Regia: Marshall Curry

Genere: Documentario

Cast: Julienne Moore (voce narrante), David Remnick (se stesso).

Durata: 96 minuti

Origine: USA

Anno: 2025

Data di uscita in Italia: 5 dicembre 2025

Piattaforma: Netflix

Il New Yorker ha compiuto cento anni. Tra le varie iniziative per festeggiare il primo secolo di vita del settimanale, ufficialmente nato il 21 febbraio 1925, spicca il documentario di Marshall Curry. Uscito su Netflix il 5 dicembre 2025, traccia la storia del giornale e di chi lo realizza, dalle origini fino a oggi. I fondatori furono due giornalisti, Harold Ross e sua moglie Jane Grant: in perfetta sintonia con i ruggenti anni Venti, volevano creare una rivista letteraria e umoristica destinata alla gente di Manhattan, come il gruppo di artisti e scrittori loro amici che si ritrovavano presso l’Algonquin Hotel. Nel corso dei decenni il periodico si è evoluto, mantenendo tuttavia inalterati l’attenzione per i temi sociali e la politica estera, l’impegno a pubblicare narrativa e saggistica di valore, le intuizioni sulla realtà statunitense e la sottile ma sempre pungente ironia delle vignette. L’attuale direttore, David Remnick, apre le porte della redazione, all’interno del One World Trade Century, presentando le diverse fasi della lavorazione di un numero: dal brainstorming settimanale, che riunisce buona parte dello staff, al controllo editoriale quasi ossessivo di ogni frase, di ogni parola e di ogni virgola; dall’altrettanto accurata verifica delle notizie alla selezione delle vignette satiriche, dei racconti e dei reportage; dalla scelta della copertina fino alla riunione di chiusura del numero e alla lettura finale delle bozze prima della stampa. In mezzo, un’infinità di personaggi, eventi storici, incontri e racconti.

Nato nell’età del jazz, tra la musica di Gershwin e la narrativa di Fitzgerald, ‘il New Yorker è un miracolo’, come afferma David Remnick riferendosi alla versatilità e alla longevità del settimanale, una pubblicazione indipendente che svolge inchieste e fa spazio a lunghi reportage per cercare risposte reali in un mondo dominato da un’informazione sempre più contaminata e frammentaria. Ma un miracolo l’ha compiuto anche Marshall Curry, presentando in un centinaio di minuti cent’anni di storia di una rivista unica al mondo e diventata leggendaria. Guardando questo documentario, ci trasformiamo in Alice nel paese delle meraviglie: entriamo in un mondo affascinante, del quale è meraviglioso scoprire i protagonisti e gli artefici, incontrandoli in ordine sparso, sospesi tra passato e presente.

Davanti a noi sfilano personaggi che emanano un qualcosa di magico: c’è la vignettista storica del New Yorker, Roz Chast, che vive e lavora in mezzo ai suoi pappagallini nelle voliere, annotandosi le idee quando le vengono in mente e mettendosi a disegnare per sentirsi meno sola. E ai suoi pappagallini non fa mai mancare qualche vecchia bozza della rivista da mordicchiare. C’è la cartoon editor Emma Allen, che tutti i martedì mattina riceve 1500 vignette destinate a ridursi gradualmente a poco più di una decina. Quando le esamina da sola nel suo ufficio, prima di confrontarsi con lo staff e con il direttore, arrivata a 800 deve interrompersi per ritemprarsi con qualche minuto di ginnastica giapponese. Ed ecco il critico cinematografico, Richard Brody, che quando esce dal cinema si nasconde mettendosi il cappotto in testa perché non vuole parlare con nessuno, tanto meno con altri critici.  Non vuole nemmeno pensare, ma soltanto lasciar sedimentare il film dentro di sé, perché il cuore del film è l’emozione. E non vorrebbe mai scrivere recensioni negative, perché se ci vogliono due anni per fare un film e due ore per guardarlo, bastano due minuti per demolirlo. E poi ancora la art editor Françoise Mouly, sempre alla ricerca di una copertina, che dopo trent’anni si sente ancora costantemente in ansia perché, mentre un numero viene pubblicato, lei sta già lavorando alla copertina del numero successivo e deve pensare a quella dopo ancora. Ci sono l’inviato di guerra, il critico musicale e l’esperto di salute aerospaziale, ma c’è anche l’office manager, lo stesso da quarantasei anni, che tutti si contendono quando salta la corrente, quando manca la carta, quando c’è un computer da aggiustare.

