Regia:Kim Byung-woo

Sceneggiatura: Kim Byung-woo, Han Ji-su

Genere: azione, drammatico, avventura, fantascienza, sopravvivenza, distopico

Cast: Kim Da-mi, Park Hae-soo, Kwon Eun-sung, Park Byung-eun, Yuna, Jeon Hye-jin

Produttore: Kim Chun-kyoung

Casa di produzione: Hwansang Studio

Fotografia: Kim Tae-soo

Durata: 108’

Origine: Corea del Sud

Anno: 2025

Piattaforma: Netflix

 

“Seul, ai giorni nostri”: la ricercatrice An-na Koo, si sveglia nel suo appartamento al terzo piano insieme al suo bambino Ja-in, pronta per cominciare una nuova giornata. Pare una mattina come tante altre, con un forte diluvio che si intravede oltre i vetri delle finestre e Ja-in che vuole giocare ad “andare sott’acqua” sotto le coperte, fino a quando An-na non si accorge che l’acqua, quella vera, è entrata anche in casa e si sta alzando sempre più rapidamente e inesorabilmente. Non si tratta solo della pioggia, un asteroide ha colpito l’Antartide, i ghiacciai si sono sciolti e l’acqua sta piano piano inondando il mondo, decretando a poco a poco l’estinzione della popolazione globale. Per An-na e Ja-in esiste ancora una possibilità per non soccombere: raggiungere il trentesimo piano del palazzo, invaso oltre che dall’acqua da numerosi disperati come loro che cercano di salvarsi, dove c’è un elicottero ad attenderli e portarli in salvo. Infatti in quanto scienziata e a capo di un progetto chiamato “Emotion  Engine”, basato sull’intelligenza artificiale e mirato a creare una nuova umanità, An-na si rivela l’ultima persona in grado di salvare la razza umana, o perlomeno quello che se ne riesce a ricavare grazie alle nuove tecnologie. Percorrere quelle fatidiche ventisette rampe di scale sarà impresa ardua degna dei migliori film d’azione e “survival”, ma fortunatamente a venire in soccorso ai due protagonisti arriva Hee-jo, responsabile della sicurezza del personale, guardia ma anche Virgilio di questa “Odissea”, che si rivelerà piena di sorprese e di colpi di scena pari a un poema epico.

 

Il regista Kim Byung-woo ha sicuramente avuto grandi ambizioni: unire il genere d’azione, con la distopia, la fantascienza, il survival e aggiungere pure la critica sociale, seppur quest’ultima non prominente, non è certo impresa da poco quando si vuole realizzare un’opera cinematografica. Eppure, seppur con qualche inciampo dovuto alla ripetitività e a una lieve confusione nella seconda parte, è stata una missione portata a termine con efficacia, complice anche l’esperienza del regista e dei suoi collaboratori di ogni settore. Infatti tecnicamente non c’è nulla da eccepire, data l’ambientazione apocalittica e fantascientifica, gli effetti speciali giocano un ruolo centrale per quanto riguarda la visione del grande flood che aumenta istante dopo istante, riuscendo grazie anche all’apparato musicale e a notevoli inquadrature, a riportare tutto il carattere epico e il ritmo serrato che si confà a un film di questo genere.

Al contrario di quello che ci si potrebbe aspettare, non è un’opera contrassegnata esclusivamente da azione, frenesia, colpi di scena e un’unica corsa contro il tempo nel tentativo di raggiungere il traguardo, il trentesimo piano con l’elicottero in questo caso, e salvarsi, bensì sono riservati anche dei momenti, seppur minori, di intimità e anche di riflessione sulla società, perché parlare di critica sarebbe forse un po’ eccessivo. Durante i 108 minuti di durata viene abbastanza naturale chiedersi come mai è presente sia un elicottero pronto a portare in salvo la protagonista scienziata e il suo bambino, sia un uomo che è disposto a sacrificare la sua vita per questo, e non è invece accennato neanche un tentativo da parte delle autorità e dello Stato per proteggere i migliaia di sfollati che anch’essi abitano in questi palazzoni brutalisti tutti uguali, che ripresi dall’alto formano dei caratteri hangŭl non decifrabili.

La negligenza, se non addirittura l’assenza, del proprio governo nei confronti delle persone più deboli e fragili è un motivo ricorrente in molti film sudcoreani, tra i più efficaci e recenti Parasite di Bong Joon-ho e la serie Squid Game di Hwang Dong-hyuk, segno che questa è una problematica ancora fortemente attuale e soprattutto tragicamente grave e urgente. Ma il problema non è solo lo Stato, dinanzi a una catastrofe come una marea gigante che sta travolgendo tutto ciò che la circonda risulta assai complicato anteporre la solidarietà e l’empatia ed accantonare l’egoismo, come si riscontra nelle scene in cui An-na si ritrova davanti a una donna che sta partorendo o a una bambina bloccata in un ascensore. Di fronte alle più grandi sciagure si assiste addirittura a qualcosa che va oltre all’individualismo e pure alla ragione umana, ovvero l’abbandonarsi di alcuni al cinismo e allo sciacallaggio, come fanno alcuni personaggi durante l’evacuazione degli appartamenti, fenomeno questo purtroppo non distopico né apocalittico e che si verifica sempre più frequentemente.

Il male in questo film si annida, anzi inonda, dappertutto, pure i ricordi, infatti in uno dei momenti di stasi dalla fuga verso l’alto, i due protagonisti adulti, l’attrice Kim Da-mi e l’attore Park Hae-soo, quest’ultimo noto al grande pubblico per la sua interpretazione nella prima stagione di Squid Game, entrambi molto convincenti nei loro ruoli, si concedono una confidenza intima rivelando a vicenda il trauma causato dall’abbandono della propria madre che ci si trascina anche a distanza di anni. Questo è sicuramente il dialogo più riuscito a Kim Byung-woo e al suo cosceneggiatore Han Ji-su, che mostra un’altra sfaccettatura del film oltre a tutti i grandiosi effetti e virtuosismi tecnici. Insomma la calamità pare non essere l’inondazione, e neppure il meteorite, ma l’essere umano, sia nella sua veste pubblica che privata. Questa sottotrama c’è, è presente, peccato che questa critica alla razza umana, a un passo dall’estinzione, sia un po’offuscata da tutta l’azione e la fantascienza, specie nella seconda parte in cui invece di andare fino in fondo con il namwon, il coltello da cucina tradizionale coreano, per far emergere il marcio della società, si è optato per una narrazione che richiama i videogiochi vintage, affondando  in parte le buone potenzialità che aveva questo lungometraggio.

Certamente diversi temi importanti affiorano, oltre ai già citati tra i più rilevanti il netto e abissale divario tra natura e intelligenza artificiale, in cui la prima sta per decretare la morte del popolazione mondiale mentre la seconda potrebbe garantirne una sorta di salvezza, e riflettendoci questa prospettiva oltre che a indurre riflessioni dovrebbe anche suscitare una discreta ansia, se non addirittura una concreta paura. Ma asciugando tutto il film, forse, visto il legame profondo tra An-na e Ja-in, e provando a interpretare il finale criptico, non è che il messaggio ultimo sia unicamente che alla fin fine a creare e portare avanti il mondo sono semplicemente una mamma e suo figlio? Probabilmente deve ancora passarne di acqua sotto i ponti prima di scoprirlo…

Linda Jam

★★★