
Regia: Peter Grönlund
Sceneggiatura: Peter Grönlund
Genere: Thriller
Cast: Krista Kosonen, Mohammed Nour Oklah, Lisa Lindgren, Peter Gantman.
Durata: 5 episodi di 40-45 minuti
Origine: Svezia
Anno: 2026
Piattaforma: Netflix
Dani, investigatrice e madre single di un adolescente, Oliver, apprende la scomparsa di un coetaneo di suo figlio, Silas, che un paio d’anni prima le era stato affidato temporaneamente dai servizi sociali. Lo scopo era proteggerlo dalla famiglia d’origine e dalla comunità di contadini violenti dove viveva, nella campagna attorno a Malmö, in Svezia. I due ragazzi erano diventati amici fraterni, condividendo però anche un uso precoce di alcol e droga. Quattro giorni dopo la notizia della scomparsa, avviene il ritrovamento: sembra che Silas sia annegato nel fiume cadendo, ubriaco, dal parapetto di un ponte sul quale aveva l’abitudine di arrampicarsi fin da bambino. Ma la Scientifica rinviene nel cavo orale del cadavere residui di alghe marine e molluschi, che fanno pensare allo spostamento del corpo in seguito a un omicidio. Affiancata da Malik, un agente da poco uscito dall’accademia, Dani si dedica alla ricerca del colpevole. Il padre di Silas, Ivar, malato terminale, le indica una possibile direzione da seguire dicendole che il fabbro presso il quale il ragazzo lavorava come apprendista aveva qualcosa di strano. Un primo incontro con l’uomo conferma quell’impressione, ma quando Dani e Malik ritornano da lui per saperne di più, lo trovano morto: apparentemente, si è suicidato gettandosi dalla finestra.
La famiglia e la terra: Synden, letteralmente ‘terra del peccato’, si fonda su questi due elementi primordiali, ai quali si aggiungono la droga, i soldi e la delinquenza locale. La coppia formata dalla poliziotta scontrosa e dal suo assistente che lei inizialmente si limita a sopportare, per poi rivalutarlo in un secondo tempo, non è certo una novità nei serial thriller, e così pure il tema del ragazzo scomparso e poi ritrovato senza vita. Ma Synden si fa subito notare per la sua veste insolita: volutamente priva di glamour, la storia si svolge in una campagna paludosa dalle tinte torbide, sotto un cielo incolore. Che si tratti di una fattoria o di un appartamento, gli interni sono stanze inospitali, oppure, nel caso della famiglia più benestante, strapiene di roba, suppellettili e carte, ammassate in un disordine che non ha niente né di creativo né di gioioso. La bellezza non abita qui, in nessuna forma.
Al luccichio della neve e al design minimalista della serialità scandinava, Grönlund ha dunque sostituito un inverno fangoso ingombro di sterpaglie e gli arredi casuali, non casual, di una fattoria che non lascia il benché minimo spazio a un immaginario bucolico. Tanto i luoghi quanto i volti sono irrimediabilmente cupi e chiusi, come fossero l’aspetto esteriore di questioni e contrasti familiari radicati nel profondo e mai risolti, di conflitti generazionali senza speranza e di rancori duri a morire. I contadini sono descritti dalla stessa Dani a Malik come degli ‘ubriaconi’: siamo molto lontani da un altro cliché seriale ormai molto diffuso, quello dei personaggi che si confrontano, qualunque sia il motivo o il contesto, sorseggiando un calice di costoso vino da intenditori con la stessa noncuranza che si riserverebbe a un bicchier d’acqua. In questo ambiente gli alcolici sono sostanze pericolose che creano dipendenza, come le droghe.
In mezzo a tutte quelle facce aggrondate e ostili, risalta l’espressione tesa e concentrata di Dani, che raramente si abbandona a un sorriso. La sua è la lucida determinazione di chi ha molto sofferto e deve stringere i denti per andare avanti, decisa a farcela senza mai tradire se stessa. In perfetta coerenza e sintonia con le scelte ambientali, Grönlund non offre a Krista Kosonen né l’aiuto dell’outfit né quello del makeup, affidandosi esclusivamente al suo volto e alla sua postura: Dani sembra mimetizzarsi con i colori smorti del paesaggio, distinguendosi dalle altre figure femminili per la mancanza di sciatteria, che in questo contesto diventa una sorta di istintiva eleganza. Ma in questo primo episodio emergono anche le contraddizioni del suo personaggio: suo figlio Oliver le rinfaccia di aver illuso Silas per poi lasciarlo nuovamente in balia dei suoi genitori, e lei si giustifica con scarsa convinzione, dicendo che l’ha fatto perché Silas era per lui una cattiva compagnia.
Nessun cliffhanger alla fine del primo episodio, ma solo una esplicita dichiarazione d’intenti: Elis, il patriarca della comunità contadina e zio del ragazzo ucciso, dopo aver inutilmente cercato di dissuadere Dani dal continuare le indagini, le concede soltanto una settimana per risolvere l’enigma della morte di suo nipote, dopo di che si farà giustizia da solo. Questa non è una serie da guardare per assaporarne le atmosfere o per le emozioni che può suscitare: in Synden la suspense è creata dai contenuti, e i colpi di scena sono fatti della stessa rozza materia di cui è fatta la vita rurale. Si intuisce un groviglio di colpe e menzogne, probabilmente nascoste senza troppo zelo e magari arricchite da altre nefandezze, compiute in silenzio e coperte dall’indifferenza dei più giovani e dalla malafede degli adulti.
C’è solo un momento in cui si respira un’altra aria: in un flashback, Dani, Oliver e Silas osservano con attenzione un’arnia, e un apicultore spiega come è strutturato un alveare. I volti sono distesi, ci sono accenni di sorrisi e di battute. Dopo la morte del ragazzo, Dani trova sulla sua scrivania un volume intitolato Il libro del miele. Forse c’era stato almeno un breve periodo nel quale doveva aver intravisto la possibilità di una vita diversa, forse voleva recuperarla. Il suo pc rivela l’acquisto di due biglietti di sola andata: Silas voleva andare via con qualcuno. Chi glielo ha impedito, e perché?
Voto: ★★★
Lucia Corradini