Origine: Italia 2019

Produzione: Angelo Barbagallo per Rai Fiction, Bibi Film TV

Regia: Giacomo Campiotti

Soggetto e sceneggiatura: Monica Zapelli, Sofia Bruschetta, Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano

Interpreti: Alessandro Preziosi (Marco Lo Bianco), Carmine Buschini (Domenico), Nicole Grimaudo (Enza), Francesco Colella (Antonio), Federica Sabatini (Teresa), Federica De Cola (Maria), Corrado Fortuna (Enrico), Vincenzo Palazzo (Giovanni), Andrea Bellisario (Gaetano), Francesco Saponieri (Cristian), Pino Pizzati (U’Canadese), Lollo Franco (Presidente Tribunale), Naike Silipo (Signora Lo Bianco)

Distribuzione: Rai Fiction

Uscita:  22 gennaio 2019 prima serata RAIUno

Reggio Calabria, 24 dicembre 2006.  Marco Lo Bianco giudice  del Tribunale dei minori di Reggio Calabria,sta tornando a casa, dall’altra parte dello stretto, a Messina. Un ragazzo lo ferma. E’ Giovanni Tripodi, giovane rampollo di una famiglia ‘ndranghetista. Tutto è pronto per il suo trasferimento lontano dalla Calabria e dalla criminalità. Il suo cellulare suona. Dall’altra parte c’è la madre Enza che però non riceve risposta.  Tuttavia, la  vediamo  raggiungere, insieme agli altri due figli Domenico e Teresa ,il bunker in mezzo al bosco dove si nasconde il marito Antonio . Qui la famiglia riunita intende festeggiare la vigilia di Natale, sennonché i carabinieri fanno irruzione e il boss è costretto a rifugiarsi in un nascondiglio dietro un mobile. Giovanni, tacendo sulla presenza del padre, accoltella uno degli agenti e viene portato via.

Mentre in casa Tripoli iniziano le perquisizioni e grosse quantità di denaro vengono sequestrate, il giudice Lo Bianco fa visita in carcere a Giovanni. Questi oppone un muro alle domande e ai tentavi di aiuto da parte del giudice, dichiarando che il legame con la famiglia è troppo importante per iniziare una nuova vita e che il suo gesto è stato motivato da un sostanziale senso del dovere verso la stessa.  Invita quindi Lo Bianco a lasciarlo in pace e a scomparire dalla sua vita. Giovanni riceve anche la visita della madre e dei fratelli, con quest’ultimi che ovviamente non comprendono la nuova situazione. I tre si recano poi presso l’ufficio del giudice, il quale afferma di non poter fare più niente per Giovanni, che ha superato la maggiore età. Esorta però la signora Tripodi a portare i figli il più lontano possibile dalla città, in modo da poter dare loro una vita diversa da quella criminale del padre e del fratello. A tal proposito, mostra le foto segnaletiche  dell’allora sedicenne Antonio e del defunto fratello Gioacchino, aggiungendo che tutta la famiglia, da varie generazioni, frequenta gli ambienti correttivi. “Ciò dimostra che l’‘ndrangheta non si sceglie ma si eredita”,  dice Marco Lo Bianco, sottolineando l’impronta negativa di un ambiente criminale nell’educazione e lasciando presagire il futuro infausto dei Tripodi più piccoli. A questo avvertimento Enza abbandona la stanza, negando la realtà delle cose. La scena successiva ci porta in un centro commerciale, dove il piccolo Domenico viene lasciato solo dalla madre per prendere un gelato. Scopriamo che questo è solo uno stratagemma, per favorire un incontro solitario tra il bimbo e il padre latitante. Quest’ultimo vuole incaricare il figlio della cura e della protezione della famiglia, ora che tutti gli uomini più grandi sono impossibilitati o perché in fuga o perché incarcerati. Mentre il boss si raccomanda di “crescere in fretta”, il primo piano sugli occhi del bimbo si allarga al viso di Domenico adolescente, cresciuto e ormai dentro al giro criminale. Circa dieci anni dopo, assistiamo infatti alla consegna di una mitraglia, molto simile a quella mostratagli dal padre la vigilia di Natale del 2006. Questa, verso cui il nostro protagonista subisce una vera e propria fascinazione,  viene portata da Domenico in motorino. Ma in seguito alla fuga da un posto di blocco dei Carabinieri, il borsone con all’interno l’arma viene abbandonato sul ciglio della strada. Il giovane e l’altro passeggero della moto vengono comunque fermati e arrestati.

