessa, in vita, di condividere i suoi vissuti più profondi di cui ora la figlia è alla disperata ricerca. Queste rivelazioni renderanno l’animo della regista finalmente libero e più sereno e nella sua opera riuscirà a celebrare la natura eterna e magica del legame con la propria madre.
Nelle atmosfere e nelle inquadrature Hogg ricrea un film che richiama al passato, ai film inglesi degli anni ’60, un mistery in tutti i sensi. L’idea quindi è di entrare in thriller/horror psicologico in cui l’atmosfera di paura lascia immediatamente spazio alla curiosità, al dolore e alla malinconia. La dimensione di un albergo e di antichi dialoghi nel salone sembra ricalcare qualcosa di già visto, che tuttavia è la prospettiva della regista, dell’infanzia, dello sguardo a ritroso verso la madre e a quello che serbava dentro di sé. In questo, centrale è la scelta verso Tilda Swinton, (vincitrice della coppa Volpi) già nel ruolo di madre nel suo precedente the Souvenir, la cui fisionomia e recitazione danno spessore al trascendente, a ciò che lentamente si fa strada dentro le difese dell’anima e porta all’elaborazione. Una prosecuzione ideale, in continuità con il viaggio filosofico-esistenzialista di Memoria di Apichatpong Weerasethakul: anche in questo caso con una ricerca di un senso, nel film di Hogg ai propri ricordi e all’inconoscibile (materno), mentre in quello di Apichatpong al rumore sordo che rivela le proprie origini. Dal punto di vista tecnico i piani fissi e i campi lunghi con la nebbia che si estende sugli esterni rendono alla perfezione un luogo senza tempo e, per questo, eterno, in cui dare finalmente voce a chi in vita non ha potuto esprimere sé e i propri dolori per riuscire ad elaborarli e liberare così l’animo delle nuove generazioni.
Saint Omer di Alice Diop
Mara, una giovane docente universitaria e scrittrice, partecipa al processo contro una donna, Laurance Coly, accusata dell’omicidio della figlia, lasciata in riva al mare in una spiaggia nel nord della Francia. Il suo scopo è trovare materiale per rinarrare il mito di Medea. Il tribunale di Saint Omer diventa il teatro delle diverse testimonianze fino a quella principale della protagonista. Cosa spinge una donna ad abbandonare ad un certo e atroce destino la propria bambina di 15 mesi? Quali intrecci e concause con la cultura del proprio paese di origine e quali con quello ospitante? Il processo sarà un’occasione per riflettere su questo triste fenomeno e sulle responsabilità individuali, culturali e sociali con cui Mara – e non solo lei – dovrà fare i conti e rivedere le proprie certezze.
Il film, debutto al lungometraggio della regista Alice Diop, segnala la sua ottima capacità di documentarista nell’analizzare un fatto, questa volta con le modalità della finzione. Diverso dispositivo, rispetto al documentario, quindi, ma fedele all’obiettivo che forse è maggiormente nelle corde della regista: prendere un argomento e sviscerarne tutte le peculiarità in modo da permettere a ciascuno di farsi una propria opinione. Le interviste che potrebbero esserci nel documentario divengono testimonianze e il montaggio segue gli atti del processo. Il fenomeno scelto, l’infanticidio, è altamente complesso e il film con estrema delicatezza e pudore compie un’indagine psicologica e sociale, in uno spaccato molto specifico come quello di una donna senegalese emigrata in Francia.
Il fatto è tratto da una storia vera che ha fatto scalpore in Francia e il film si sofferma sulla solitudine di una donna di fronte alla propria maternità lontana dalla propria rete sociale. In questo, si possono cogliere anche le difficoltà legate all’immigrazione in cui c’è l’aspettativa della famiglia di origine, la lontananza dai modelli della propria comunità di appartenenza e un paese ospite sentito alieno. I pochi stacchi di montaggio permettono di focalizzare l’attenzione sulla storia e sulle peculiarità dei personaggi; si entra in empatia con l’accusata di cui se ne colgono le fragilità. Il film si perde quando, sul terreno narrativo della finzione e sulle ambizioni di “sondare l’indicibile mistero di essere madre”, inserisce la storia e le riflessioni anche di Mara alle prese con la propria maternità diventando, in alcuni momenti, un po’ pretenzioso e troppo generico. Il film ha vinto il Gran premio della giuria 2022 · Alice Diop, il Premio César per la migliore opera prima e il Leone del futuro.
