Origine: Italia, 2021

Produzione: Rai Fiction, Red Film

Regia: Marco Turco

Soggetto e sceneggiatura: Salvatore De Mola, Marco Turco, Marco Spagnoli

Interpreti: Thomas Trabacchi (Primo Levi), Sandra Toffolatti (Lucia Levi), Werner Waas (uomo del che soccorre Primo), Luca Angeletti (Lello Perugia), Natalia Ginzburg (Majlinda Agaj), Orlando Bruno (Sandro), Gianni Bissaca (Nardo De Benedetti), Alessandra Sgura (Lisa Levi), Gianpiero Perone (Lorenzo Perrone), Orietta Notari (Orsolina), Andrea Triaca (medico), Christoph Hulsen (cliente tedesco), (Stefano Emmanuele (Renzo Levi), Stella Clozza (madre di Primo)

Distribuzione: Rai

Durata: 1 ora e 30 minuti

Uscita: 30 gennaio 2021

Trama

1986, Valli di Lanzo, Piemonte. Un uomo si avventura verso la vetta della montagna. Il sentiero si fa sempre più ripido mettendo a dura prova il protagonista che dopo aver macinato chilometri, trova di fronte a sé una parete di roccia a dividerlo dalla vetta. Senza indugio la affronta ma mentre sta salendo scivola e cade infortunandosi alla caviglia. Il dolore è forte e di certo non può pensare di proseguire ma nemmeno di tornare a valle. Gli serve aiuto. Inizia ad urlare per cercare soccorso da qualcuno ma la valle appare deserta e inabitata. Inaspettatamente però, appare dalle rocce un uomo con folta barca bianca e capelli lunghi che senza dire una parola, soccorre il protagonista portandolo nel suo rudere alle pendici del monte. Il soccorritore è un uomo di poche parole ma aiuta e medica il malcapitato protagonista che cerca di instaurare con lui una conversazione. il soccorritore non conosce il protagonista che è uno scrittore famoso e un personaggio pubblico. Non conosce neppure quei numeri che ha sul braccio. Il malcapitato è il grande Primo Levi che, mosso dalla sua intima voglia di raccontare e testimoniare, non può esimersi dallo spiegare a quell’uomo il significato di quei numeri.

Immagini da repertorio irrompono in scena in bianco e nero. Carri armati, svastiche e campi di concentramento. Infine una vera testimonianza di Primo Levi che racconta il suo viaggio terribile alla volta di Aushwitz durante il quale, in mancanza di acqua, si ingaggiava una vera e propria gara per accaparrarsi le prime gocce d’acqua provocate dalla gelata della notte. Levi fu deportato nella sezione di Monowice ad Aushwitz dove risiedeva un’industria chimica. La manodopera specializzata era a corto di personale poiché molti uomini stavano combattendo; perciò i tedeschi organizzarono degli esami per verificare se, tra i deportati che svolgevano manodopera non specialistica, ci fosse qualcuno con le competenze adatte. Primo era un chimico e passò senza problemi l’esame. Questo gli permise di migliorare le sue condizioni di vita. Nel gennaio del 1945 si ammalò di scarlattina e la convalescenza gli salvò la vita. I Russi ormai stavano per giungere ad Aushwitz e il campo sarebbe stato sgomberato dai nazisti portandosi gli internati con sé nella triste e purtroppo celebre, marcia della morte dove quasi tutti persero la vita. I malati invece, vennero lasciati al campo e quasi tutti si salvarono.

Dopo l’esperienza che segnerà l’intera vita di Primo, il chimico torinese torna a casa con un moto interiore fortissimo: vuole raccontare; e questa necessità si tramuta in voglia di scrivere. Nel 1947 completa il suo primo libro e lo presenta ad Einaudi che boccia la pubblicazione. I libri sulle memorie dei campi di concentramento non hanno particolare fortuna. La gente vuole dimenticare ed è proiettata verso un futuro di ripresa e di pace. Einaudi però, così facendo, respinge l’opera di Primo Se questo è un uomo, il suo capolavoro. Levi pubblicherà successivamente il libro tramite una piccola casa editrice con scarso successo di vendite. Il no ricevuto da Einaudi e il flop del libro gli provocheranno un gran dispiacere. L’avvicinamento alla figura di Primo Levi inizia a metà anni 50, quando i giovani che non hanno vissuto direttamente la guerra, sono incuriositi e vogliono saperne di più riguardo alle atrocità dei campi di sterminio e alla disumanizzazione ricevuta dagli ebrei. Primo inizia ad essere invitato in alcune università per testimoniare e gli studenti si appassionano alle sue storie, rimanendo sgomenti ed increduli di fronte ai suoi racconti.

