Per ricordare il centenario della nascita di Federico Fellini, lo scorso anno il regista è stato ricordato in molte occasioni e sono stati rimessi in circolazione (Covit permettendo, anche nelle sale) molti suoi film. 

Nel 2021 ricorre il centenario della nascita di Giulietta Masina. La ricordiamo pubblicando una nuova scheda del film La strada del quale è interprete indimenticabile.

La strada

Regia: Federico Fellini

Soggetto : Tullio Pinelli, Federico Fellini

Sceneggiatura: Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Federico Fellini

Fotografia: Otello Martelli

Montaggio: Leo Catozzo

Scenografia: Mario Ravasco

Costumi: Margherita Marinari

Musica: Nino Rota

Interpreti: Anthony Quinn (Zampanò), Giulietta Masina (Gelsomina), Richard Basehart (Il Matto), Aldo Silvani (Colombaio, detto signor Giraffa), Marcella Rovena (La vedova), Livia Venturini (La suora), Anna Primula, Mario Passante, Yami Kamadeva, Gustavo Giorgi

Origine: Italia, 1954

Distribuzione:  Cineteca di Bologna

Durata: 115’

C’è una vita che va oltre la vita anche se continua a farne parte. È una vita fatta di incontri, di sentimenti, di sensazioni, di sogni. Di violenza, di follia, di miseria, di sopraffazione e di morte. Per scoprirla occorre fare come ha fatto Federico Fellini. Bisogna mettersi per strada e andare alla scoperta di personaggi come Gelsomina, una donna che ha la fragilità di una bambina, Zampanò, una forza bruta che si consuma a ogni performance e  Il Matto, che ci fa sentire parte di un universo in cui anche un sasso ha un significato.

Nella complessa filmografia di Federico Fellini La Strada (1954) occupa un posto a parte. Mentre nei film che l’hanno preceduto e seguito, la fantasia di Fellini si sbizzarrisce per arricchire l’immagine del mondo che ci circonda, in questo compie un percorso inverso. Punta all’essenziale. Impoverisce l’immagine cinematografica della realtà per conferirle un significato più profondo, universale: Zampanò, Gelsomina e Il Matto sono protagonisti di una storia di emarginati che percorrono la strada di una vita segnata dalla desolazione e dalla morte.

In questo film il trascorrere del tempo è scandito dai chilometri che lo sgangherato motocarro di Zampanò percorre per ripetere, in luoghi diversi, uno spettacolo che scandisce il suo decadimento fisico e morale.

Zampanò o della violenza della vita

La sua storia non ha un inizio e neppure una fine. Incarna un tipo di umanità che uccide se stessa e non muore mai. Per Zampanò in cielo non esistono le stelle e non esistono i sassi che ad altri danno significato alla vita. Per lui non esiste un sentimento di possesso e neppure di appartenenza. La vita si compera perché ha un prezzo. Si fa sesso quando se ne sente il bisogno e si fa ricorso alla violenza per imporre la propria follia a chi si oppone al suo modo di manifestarla.

Nella sequenza conclusiva del film Zampanò, ubriaco, si batte contro tutto e tutti. Quando guarda in alto il cielo è senza stelle. Si addormenta sulla spiaggia, lambito dall’acqua di un mare oscuro. Comunque vadano le cose sarà sempre e comunque uguale a se stesso.

Per uomini come lui il sentimento della vita di Gelsomina non ha alcunn effetto. Lui continuerà a comprare per diecimila lire la vita di una Gelsomina che prenderà il posto di quella che l’ha lasciato e allungherà le mani per rubare gli addobbi in argento di un altare incustodito. Continuerà a uccidere e a sacrificare, senza volerlo, la vita degli altri perché il suo cielo è privo di stelle e la sua vita di speranza.

Gelsomina o dell’innocenza e della fragilità umana

Gelsomina è una donna che ha l’entusiasmo, la disponibilità, la fragilità di una bambina. Il suo percorso di vita è quello di chi non potrà mai disporre di se stessa. Viene venduta senza neppure essere stata consultata.

Per diecimila lire prende il posto di Maria, la sorella morta, nella vita di Zampanò. Uscirà, senza averlo chiesto, dal bozzolo della sua oscura esistenza per sfamare le sorelle e perché nutre la speranza di dispiegare le ali per prendere il volo.

Anche se confusamente crede in quello che fa, sente di appartenere a Zampanò, per il solo fatto che gli è stata venduta e, per questo, può disporre di lei. Suona, canta, balla. Impara a fare da mangiare. Va a letto con lui e si sente offesa dai suoi tradimenti.