Il giudice Lo Bianco ha quindi la possibilità di rincontrare il Tripodi più piccolo, questa volta con il suo avvocato e da imputato. A lui ripete, pressoché negli stessi termini, il discorso fatto alla madre; nell’ambiente in cui è vissuto non è libero di scegliere, ma l’etica criminale e gli imperativi della famiglia lo stanno portando verso un esito preannunciato e un destino simile a quello dei parenti più grandi. La reazione del ragazzo dimostra una totale mancanza di resipiscenza e un rinnovato attaccamento al  codice mafioso.  Il giudice sente perciò il bisogno di intervenire in maniera più efficace questa volta: non può ripetere il fallimento avuto con Giovanni. Sta pensando di mettere a punto una misura decisamente audace, ovvero togliere Domenico alla custodia della madre e garantirgli una nuova famiglia e una vita normale. Quando però si confronta con la moglie , viene sollecitato a desistere, dato che questa cerca di convincerlo dell’impotenza e dell’inefficacia della Giustizia dello Stato nelle questioni (criminali) della famiglia. Lo Bianco è pero troppo convinto per abbandonare il suo proposito. Al momento della sentenza, infatti, dopo aver prosciolto l’imputato da tutti i capi d’accusa e mentre i parenti già festeggiano, dichiara di dover affidare Domenico ai servizi sociali, comprovata l’irresponsabilità della madre nell’educazione dei propri figli. A questo punto seguono alcune scene didascaliche sull’eccezionalità di questo provvedimento e sulle difficoltà che esso comporta. Vediamo quindi l’incontro tra il giudice e l’assistente sociale, che dichiara l’impossibilità di pagare uno psicologo, che sarebbe necessario per la rieducazione di Domenico -alla fine si troverà un giovane praticante che lavora a titolo gratuito; assistiamo alla dichiarazione di sfiducia del capo del Tribunale turbato dall’eco mediatico della sentenza; veniamo a sapere che tutti gli assistenti sociali si sono dati malati per evitare di andare a prelevare a casa sua il discendente di un pericoloso nucleo criminale. Del resto, l’allontanamento dalla propria dimora non è facile neanche per Domenico e per la sorella, questa sempre più sola di fronte ad un futuro già segnato e sui cui incombe un matrimonio – con Gaetano – che lei non vuole.

Domenico Tripodi arriva quindi in un centro di accoglienza per minorenni a Messina, attraversando quello stretto che il fratello Giovanni non era riuscito ad oltrepassare, fisicamente e metaforicamente. E’ da subito scontroso e restio a fare nuove conoscenze; si mostra prepotente ed evita di raccontare il suo trascorso. A partire da questo momento i due fili della narrazione si cristallizzano nelle due città protagoniste. Da una parte c’è Reggio Calabria, dove siamo spettatori delle dinamiche all’interno della famiglia Tripodi, privata dei due figli maschi e del padre latitante; dall’altra parte c’è Messina, città del giudice e, per così dire, “dello Stato”, che ospita inoltre Domenico. Quindi, se da un lato del canale di Sicilia è ormai evidente l’insofferenza di Teresa verso una società opprimente ed oscurantista, dall’altro notiamo la progressiva ma lenta integrazione del protagonista nella comunità.