All the Beauty and the Bloodshed di Laura Poitras
Il documentario si incentra sulla storia personale e artistica della fotografa e attivista Nan Goldin. La narrazione si articola in capitoli, che partono dai primi lavori ispirati alla cultura LGBT e arrivano alla battaglia contro i farmaci oppiacei e la famiglia Sackler.
L’esperienza biografica si lega a doppio filo con la genesi e lo sviluppo delle espressioni artistiche e delle battaglie civili.
In apertura, la triste vicenda della sorella della protagonista, morta suicida in seguito al ricovero in ospedale psichiatrico, e il difficile rapporto con la famiglia d’origine, fanno da premessa alla descrizione del periodo a New York, dove la fotografa troverà nel mondo LGBT e dell’arte nuove figure di riferimento che ne determineranno lo sviluppo artistico e di vita.
Altrettanto centrale risulta la sua relazione con Brian, un ex marine, rivelatosi un uomo maltrattante. Il mostrare gli scatti nei momenti di intimità e la pericolosa progressione relazionale è stata la sua prima opera di attivismo, in questo caso, contro il maltrattamento sulle donne, grazie soprattutto alla foto “Nan One Month after Being Battered (1984) del suo volto tumefatto.
Questa ed altre esperienze autobiografiche, anche legate al mondo del sesso e della droga, saranno oggetto di una installazione-spettacolo dal titolo “The ballad of sexual Dependency” definito da lei stessa “uno slide show diaristico musicato” con 700 foto raccolte dal 1979 al 1986. Un’importante dipendenza da farmaci e la riabilitazione l’hanno portata infatti a fondare la campagna, “Prescription Addiction Intervention Now”, contro l’abuso di oppioidi e la nota e potente famiglia Sackler, proprietaria di Purdue Pharma e Mundipharma che li produce. Farmaci come l’ossicodone, prescritto senza troppe restrizioni, avrebbe causato la morte dimiglia di persone negli USA. Nel documentario sono descritte le attività di Flash Mob organizzate da Goldin nei musei finanziati dalla famiglia Sackler. Laura Poitras sulla linea di Citizenfour su Edward Snowden (Oscar 2015 come miglior documentario) e Risk su un’altra figura discussa come Julian Assange, con All the Beauty and the Bloodshed racconta della fotografa Goldin, della cultura newyorkese negli anni ’70 e ’80, nei suoi intenti artistici e di militanza. Colpisce la capacità di narrare ed emozionare senza cadere nella retorica e nel didascalico. Il titolo del film, nella traduzione italiana – ‘tutta la bellezza e lo spargimento di sangue’ – racconta senza perdersi il ruolo che deve avere l’arte: risvegliare le coscienze, emozionare e informare. La determinazione dell’artista e del suo gruppo nel tempo, ha portato musei come il Metropolitan Museum di New York a chiudere ogni rapporto con i loro donatori. Dopo aver premiato l’anno scorso L’événement tratto dal libro omonimo di Annie Ernaux, il festival ha voluto dare un messaggio importante sul ruolo del cinema, garante appunto non solo del bello ma anche di un pensiero vigile sulla tutela dei diritti civili e della salute, mai complice, anche in virtù di cospicue donazioni, di spargimenti di sangue.
Les enfant des autres di Rebecca Zlotowsky
Rachel ha quarant’anni e una vita piena dal punto di vista affettivo e lavorativo: ha un buon rapporto con gli amici, con il suo ex e con i suoi studenti. L’amore per Alì, un uomo separato come lei, che però ha una figlia piccola, inizia a cambiare la sua routine e i suoi desideri. Alì infatti le presenta Leila di quattro anni e Rachel inizia ad andare a prenderla a scuola, a rimboccarle le coperte e ad affezionarsi. Il suo desiderio di maternità che cresce insieme al suo legame con Leila fa però i conti con l’età e piano piano il rapporto con Alì si logora.
Les enfant des autres contiene già nel titolo la prospettiva che intende indagare, quella di chi desidera una maternità che non arriva perché il tempo non lo consente. Riesce a farlo creando un crescente contrasto tra la storia d’amore e il desiderio nell’interiorità della protagonista che, inesorabile, lacera l’idillio. Il film è pregevole per il fine gusto del dettaglio che con poco e piccoli gesti delinea un mondo interno complesso che contiene un dramma che è difficile da narrare e da condividere. Da premiare Virginie Efira per la sua interpretazione e bravura, già l’anno scorso presente a Venezia con La doppia vita di Madleine Collins di Antonie Barrau.
