Il Festival internazionale del nuovo cinema di Pesaro, giunto alla sua 56esima edizione, si è mostrato in vesti più ridotte (senza le sue storiche sezioni e i luoghi di confronto pre e post visione per ragioni di sicurezza) mantenendo però il suo spirito dedicato all’innovazione, all’impegno sociale e politico e alla storia del cinema con i film in concorso, i cortometraggi, con un omaggio a Daniel Schmid e a Corso Solani, un evento speciale dedicato a Giuliano Montaldo, protagonista della monografia di quest’anno e il cinema in spiaggia con due rassegne, una con i film di Alberto Sordi e l’altra con quelli di Federico Fellini.  Un festival “resistente” che vuole essere da incentivo alla ripresa del cinema e al pensiero critico coniugando in modo raffinato nuove forme di linguaggio cinematografico e riflessioni profonde a livello internazionale sul delicato momento che stiamo vivendo.

Sul piano psicologico vi sono stati diversi film che hanno esplorato, in maniera quasi elaborativa, le proprie delicate storie familiari in una chiave mitologica/favolistica: A metamorfose dos passaros di Catarina Vasconcelos che ha vinto sia il premio Lino Miccichè sia quello della Giuria Giovani, See you in my dreams del giapponese Shun Ikezoe, Guardarla negli occhi di Manuel Billi, Kill it and leave this town di Mariusz Wilczynsky.

Invece sul piano ambientale è stata rappresentata la preoccupazione per il pianeta che si modifica, ben espressa nei film di Rosa Barba in Aggregate states of matters sullo scioglimento dei ghiacciai e sulla natura quale luogo originario di miti e leggende, potente entità spirituale (nel bene e nel male) come in Ts’onot della giapponese Oda Kaori, Lua Vermella dello spagnolo Lois Patigno e O que nao se ve di Paulo Abreu.

Un altro tema è quello della memoria dei tempi e dei luoghi, da quello del proprio Paese come il brasiliano Felipe Brangança con Um Animal Almarelo, e Bella di Thelyia Petrakichi che ha rievocato la Grecia degli anni ’80 a quello strettamente personale come Un baile con Fred Abstrait seguido de una pelicula en color di Bruno Delgado Ramo che riprende emozioni, vissuti e percezioni legati alla propria stanza, partendo dal libro autobiografico di Xavier De Maistre “Viaggio intorno alla mia camera” scritto tra il 1790 e 1794, sulla sua condanna all’isolamento di 42 giorni; un film ambizioso e innovativo che come ha spiegato il regista “cerca di mettere in relazione lo spazio della stanza e quello della macchina da presa come fa un pittore tra lo spazio della tela e quello della stanza”.

Il Cinema in piazza con The nose or The consipracy of Maverik e Il caso Braibanti, seppur in modo molto diverso, hanno utilizzato la rievocazione storica come fonte di denuncia. Il primo sul clima oppressivo di espressione artistica sotto Stalin e il secondo sulla costruzione e costrizione di un percorso forzato di normalità sessuale, pena la duplice reclusione come plagiante e pazzo-plagiato.

In concorso, il fortissimo N’y aura plus de nuit (vincitore della menzione speciale della Giuria Giovani) che denuncia il presente con le immagini prese da internet dei droni nelle guerre in Siria, Afghanistan e Iraq, in cui la scopofilia, il piacere di guardare, è non solo strumento di morte da parte dei piloti ma anche fruizione superficiale che non coglie più il valore della vita e della morte.

Il Festival ha poi promosso la memoria storica del cinema dedicando una serata ad Oliver Stone, ospite d’onore, con la presentazione del suo libro “Scrivere con la luce” e proiettando il suo pluripremiato Nato il 4 luglio.

Importante segnalare per l’impegno sociale inoltre la collaborazione con Emergency con il corto Ape Regina di Nicola Sorcinelli e la divulgazione del progetto “Indire-piccole scuole” che “intende sostenere la permanenza della scuola nei territori geograficamente svantaggiati, mantenere un presidio educativo e culturale e contrastare il fenomeno dello spopolamento” (http://www.indire.it/progetto/piccole-scuole).

La proiezione in Piazza di film quali Rosa Pietra Stella di Marcello Sannino, il già citato Il caso Braibanti di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese e Il terremoto di Vanja di Vinicio Marchioni, ha sostenuto il cinema italiano favorendo così anche la loro distribuzione.