L’interesse intorno a Primo e al suo libro crescono sempre di più e Se questo è un uomo incontra il successo non solo nazionale ma internazionale. A fare breccia nei lettori è non solo il tema centrale della vita nei campi di sterminio, ma anche il linguaggio universale utilizzato da Primo grazie al quale ha conquistato un enorme fetta di lettori.

Facendo un salto in avanti, vediamo Primo che si appresta a rimanere al rudere per cenare e dormire dall’uomo che lo ha soccorso. Levi ha dei sospetti verso il montanaro poiché ha degli atteggiamenti che lo portano ad ipotizzare che anche l’uomo del rudere è stato un ex deportato. Il montanaro, mentre parla con Primo consigliandogli di rimanere nel suo rudere per la notte, si mette le mani dentro le maniche e questo gesto sblocca un ricordo a Primo. A fare lo stesso gesto era un suo compagno ad Aushwitz di cui scrisse nel suo primo libro Se questo è un uomo. Un personaggio che rimane senza nome, senza identità, completamente privato della sua umanità. Lui eseguiva solo ordini e aveva perso completamente le speranze di una possibile salvezza. Un giorno stava trasportando delle pesanti travi di ghisa con Primo e, dopo una serie di viaggi, l’uomo senza identità iniziava ad arrancare. A un certo punto lascio di colpo il carico e una trave colpì Levi di spigolo sulla gamba provocandogli un dolore lancinante. L’uomo senza identità rimase immobile, con le mani nelle maniche, senza dire una parola. Primo non sa se lui si salvò, non lo vide più da quel giorno. Era un ebreo tedesco.

Primo pubblica il suo secondo libro: La tregua, dove racconta la liberazione dai campi e l’interminabile viaggio che lo ha riportato a casa durato da gennaio ad ottobre. Qui Levi incontra sulla sua strada l’Europa che soffre la povertà, i popoli martoriati dalla guerra, la sofferenza, le conseguenze dell’odio razziale e la devastazione provocata dalla guerra. In quest’opera creerà alcuni personaggi inventati, tratti da vere caratteristiche riscontrate nelle persone che ha incontrato durante la sua esperienza. Inoltre ci sono anche personaggi reali anche se ritoccati ai fini della narrazione come Lello Perugia. Lello nel 1963, incontrerà Primo in occasione del premio Strega ed esternerà il suo risentimento per come Levi lo aveva descritto: un uomo umile e povero seppur molto simpatico. La critica però aveva esaltato il personaggio scritto da Levi, definendo Lello Perugia come il meglio riuscito del libro. L’amico di Primo venne descritto come “figlio del sole e amico di tutto il mondo”.

Primo ora è ormai uno scrittore e la sua voglia di raccontare alberga ancora nel suo spirito. Molti sono i suoi impegni e Levi è chiamato ad organizzare il suo tempo tra lavoro e famiglia. Il rapporto con sua figlia Lisa non è facile. Primo vorrebbe parlare della sua esperienza a lei ma non si rende conto di quanto dolore possa provocare alla figlia sentire le barbarie che suo padre ha dovuto vivere durante la sua deportazione.

Molte sono le domande che Primo Levi ha a cuore. La maggior parte di queste non hanno però risposta. Che cosa pensavano i tedeschi durante la deportazione? Lui non crede al concetto di colpa collettiva anche se molti sono i responsabili del genocidio. Durante gli anni 60, in un incontro con tre compratori tedeschi, Primo viene schernito per il suo accento tedesco imperfetto. Lui racconta della sua deportazione e di dove ha imparato il tedesco in maniera risentita, mettendo in imbarazzo i compratori. Uno di loro dice a Primo che oggi la Germania è una nazione diversa e che il popolo tedesco sta cercando di dimenticare.