Il confuso sentimento di appartenenza, che coltiva dentro di sé, diventa consapevole nell’incontro con il personaggio de Il Matto di cui condivide la logica di vita. Da lui impara che se un sassolino è capace di dare un significato alla vita, allora anche lei può averne in quella di Zampanò.

Anche se minaccia ripetutamente di andarsene e molte sono le opportunità che le vengono offerte per farlo, rimane con lui. Sente di essere il ponte morale della sua vita sino al momento in cui Zampanò, seppure involontariamente, uccide Il Matto e nasconde le tracce del suo omicidio.

“Il Matto sta male!”- Dopo la sua morte continua a ripetere in modo ossessivo. Nel suo lamento c’è l’incapacità di accettare la realtà della morte e di tornare normalmente a vivere. Lentamente si chiude in se stessa e, abbandonata definitivamente da Zampanò, vive nel ricordo di un sentimento di amore che esprime attraverso il suono della sua tromba.

Il Matto o della violenza autodistruttiva dell’arte

Il Matto è il personaggio che più consapevolmente manifesta l’incombente presenza della morte nella propria vita. Nutre il presentimento di dover presto morire. Sfida il proprio destino esibendosi in pericolosi esercizi di equilibrio su una fune sospesa nel vuoto e provocando in modo autolesionistico le violente reazioni di Zampanò. Le sue sono provocazioni verbali. Quelle di Zampanò sono fisiche. La leggerezza delle parole, in questo caso, si scontra con il potere distruttivo della forza fisica.

Se le parole de Il Matto sono in grado di dare un significato al sacrificio di Gelsomina, Zampanò con la sua forza bruta, arriva a disseminare lungo la strada distruzione e morte. Esiste una grande differenza fra i comportamenti e le riflessioni de Il Matto e la brutale coerenza del comportamento di Zampanò. Dalle parole de Il Matto emerge un istinto autodistruttivo, un bisogno contraddittorio di fare del male a se stessi facendolo agli altri. Zampanò è solo capace di fare del male agli altri.

Zampanò, Gelsomina, Il Matto sono frutto di un processo di spoliazione. Esprimono le contraddizioni di chi non ha niente e vive ai margini della società: per il fatto che non conoscono una condizione diversa da quella in cui vivono, loro non possono essere considerati degli emarginati ma rappresentano la stessa essenza della vita.  La loro strada non ha un inizio e non ha una fine. Attraversano territori sconfinati, terre incolte. Loro conoscono la fame e la miseria ma, ciascuno a modo suo, si batte per sopravvivere a se stesso e alla violenza degli altri. Alcuni sono dotati di forza bruta, altri di sentimenti. Altri ancora hanno un’autodistruttiva visione della realtà. Nessuno di loro conosce la felicità. Per loro non c’è speranza.

Una dolorosa e stupefacente allegoria della vita

Interpretato come una struggente allegoria della vita, il film di Fellini rivela tutte le sue straordinarie qualità. Prima fra tutte la capacità di affidare a un mondo fatto di ambienti, personaggi e di cose reali il compito di rappresentare la violenza e le contraddizioni di tutto ciò che conferisce significato alla vita.

In questo film, fatto prevalentemente di primi piani, l’ambientazione conferisce al racconto un andamento depressivo. Si parte da una spiaggia incolta per arrivare a quella senza cielo delle inquadrature finali. La casa del film è il maleodorante e decadente carrozzone di Zampanò che rappresenta fisicamente un mondo che non cambia anche se percorre, senza mai fermarsi, il lungo cammino della vita.

I personaggi di contorno sono segnati dal freddo, dal sole, dal vento e dalla pioggia. Il loro aspetto fisico racconta, senza possibilità di incertezze, la loro condizione di vita,  definisce la loro stanchezza e la grossolanità propria di questa umanità. I bambini sono una presenza fresca e costante di molte scene del film. In loro c’è un sorprendente stupore per la vita. Portano Gelsomina a visitare il bambino deforme, tenuto nascosto dalla vergogna umana, perché lo faccia ridere.