Da segnalare tre film: Kill it and leave this town di Mariusz Wilczynsky, film di animazione la cui lavorazione ha richiesto 14 anni e che il regista stesso ha definito “un racconto di emozioni”. Nel film la città natale del regista, Lodz, diviene uno scenario surreale per far rivivere i personaggi della scena culturale polacca (con le voci di Andrzej Wajda, Krystyna Janda, Zbigniew Rybcznski) che l’hanno formato e le proprie relazioni familiari.  Nel film li incontra e vive con loro situazioni non strettamente autobiografiche nei fatti, quanto nella possibilità di esprimere loro desideri, emozioni profonde, sensazioni rimaste inconfessate. In particolare viene immaginato l’incontro dei propri genitori prima della sua nascita, viene dichiarato l’affetto al proprio padre e rivissuto l’ultimo incontro con la madre, riuscendo a mantenere il clima emotivo e quell’autenticità che solo un sogno può avere. Ne risulta una radiografia rigorosa del proprio sé più profondo e atemporale, di cui il regista, con grande umiltà e maestria nella realizzazione artistica, ci fa partecipi. Dal punto di vista tecnico Wilczynsky ha spiegato che di solito, nelle animazioni, prima si scrivono i dialoghi, poi si disegna il film e solo alla fine si aggiunge il sonoro; lui, invece, siccome voleva avere i personaggi sopracitati,  che però erano tutti ultra ottantenni, ha iniziato registrando le voci e ispirato da queste, le ha animate.

Sempre sulla memoria delle proprie radici familiari A metamorfose dos passaros di Catarina Vasconcelos, la cui realizzazione ha richiesto sei anni, riesce a rendere la complessità dei ricordi e delle emozioni verso la famiglia e le generazioni attraverso i dialoghi che permettono di cogliere la reciprocità dei sentimenti dei protagonisti e della regista stessa. Il suo lutto materno condiviso con il padre e i diversi passaggi evolutivi (crescita dei figli, progressiva autonomia e distacco e infine morte) avvolti da uno sguardo poetico che trova continui paralleli con la natura, la madre (terra e albero) e i figli (passeri destinati a migrare), alimentano il mistero della vita: “Dove vanno i passeri quando migrano, e da dove ritornano? Dove sono stati?”. La cornice della memoria si estende anche a un Portogallo ancora fortemente connesso con le sue origini rurali e al suo passato coloniale. Tecnicamente la regista che proviene dalle Belle Arti costruisce il film con un’attenzione minuziosa ai dettagli delle inquadrature ideate come “dei quadri in movimento, dei puzzle o dei mosaici.

Come esplicitato fin dal titolo The nose or The consipracy of Maverik  dell’animatore russo Andrey Khrzhanovsky si ispira al racconto di Nikolaj Vasil’evič Gogol, “Il naso” nella trasposizione dell’opera di Dmitri Shostakovich del 1930. “Questa cospirazione dei dissidenti in tre sogni”, parte da un volo notturno in cui ciascuno guarda un film differente e ci porta in una moltitudine di finestre sulla cultura cinematografica, poi pittorica, letteraria, teatrale e musicale dell’Unione Sovietica, (ci sono riferimenti alla corazzata Potemkin, a Oblamov, a Bulgakov, a Chagal…) sottolineando fin da subito come il “bagaglio” intellettuale, la lista dei cento libri che le persone di cultura dovrebbero leggere, accompagni il pensiero e prepari un viaggio che può essere di conoscenza, visionario, trasformativo e infine rivoluzionario. Il film mescola numerose tecniche di animazione e di ripresa (live-action, animazione CGI, figurine di carta, ritagli di giornale, collage digitale, colori a pastello e carboncino) e anche diversi piani narrativi in un ritmo incalzante che, partendo dalla vicenda della censura di Shostakovich a proposito del dibattito tra realismo e formalismo, si erge in difesa della libertà artistica contro ogni forma di repressione.

Unica nota stonata Guardarla negli occhi di Manuel Billi, un cortometraggio che riprende il rientro a casa del regista dopo diversi anni trascorsi in Francia, attraverso le mani dei famigliari che accudiscono la zia morente. Il film si chiude con la ripresa dello sguardo dell’anziana e sulla sua ferma volontà, espressa con un gesto di stizza, di non essere ripresa in un momento così intimo e personale come quello della fine della propria esistenza. Nonostante il film termini poco dopo questo palese rifiuto, non attutisce il senso di intrusione e di mancanza di pudore nei confronti di una sofferenza che chi ne era portatore non gradiva fin da subito venisse mostrata.

Maria Antonietta Vitiello