The Whale di Darren Aronofsky
Un insegnante di inglese, Charlie, con un’obesità grave, vive da anni in modo solitario, sia per il timore di mostrarsi sia per le importanti limitazioni che tale condizione gli impone. Nel suo gruppo di studenti ricerca disperatamente dei commenti autentici, come è autentica la sua dedizione all’insegnamento, nonostante tenga rigorosamente la telecamera chiusa durante le lezioni e sul finire della sua esistenza egli ricerca la figlia nella speranza che lei lo perdoni.
The Whale è un film che indaga in modo intelligente e sensibile l’unicità dell’esistenza e la possibilità di potersi manifestare anche in questa società fatta di apparenza, superficialità e manie di protagonismo. Per amore di un uomo il professore abbandona la figlia e sarà a sua volta abbandonato dal compagno che morirà suicida. Poi il declino e la discesa negli inferi, l’isolamento e il Binge eating Disorder.Regista dell’horror, Aronofsky regala allo spettatore l’ultimo atto del protagonista che ha perso tutto: l’amore della sua vita e della figlia e che si è imprigionato nelle mura domestiche e nel proprio corpo, deformandolo con un cibo che non è in grado di colmare i suoi vuoti. Brendan Fraser nel ruolo di Charlie realizza una grande prova attoriale con delle espressioni che ne rivelano tutta la sua fragilità.
Il film è tratto dall’omonima pièce teatrale ed utilizza un formato che forse simula uno sguardo che non riesce a tenere insieme il corpo del protagonista, come del resto non riesce a fare neanche lui. Il corpo come suo doppio, cigno nero, di sicuro meno aggraziato, nero nel suo essere distruttivo, espressione scissa e feticcio di un sé che cerca anestesie, maschere protettive dal dolore dell’assenza.
Quello che colpisce, orchestrato come in un romanzo di Stephen King, è lo scorrere del film, che trasmette una sorta di tranquillità in quella prigione e poi, di colpo, l’orrore, l’angoscia, il contatto con la verità, l’altro che suona alla porta e costringe alla resa dei conti e allo scontro. Il corpo chiede il conto e rimane l’ultima occasione per ricongiungersi con le cose che contano, gli affetti, soprattutto quello della figlia, anche se eccede un po’ nell’enfasi del finale.
FUORI CONCORSO
Living di Oliver Hermanus
Londra, 1952. Mr. Williams, da anni in servizio (e ormai prossimo alla pensione) nel suo piccolo ufficio in cui si concedono concessioni per il suolo pubblico, è diventato una figura centrale nel sistema burocratico che ha contribuito alla ricostruzione dell’Inghilterra dopo la Seconda guerra mondiale. Il suo lavoro è governato dalla routine in cui scartoffie e pratiche si accumulano e vengono a vario titolo posticipate e rinviate. La vita di Mr. Williams prende una diversa direzione quando scopre di essere affetto da un male incurabile e si fa strada il desiderio di un cambiamento che possa dare un significato alla sua vita. L’occasione è una pratica in cui delle madri chiedono che venga rimesso a posto uno spazio inutilizzabile e insalubre perché possa ridiventare quello che in passato era un parco giochi per i loro figli.
Il film è il remake di Vivere, il capolavoro di Kurosawa, in chiave occidentale con la sceneggiatura del premio Nobel per la letteratura 2017, Kazuo Ishiguro, che da sempre riesce a descrivere il mondo e le dinamiche inglesi (“Quel che resta del giorno”) con la sensibilità e la finezza proprie della cultura giapponese. Il film infatti è ben costruito nella trama, nei personaggi e nei dialoghi che delineano perfettamente la psicologia non solo dei protagonisti e dei loro cambiamenti in atto, ma anche il contesto culturale e sociale che li incornicia. Un piccolo gioiello che riesce nel suo intento ed è capace di far riflettere sul senso profondo del cambiamento e sul senso della vita come nel film di Kurosawa, complici gli attori, in particolare Bill Nighy che in questo film eccelle dall’inizio alla fine e rende i dialoghi un connubio di humor e profondità. Il film, anche grazie ad un montaggio tipico degli anni che descrive, risulta attuale con “la necessità di raccontare una storia sulla vita e sul valore delle semplici tracce che man mano lasciamo nel corso della nostra esistenza” come ha affermato lo stesso Hermanus.