Nel 1967 Primo riceve una chiamata da Mayer, un tedesco che lo aveva aiutato durante la sua prigionia nonostante fosse un membro delle SS. Levi però, non accetta il suo invito ad incontrarlo. Mayer cerca perdono, la sua coscienza è sporca nonostante fosse stato benevolo con Primo che però, non è ancora pronto ad un confronto. Levi, riguardo alla questione del perdono, vive un dilemma. Non vuole banalizzare la discussione del perdono forzandolo. Primo dunque si pone in una posizione neutrale al riguardo: non si sente di perdonare, ma neppure ha sentimenti di odio verso chi ha contribuito al genocidio. Una notte però, Primo si sveglia di colpo e coglie l’attimo per chiamare Mayer e accettare il suo invito. Il tedesco però è morto e così, Primo perde per sempre la sua occasione di perdonarlo.

Nel 1982 esce il suo primo romanzo: Se non ora quando? con cui vinse il premio Campiello. Il libro si sofferma sugli ebrei partigiani in Italia e in Europa. Per quest’opera Levi studiò a fondo la vita partigiana e affermò che quella era la storia di ciò che lui avrebbe voluto fare, ma non ha potuto. Il riscatto dalla sofferenza di coloro che, una volta finita la guerra, tornarono in Israele per ricostruire una patria e un popolo che quasi venne spazzata via dal nazismo. Il libro venne criticato perché ritenuto, erroneamente, filoisraeliano. In quel periodo però, Israele aveva invaso il Libano ed era in guerra.

Un giorno, durante un pranzo con la famiglia e il caro amico Nardo De Benedetti, con cui condivise l’esperienza di Aushwitz, si reca a casa sua Sandro, uno studente che stava svolgendo la sua tesi su Primo Levi. Il giovane dice che Primo, nel suo ultimo libro, giustifica l’invasione israeliana. Levi gli risponde con durezza dicendo che quella è solo una sua interpretazione. Inoltre Primo si è espresso pubblicamente a favore delle dimissioni di Begin, il leader politico israeliano. Levi si sentiva solo in quel periodo a causa dell’incomprensione che aleggiava intorno a lui e alle sue riflessioni. Le sue parole contro il leader israeliano lo allontano dalla comunità ebraica e questo, lo porta a vivere un periodo di grande sofferenza. A peggiorare le cose ci pensa il negazionismo che durante gli anni 80 si sviluppa più che mai nella cultura europea. Tutto questo sconvolge profondamente Primo.

Nel rudere in montagna Primo esterna i suoi pensieri sull’uomo che lo ha soccorso. Secondo lui l’uomo che lo ospita è ebreo ma non lo vuole ammettere perché si vergogna di essere sopravvissuto. Primo quindi prova ad alzare la manica del suo soccorritore per scovare il numero ma viene respinto. Il montanaro ritiene che quel tatuaggio non dà l’autorizzazione di esprimere giudizi sul mondo o sulle persone. Le due personalità sono agli antipodi e hanno un approccio totalmente diverso al dramma che hanno vissuto.

Per dare una testimonianza diretta e cruda della sua esperienza, Primo pubblica I sommersi e i salvati. Questa volta non sviluppa un racconto attorno alla tragedia ma cerca di far capire direttamente, attraverso i suoi ricordi, che cosa volesse dire vivere in un lager. Levi riflette su quelle zone grigie della vicenda, su coloro che si pongono tra la vigliaccheria e il coraggio, tra carnefice e vittima. Cerca così di capire il male e il malvagio, di dare risposte alle sue domande più intime per tentare una volta per tutte, di dare risposta ai perché dell’incomprensibile odio gratuito del genocidio ebreo.

Nel rudere il montanaro si svela: racconta che dopo aver lasciato cadere la trave di ghisa addosso a Primo, il capò gli diede un pugno e gli fece sanguinare il naso. Quell’uomo era lui e ora vive, solitario, in mezzo ai monti piemontesi. Dice a Primo che quel giorno capì che nulla serve a qualcosa, ci si salva o ci si perde solo per caso o per fortuna.