Zampanò, Gelsomina e Il Matto, messi a confronto con quelli che fanno parte di questa umanità marginalizzata dalla vita, appaiono diversi per la funzione che sono chiamati ad esprimere. Loro non hanno radici. Sono artisti, girovaghi. Vivono alla meglio, con i soldi raccolti alla fine di ogni spettacolo. Ciascuno di loro manifesta un modo diverso di stare nella vita. Zampanò è l’incarnazione della forza bruta. È privo di moralità. Gelsomina coltiva un sentimento positivo della vita ma non riesce ad esprimerlo e, meno ancora, a realizzarlo. Il Matto mette a rischio ogni giorno la propria vita. Impegna un duello permanente con la morte. Giustifica l’esistenza di un sasso. Dà una ragione di vita alla coscienza di Gelsomina (“Se non ci stai tu con Zampanò chi ci sta?”), ma si autodistrugge.

Il modo di esprimersi di Zampanò è totalmente fisico. E quando si trova nella necessità di parlare fa ricorso a pugni che diventano mortali. Prende o lascia con la forza quello di cui ha bisogno o, più semplicemente, vuole avere. La scena della vedova che ha avuto due mariti, con la quale si accoppia in cambio degli abiti di chi non c’è più, è un cameo di straordinaria bellezza. C’è la festa, c’è l’abbondanza del cibo, la luce della sera e ci sono i sentimenti di orgoglio di una donna innamorata e la delusione di una moglie tradita espressi da Gelsomina.

Se la voce di Zampanò è sempre grave e, per ottenere quello che vuole, si esprime in modo intimidatorio, quella di Gelsomina è inesistente. Si manifesta attraverso dei suoni, dei gesti ed espressioni del volto. Si apre e si chiude in una lacrima o un sorriso. Le sue parole, ora felici ora evocatrici di morte, diventano manifestazioni di stupore o di paura nei confronti della vita. “Il Matto sta male!”  è il suo angoscioso richiamo alla morte e la dichiarazione della sua incapacità di vivere. Anche lei è un poco “matta”. Ha bisogno di certezze ma non può averne. Se ne va, vuole tornare a casa ma rimane soggiogata dalla violenza che la circonda. Non sarà lei a lasciare il suo compagno e carnefice. Sarà Zampanò ad abbandonarla sul ciglio di una strada innevata.

Il Matto è il personaggio più verboso del film. Lui parla tanto, parla sempre. Sa quello che dice ma è incapace di metterlo in atto. Provoca a parole Zampanò sino a creare contro di lui un mortale sentimento di violenza. Scopre nell’universo un’energia capace di giustificare l’esistenza di un sassolino ma si prende gioco della propria. Restituisce Gelsomina a Zampanò, che sta per uscire dal carcere, creando a questo modo delle involontarie premesse alla sua morte. Il suo modo di vivere è contraddittorio. E’ pervaso da una violenza diversa ma egualmente distruttiva di quella di Zampanò. La sua morte avvia un processo di dissolvimento che porterà il suo carnefice a giacere sulla riva di un mare privo di stelle.

Gelsomina, invece, è un frammento di vita che non riesce a fiorire. A vivere una propria vita. Impara a camminare, a volteggiare come l’anatra, il personaggio della gag il Ciufile inventato da Zampanò. Alla fine dei suoi giorni non fa Quà, Quà! ma ripete ossessivamente Il Matto sta male! Suona con la tromba un motivo che sarà cantato dalla giovane donna che, racconterà a Zampanò di come una ragazza, che suonava una tromba, è morta alcuni anni prima. I sentimenti che Gelsomina ha percepito, ma non è riuscita a realizzare nella vita, le sopravvivono attraverso il motivo di una musica cantata da una voce sconosciuta che stende al sole lenzuola che profumano di pulito.

L’ineluttabile segno del destino

Era destino che questi personaggi, tanto diversi fra loro, si incrociassero lungo una strada prodotta dalla fantasia. Fossero messi insieme, l’un contro l’altro armati,  perchè, senza volerlo, arrivassero a sopraffarsi. A distruggersi. La violenza e l’indifeso istinto della vita, fanno parte della storia di ogni essere umano. In questa allegoria, oltre ai personaggi descritti, ce ne sono altri egualmente significativi. Tutti sono definiti con grande precisione per un’esigenza che non ha niente a che fare con il neorealismo ma fa esclusivamente i conti con la loro funzione rappresentativa. Non è un caso che Fellini, in questo film, si affidi soprattutto a inquadrature ravvicinate, che la macchina da presa si soffermi e le luci rimarchino in modo implacabile la fisionomia dei loro volti.