Siccità di Paolo Virzì
In una Roma distopica non piove da tre anni, con case infestate dagli scarafaggi e si susseguono un crocevia di personaggi alla disperata ricerca della poca acqua rimasta: Antonio, un detenuto condannato per uxoricidio che si ritrova casualmente fuori dal carcere e decide di ritrovare la figlia Giulia che fa l’infermiera ed è alla sua prima gravidanza; un tassista che si fa di cocaina per non addormentarsi e parla con i genitori defunti e con un ex leader di sinistra che si è suicidato; sua moglie, un primario ospedaliero, che scopre un nuovo male e il suo nuovo marito, un avvocato da sempre innamorato di una ex compagna di scuola. Quest’ultima è sposata con un attore teatrale disoccupato, ossessionato dai social e dai video virali, Tommaso Ragno; un ex un sarto, finito in disgrazia; un esperto di idrologia che diventa una star televisiva e viene sedotto da Monica Bellucci, una coppia di imprenditori, padre e figlia, che fanno una serie di manovre per sottrarre l’acqua e metterla nelle loro strutture di lusso, per le quali lavora il compagno di Giulia…Le loro storie si incrociano e nel farlo alcuni potranno comprendere qualcosa di più e crescere, mentre altri continueranno a lasciarsi vivere.
Virzì prende spunto dall’emergenza pandemica per proseguire nelle sue analisi ciniche e senza speranza, passando dal mondo del cinema e degli sceneggiatori nell’Italia degli anni 90 (Notti magiche) in concomitanza con i mondiali a quello della società attuale in chiave distopica. Il film angoscia e diverte con il mosaico delle sue presenze così ben organizzato da lasciare un’amarezza profonda. Il quadro, a tratti ovviamente quasi caricaturale, è potente anche se non raggiunge le vette de Il capitale umano anche per il numero così elevato dei personaggi che disperdono l’attenzione. Il film è dunque schiavo di una sceneggiatura barocca, dove tutto deve trovare un incastro e una ragione, risultando però quasi forzato e rigido.
Kõne taevast (La chiamata dal cielo) di Kim KI-duk
Una giovane donna desidera fortemente trovare l’amore. Una misteriosa e diabolica voce al telefono sembra guidarla/ipnotizzarla/sfidarla quando (nel sogno o nella realtà) incontra finalmente un uomo con cui tutto sembra essere perfetto. Lei sembra accettare quanto chiesto dalla voce al telefono e la conoscenza tra i due si approfondisce: si scoprono i reciproci passati e si impara a conoscersi intimamente. L’uomo sembra essere già molto esperto dal punto di vista sessuale e sa come soddisfare la donna, anche se il desiderio e la complicità divengono in poco tempo dipendenza e controllo. L’idillio si complica e assume i contorni dell’incubo e le dinamiche si giocano, senza possibilità di uscita, all’interno delle mura domestiche. La protagonista, soggiogata e costantemente controllata, tenta disperatamente di comunicare dal balcone con un vicino di casa, affinché la liberi. Quando tutto sembra concluso forse c’è ancora la possibilità di imparare e può esserci un nuovo inizio in cui far andare le cose diversamente, o forse no..
Kim Ki Duk ha girato questo film in Kirghizistan, senza portarlo a termine perché scomparso nel dicembre del 2020 (alcuni amici l’hanno poi terminato), sembra interrogarsi sulla dimensione dell’amore, della vita e della giovinezza. Lo fa con una storia semplice, che racchiude tutta l’intensità che gli è propria e che si è avuto modo assaporare in tutti i suoi film. Forse in questo ultimo, complice il bianco e nero, c’è qualcosa di diverso: la speranza di poter ricominciare come se la vita fosse un sogno esiste solo nella trama, sulla carta e lo si vede sapendo che non è così, con tutta l’amarezza che questo comporta. Le riprese e le ambientazioni risultano abbastanza semplici, come se oltre a delineare una dimensione onirica si volesse sottolineare il messaggio aldilà di ogni sovrastruttura, un tempo che è inesorabile e che nel bene e nel male rivela (come accade negli altri suoi film) le dinamiche più profonde dell’animo e delle relazioni umane. Quanto si può essere in grado di apprendere dalla propria esperienza senza ricadere nei propri errori: tenere l’amore e la passionalità senza trasformarla in possessione? Potersi fermare e cambiare la direzione degli eventi, incidendo su questi? E il nostro inconscio, come voce guida, quanto può essere di aiuto? L’ardua sentenza allo spettatore e un sentimento di gratitudine verso un maestro che fino all’ultimo ha sempre detto tantissimo sulla vita.