Sulla prima, storica copertina compariva quella che poi divenne la celebre mascotte del giornale: Eustace Tilly, un dandy con la tuba che usa il monocolo per osservare la farfalla che ha davanti, creato dall’artista e fumettista Rea Irvin. Una volta all’anno viene puntualmente riproposto in diverse versioni, come quella del 2013 che lo rappresentava in una pittoresca variante hipster, o quella del 2008, dove era sdoppiato in Barack Obama e Hillary Clinton. Le copertine del New Yorker non usano fotografie, ma disegni che rispecchiano il periodo storico: per il primo numero del 2024, l’italiana Bianca Bignarelli ha disegnato una donna seduta davanti al suo Mac in un ambiente illuminato solo dallo schermo, mentre si gira a guardare i fuochi d’artificio di capodanno fuori dalla finestra. Accanto a lei, un gatto acciambellato. La copertina pensata per l’11 Settembre era nero su nero, con le sagome opache delle Torri Gemelle che si stagliavano quasi impercettibilmente su uno sfondo nero lucido. E nel novembre del 2024, ancora il total black per l’inquietante silhouette di Trump rieletto presidente.

Nel corso del tempo ci sono stati articoli, personaggi e avvenimenti che sono diventati pietre miliari nella storia della rivista: il reportage del giovane John Hersey su Hiroshima aprì gli occhi agli americani su quanto era realmente accaduto in Giappone, cambiando nel contempo la percezione del giornale sulla scena mondiale; nel 1958 il libro Primavera silenziosa, della scrittrice e biologa Rachel Carson, che aveva studiato a lungo i danni per la salute causati dal DDT nonostante il tumore al seno che la stava uccidendo, trasformò la scienza in letteratura; nel 1965 Truman Capote, con A sangue freddo, suscitò una polemica sulla veridicità dei fatti narrati all’interno del giornalismo investigativo, che probabilmente è all’origine del conseguente fact-checking quasi maniacale; nel 2024, la vittoria di Donald Trump su Kamala Harris è stata seguita dai giornalisti del New Yorker al completo fino all’ultimo conteggio di voti, con la tensione e la consapevolezza di vivere un momento storico tra i più importanti dei nostri tempi.

Sarebbe lunghissimo l’elenco di scrittori legati in un modo o nell’altro al New Yorker, e non a caso nel film vengono rappresentati da una sorta di mazzo di carte, ognuna delle quali è la pagina di un libro, distribuito con una velocità di scorrimento accelerata. Tra tutti, vale la pena di ricordare la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che affronta le tematiche del razzismo e del femminismo da un punto di vista che esula dagli stereotipi, ed è stata scelta per comparire sul numero dell’anniversario. Altrettanto importante è il legame del New Yorker con il cinema, considerato fonte di ispirazione e nel contempo argomento di critica culturale. Emblematico è The French Dispatch di Wes Anderson, nel quale i veri redattori del settimanale diventano personaggi di fantasia e le storie sono ispirate ai suoi giornalisti o ai suoi articoli. Marshall Curry non ha solo il grande merito di aver sintetizzato un materiale incredibilmente vasto ed eterogeneo, ma anche di averlo fatto con uno stile che corrisponde perfettamente a quello del New Yorker: è riuscito a far passare i maestri dell’indagine giornalistica dall’altra parte della barricata, trasformandoli in indagati di riguardo, senza rinunciare alla creatività e allo spirito della rivista per eccellenza della Grande Mela. Visione consigliata? Assolutamente sì.

Voto: ★★★★

Lucia Corradini