Nel 1984, Primo inizia a mettere in dubbio la sua memoria. L’età avanza e lui inizia a non ricordare più le lingue straniere, quando scrive non gli vengono le parole. Pensa che la sua memoria stia lentamente svanendo e questo lo preoccupa. Lui non può dimenticare, dopo di lui chi sarà testimone? Sua moglie Lucia si rivela ancora una volta una figura centrale nella vita di Primo; è la sua ancora nei momenti di sconforto del protagonista.

Al rudere Primo è mosso da grande curiosità e cerca di scovare il numero sul braccio dell’uomo che lo ha soccorso. Il tatuaggio è stato tolto. Il giorno seguente l’uomo non si fa trovare in casa. Primo lo cerca ma lui è svanito perciò Levi, decide di avviarsi sulla strada del ritorno. Un mese dopo, riceve una lettera in cui è testimoniata l’identità dell’uomo che lo aveva soccorso. Il proprietario del rudere, di origine tedesca, era dato per morto, il suo nome è Isaac Goldsmith.

Recensione

Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande storia da raccontare. Questo è un uomo però, non si limita solo a narrare la vita di Primo Levi. Ci spiega anche il suo viaggio interiore, il suo modo di pensare e di affrontare la vita, il suo percorso di accettazione di quella che fu la sua tremenda esperienza nel campo di concentramento di Aushwitz. Il formato docufilm si rivela di grande efficacia per questa storia. Vengono affiancati agli avvenimenti recitati dell’infortunio di Primo in montagna e dei suoi ricordi dopo il ritorno a casa da Aushwitz, delle immagini d’archivio dell’olocausto e delle interviste di esperti che conoscevano o hanno studiato a fondo Primo Levi. Oltre a questo, di grande preziosità si rivelano le interviste al vero Primo Levi che in Questo è un uomo compaiono spesso. Possiamo così entrare direttamente in contatto con il protagonista che, fortunatamente, ha sempre avuto una grande tensione al racconto e alla testimonianza, rivelandosi un personaggio mai scontato ma sempre molto chiaro e lineare nei suoi interventi. Il grande punto di forza di Questo è un uomo è la capacità di raccontare il personaggio nella sua interiorità. Questa caratteristica non è scontata e anzi, è difficile da ritrovare poiché spesso, si preferisce raccontare la storia fatta di soli avvenimenti piuttosto che le profondità d’animo e i dissidi di un personaggio. Interessante è anche la vicenda che si consuma sulle montagne piemontesi. Primo incontra per caso un uomo che venne internato con lui ad Aushwitz ma che ha una modalità di affrontare il suo passato diametralmente opposta rispetto a Levi. Il nostro protagonista sente la tensione di dover raccontare a tutti per non dimenticare; l’uomo della montagna invece se potesse, cancellerebbe il suo passato, tanto che decide di isolarsi dal mondo e vivere solitario in montagna in un rudere disperso nella valle. Si sente in colpa per essere sopravvissuto all’olocausto. Questo dualismo di ideologie risulta molto interessante anche se, a volte, i dialoghi tra i due personaggi risultano essere un po’ inverosimili. Il montanaro infatti, è un tipo taciturno ma Primo continua imperterrito a raccontare anche se il suo interlocutore, si trova spesso ad essere in disaccordo con lui. Inoltre, la scoperta dell’identità del soccorritore di Primo, non avviene in maniera molto chiara. Lui decide di tenere segreta la sua identità fino alla fine ma nel mentre cerca di dare dei segnali a Primo fischiettando il motivetto della canzone Rosamunda e facendo dei gesti che rimandano alle memorie dei campi di sterminio. Si svela lentamente ma lo fa con Primo, non con gli spettatori. Questo è interessante e realistico ma non giova alla chiarezza dei fatti. Questo è un uomo è comunque un prodotto ben riuscito e molto interessante. Per la giornata della memoria di questo 2021, si è saggiamente deciso di focalizzarsi su un uomo che ha dedicato la sua intera vita a testimoniare. Primo Levi è il ricordo dell’olocausto e con i suoi grandi e potenti libri continua ad esserlo anche dopo la sua morte. Il docufilm ci permette di entrare in empatia con la grandezza di quest’uomo, con la profondità del suo animo, con la sua instancabile volontà di andare a fondo delle cose, di capire il male che ha subito per evitare che possa riaccadere.

Gianluca Pellegrini