ORIZZONTI
Innocence di Guy Davidi
Il documentario raccoglie una serie di testimonianze tratte dai diari di ragazzi che si sono rifiutati di arruolarsi nel servizio militare. Grazie ai familiari che hanno dato il consenso arrivano le loro voci, le loro storie. In Israele, infatti, fin da bambini i cittadini imparano le gesta e l’importanza di far parte dell’esercito. Attraverso quest’opera di storytelling, è possibile conoscere la profondità di un condizionamento alla guerra e ideologico che inizia fin dall’asilo; il servizio militare è inoltre prerogativa fondamentale per fare i concorsi pubblici e senza svolgerlo si viene in poco tempo isolati senza possibilità di intraprendere una carriera in qualunque ambito professionale. Appena compiono 18 anni gli israeliani sono obbligati ad unirsi all’esercito: i ragazzi per 36 mesi, le ragazze per 24.
In modo coraggioso l’autore mostra i video amatoriali dei ragazzi realizzati tra le mura domestiche, vengono letti degli stralci dei loro diari, riprende i bambini che giocano vicino al confine militare e infine mostra le maestre che nelle scuole insegnano ai bambini l’importanza dell’esercito e delle azioni militari. Come spiega lo stesso regista: “Fare una guerra è un lavoro di narrazione. Una buona storia è fondamentale per legittimare l’uso della forza militare”. A fronte di questo sistema l’innocenza dei bambini viene violata e si sacrifica ogni sensibilità in nome di un modello militare a cui si deve necessariamente aderire.
Le immagini e le testimonianze danno un ritorno tangibile di quella realtà e di come la violenza non sia perpetrata solo verso il popolo palestinese a seguito dell’occupazione ma sia insita nel sistema. Un sistema che non consente critiche e immagini discordanti da quelle imposte e che se non fosse per questo film le storie narrate sarebbero rimaste nell’oblio e sentite come una minaccia nazionale. Con sensibilità e intelligenza l’autore continua la sua opera di denuncia del sistema israeliano dopo il famosissimo 5 broken cameras, diretto insieme al palestinese Emad Burnat e che ha vinto un Emmy come miglior documentario nel 2013.
Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa
Il film è incentrato sulla Quarta Mafia, l’organizzazione criminale che opera in Puglia, quella di cui si parla meno in Italia. Il promontorio del Gargano è un territorio contesto dalle famiglie malavitose della Società foggiana e i Montanari del Promontorio, con delle modalità arcaiche basate sulla forza e sulla violenza: i Malatesta e i Camporeale da sempre si fanno guerra e collezionano i cadaveri delle rispettive famiglie, ma una piccola tregua in questa faida tra loro viene meno grazie all’amore di Andrea, della famiglia dei Malatesta e Marilena, bella e sensuale moglie del boss dei Camporeale: i due scapperanno insieme ma Marilena non avrà vita facile e passerà da una prigionia ad un’altra fino alla sua definitiva e coraggiosa ribellione.
Il film in un bianco e nero vivido affronta una storia che, come spiega bene il regista, racchiude già nel titolo una doppia anima di spietatezza e passione. Descrive infatti in modo quasi fumettistico i modus operandi e le regole rigide e arcaiche che regolano questi sistemi familiari di stampo mafioso, dall’altro c’è l’amore e la passione che genera ulteriore violenza e che però porta anche la speranza di una vita nuova e più libera. Centrale è il personaggio di Marilena, interpretato da Elodie, brava nei panni di attrice in una recitazione intensa e sentita. Il film è costruito bene, con una fotografia che è sempre impeccabile anche nelle sue scene più crude e cruente. Tuttavia sul finale il nobile intento del film di narrare dei fatti veri e la storia di questa donna che è riuscita a sfidare e a sfuggire a questo sistema cade nel retorico e nel didascalico.