La scelta degli attori è priva di smagliature, rende il modo di essere di ciascuno una significativa storia di vita. I loro volti, il modo di camminare, di agire, sia nell’insieme ma anche singolarmente, diventa il paesaggio del racconto. Intorno a Zampanò, Gelsomina e Il Matto, personaggi definiti nel loro ruolo di simboli, si muove un coro fatto di volti, di voci che incarnano le facce di una diversa umanità. Oltre alla vedova dei due mariti, c’è la suorina che invita Gelsomina a restare in Convento, c’è la madre che vende la figlia e tenta di giustificare la sua decisione, c’è la prostituta che ruba i soldi a Zampanò e c’è il “capo famiglia” che giudica Zampanò e Il Matto troppo indisciplinati e individualisti per condividere “l’Arte” del circo. E c’è il coro di voci diverse, di mille dialetti, di infinite condizioni di vita che fanno da cornice al cammino su una strada che sembra non avere fine.

Allegoria della vita

Per realizzare questa allegoria della vita Federico Fellini ha dato fondo alle risorse espressive del suo linguaggio. Prima e dopo questo film le sue attitudini creative e il modo di fare cinema saranno diversi.

In questo film ha puntato all’essenziale. Ha caricato di significato ogni dettaglio e il modo di essere e di esprimersi dei suoi personaggi assecondato dalla splendida interpretazione (non recitazione) di Giulietta Masina, Antony Quinn e Richard Basehart.

Fellini si esprime soprattutto per immagini. Il suo linguaggio è il cinema. Per questo quando parla dei suoi film lo fa in modo improprio. Quello che aveva da dire lo ha già detto con le immagini che ha proiettato sullo schermo. Il resto non conta.

Questa consapevolezza è presente nel film e si manifesta nel desiderio di fare a meno di tutto quello che non è essenziale alla rappresentazione. Fellini fa vivere un mondo, che nasce dalla sua fantasia ma fa scaturire dalla realtà, ricorrendo a inquadrature  ravvicinate, perfette nella loro definizione e nel modo di dare corpo al sentimento della vita.

La strada, che viene dal nulla e va verso il nulla, è segnata dalla presenza della morte ma sopravvive a se stessa grazie al motivo suonato maldestramente da una tromba. La voce dello spirito, a quanto pare, appartiene più alla musica che all’immagine cinematografica.

“È arrivato Zampanò!”

La sequenza che introduce alla comprensione del film è quella in cui Zampanò insegna a Gelsomina il mestiere dell’artista. “È arrivato Zampanò!” è l’annuncio che Gelsomina deve imparare a fare ma che non riesce a pronunciare alla maniera di Zampanò. Vorrebbe riuscire a farlo ma ha la grazia e l’abilità di dirlo solo in un modo diverso.  A colpi di verga viene costretta a recitarlo alla maniera di Zampanò, a interpretare la parte dell’anatra colpita dal Ciufile e a fare quà, quà, quà come le richiede il divertimento del pubblico.

Il modo in cui viene caratterizzata la figura di Gelsomina basterebbe per comprendere che Fellini conferisce al suo personaggio significati speciali. Gelsomina è una figura femminile sgraziata. È una donna piccola, priva di forme che connotano il genere donna. Ha grandi occhi e una bocca enorme. Un caschetto di capelli biondi in testa e si muove in modo maldestro. Sembra un anatroccolo ma incarna una promessa di vita che non si realizzerà. E’ una figura creata in opposizione alle immagini ridondanti, ai vuoti a perdere delle figure femminili proposte dal cinema commerciale.

“È arrivato Zampanò!” annuncia per dare inizio allo spettacolo. “Il Matto sta male!” è l’espressione che lo conclude.

In questo film la violenza fisica è univoca e produce distruzione e morte. Quella morale è astratta, contraddittoria, distruttiva degli altri ma anche di sé. La prima appartiene alla vita comune, la seconda alla follia dell’arte.

La Strada non è una favoletta dedicata alla violenza della vita. E’ una spietata e dolorosa rappresentazione della condizione umana e delle contraddizioni che connotano la nostra differente capacità di vivere. Fellini raccoglie le immagini di questo mondo con la sua macchina da presa. Le avvolge in un profondo sentimento di pietà perché riguarda la vita che ciascuno di noi riconosce quando guarda dentro se stesso.

“Tu che amar non sai / Tu che amar non puoi / sei stregata dall’amor

Sono gli occhi tuoi / freddi più che mai / ma che febbre nel tuo cuor

Hai sulle labbra quei baci / che non dai e che non vuoi / nel desiderio che giammai si spegnerà” (M.Gualdieri/Nino Rota)

 

 Stefano Sguinzi