Come ci si poteva aspettare, arriva puntuale la minaccia di morte a Marco Lo Bianco, sotto forma di bossolo in busta. E parimenti puntuale arriva il biasimo, messo in bocca a Domenico, verso lo Stato, reo di averlo sottratto ad una famiglia che lo amava e, tra l’altro, di non avere le risorse necessarie per pagare i suoi stessi educatori (un mafioso che si lamenta dei fondi pubblici non si era mai visto!). Un momento di serenità con i compagni del centro, poi, viene interrotto dalla notizia del tentativo di suicidio di Giovanni. Domenico va quindi a trovarlo in ospedale, prendendo quegli  psicofarmaci che aveva dolorosamente abbandonato al centro di Messina. Una volta tornato qui, la scoperta dei medicinali da parte del compagno di stanza innescherà una reazione violenta del protagonista, una vera e propria crisi che segnala la sopraggiunta crescita di un ormai normale adolescente.

Tuttavia, la rinnovata tranquillità viene nuovamente turbata dalla notizia di vari arresti nel clan Tripodi. Domenico è costretto a tornare a casa, e riesce ad ottenere un permesso speciale di un giorno, a patto che faccia rientro in comunità la sera stessa. In Calabria il ragazzo è riassorbito nel tessuto criminale: incontra il padre e gli viene affidato un importante incarico. Domenico è a un bivio:  da una parte la famiglia e il malessere, da cui cerca rifugio nei farmaci; dall’altra i suoi nuovi amici e la libertà (di scelta). Sarà la seconda la via preferita, dal momento che scapperà dall’incombenza affidatagli.

Giusto il tempo per un’ultima indecisione, e Domenico suona nuovamente al campanello della comunità. Esprime poi la volontà di cominciare una nuova vita lontano dalla Calabria, dove nessuno possa raggiungerlo, né la vecchia famiglia né quella nuova. L’addio con i suoi tutori, infine,  gli apparirà un po’ troppo freddo, anche se scoprirà che alla stazione ferroviaria di Messina lo aspetta una dolce sorpresa, la sorella, anch’essa desiderosa di cominciare una vita diversa.

Questo Film Tv, andato in onda per la prima volta il 22 gennaio 2019 su Rai 1, è ispirato al lavoro del Presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria Roberto Di Bella. Costituisce una produzione ammirevole per come riesce a sviluppare la teoria del milieu, ovvero l’idea che sia soprattutto l’ambiente sociale a plasmare un individuo. Del resto, Giacomo Campiotti, nelle Note di Regia, afferma: “I personaggi non sono supereroi del Male che possono suscitare in alcuni spettatori desiderio di emulazione. Abbiamo cercato di raccontarli con rispetto e verità, prigionieri nella rete di relazioni familiari dolorose e arcaiche che fa di loro le prime vittime. Il Male, fa male anche a chi lo fa”. La recitazione e i dialoghi non rappresentano sicuramente i punti di forza dello sceneggiato, che risulta a tratti eccessivamente didascalico e macchiettistico (vedasi a tal proposito la scena dell’incidente, in cui un semplice sguardo di Domenico fa desistere un autista arrabbiato dal chiedere il risarcimento allo psicologo che guidava la moto che ha urtato la sua auto). Il film  però si distingue per alcune scelte simboliche significative. E’ considerevole cioè l’idea di ambientare la storia in due città divise dal mare, come a sottolineare la lacerazione di queste esistenze giovani ed innocenti. Colpisce altresì, alla fine, l’inquadratura sul padre, solo, in mezzo ad un gregge di pecore rinchiuso in un recinto: è questo il destino di chi non si interroga mai sui propri comportamenti ed esegue solamente gli ordini, anche discutibili, dei superiori, all’interno o meno della propria famiglia. Nonostante “Liberi di scegliere”  non contenga alcun elemento innovativo né offra nuove prospettive sul tema criminalità, ha tutto il diritto di essere annoverato fra le opere (minori) del filone mafioso tanto florido di questi tempi.

Ludovico Romagnoli