Domicilio coatto

Valutazione: 4/10

Genere: serie tv comedy/crime

Regia: Andrea Cima, Ludovica Ortame

Sceneggiatura: Elia Gonella, Susanna Vicentini, Andrea Cima, Ludovica Ortame

Interpreti: Leonardo Sbragia, Federica Lenzi, Chiara David, Giorgio Gambadoro, Flavio Domenici

Produzione: Antonella Doria

Durata episodio: 25 minuti

Origine/anno: 2020

Messa in onda: 23 luglio 2020 su Amazon Prime Video

Titoli di testa: si caratterizzano per la messinscena animata della famiglia protagonista della serie tv, che vuole sottolineare l’elemento comico intrinseco e per questo appare abbastanza divertente.

Script: ben poco originale e innovatore, si caratterizza per un uso stereotipato di alcune situazioni narrative nonché di determinati personaggi e passaggi narrativi, che risultano troppo convenzionali e fuori moda.

Ritmo narrativo: essendo abbastanza serrato garantisce uno sviluppo regolare dal punto di vista del tempo narrativo, derivato, tuttavia, più che altro dall’adozione di schemi narrativi fissi e tradizionali che lasciano ben poco all’immaginazione.

Locations: la location principale è unica e si identifica con l’abitazione del protagonista, che non presenta tratti particolarmente degni di nota ed è quindi adatta a una famiglia media romana.

Recitazione: non eccelsa ma ad ogni modo adeguata al registro generale utilizzato, sebbene non sia favorita dalla sceneggiatura.

Musica: di scarso spessore e privata del ruolo di portatrice di un significato più o meno profondo, nonché ridotta a un compito (anch’esso convenzionale) di natura puramente didascalica.

Originalità: scarsa e quasi inesistente, sia dal punto di vista della sceneggiatura sia da quello degli elementi del linguaggio cinematografico utilizzati.

Pilot

Dopo un anno e mezzo in carcere, Rocco Gagliardi (Leonardo Sbragia), criminale romano, viene trasferito agli arresti domiciliari nella sua abitazione, in cui l’uomo vive insieme alla moglie Gioia (Federica Lenzi) e ai suoi due figli, Donna e Dylan. Appena rientrato in casa, tuttavia, l’uomo scopre un ragazzo colombiano legato nel suo bagno che si capisce essere un corriere di cocaina. A quel punto, Rocco, spaventato dall’eventualità che gli agenti in procinto di arrivare per controllare l’abitazione scoprano la cosa, decide di risolverla in fretta chiamando i suoi due scagnozzi, che nel frattempo stanno aspettando di essere esaminati ad un provino per un ruolo in un film. Nello stesso momento,  sopraggiunge la moglie di Rocco insieme ai poliziotti incaricati di sbrigare le pratiche e tutto il necessario per gli arresti domiciliari. Fortunatamente, grazie all’intervento della figlia Donna, che finge di intrattenere una relazione con il ragazzo colombiano, il protagonista riesce a non destare sospetti, per cui i poliziotti se ne vanno ignari mentre contemporaneamente giungono i due compari di Rocco. Questi suggeriscono al capo di chiamare un <<professionista>> in modo tale da far espellere al ragazzo la droga contenuta nella sua pancia, e per questo chiamano Marzia, una donna transgender che attraverso alcuni sali ottiene il risultato sperato. Poco dopo, Rocco riceve la chiamata di un uomo, probabilmente un boss rivale di vecchia conoscenza, che afferma di essere stato lui a introdurre il ragazzo con la droga in casa sua quasi come avvertimento, manifestando l’intenzione di incastrarlo nuovamente.

Nonostante sia riconoscibile la volontà, da parte degli autori, di riportare in auge gli stilemi propri della “commedia all’italiana” (attraverso, ad esempio, la messinscena di equivoci comici che sono stati adottati parzialmente dalla maggior parte dei prodotti italiani attuali), il risultato finale non è quello tanto sperato. Il primo episodio della serie, infatti, sottolinea già quello che è l’andamento generale, il quale risulta forzato soprattutto a livello di sceneggiatura e della conseguente caratterizzazione dei personaggi, mediocri macchiette stereotipate di uno spettacolo che strappa a fatica qualche sorriso (anche questo purtroppo forzato). Altro punto dolente, inoltre, è la scarsa originalità della trama, che appare più che altro come una sorta di parodia mal riuscita del genere crime e che, così costruita, si ripercuote anche sugli strumenti adottati dal punto di vista cinematografico come la fotografia e la luce. L’elemento fotografico, infatti, sebbene si nutra di cliché introdotti al fine di evidenziare l’atmosfera generale come la bassa saturazione dei colori, non fa che conferire alle immagini un aspetto amatoriale e dilettantesco che sembra voluto ma non efficace. In più, l’uso frequente della macchina a mano genera un’instabilità che annoia piuttosto che stupire o impressionare e risponde unicamente a un intento estetico superficiale e quindi, ancora una volta, poco originale e “già visto”.

Unica nota positiva potrebbe essere la recitazione degli attori, che, forti della loro supposta professionalità, riescono a destreggiarsi abbastanza bene sulla scena nonostante la sceneggiatura e la direzione data dalla regia non aiutino molto in questo senso. Di conseguenza, ciò che viene mostrato sulla schermo appare posticcio e straordinariamente poco fluido, anche a causa di battute che vogliono essere scherzose ma hanno come unico risultato quello di apparire “fuori moda” e fin troppo rivisitate (ne è un esempio lampante la classica scenetta dell’agente di polizia poco sveglio e cicciottello che è preoccupato della salute della sua pelle e che è continuamente richiamato all’ordine dall’agente più autoritario e serio). Così come le battute, anche gli escamotage narrativi sono convenzionali e poco innovativi (basti considerare la tipica situazione narrativa in cui il protagonista, evidentemente in ansia per l’eventualità che la polizia scopra che in casa è presente un corriere della droga o comunque un elemento di illegalità, riesce a scamparla all’ultimo, per un colpo di fortuna, nel momento esatto in cui teme di essere colto in flagrante). Si spera solo, a questo punto, che non si verifichi il fenomeno di cui parlava Oscar Wilde: “Per acquistare popolarità bisogna essere una mediocrità”.

Helena Cairone

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