
VENEZIA 83 – VENICE OPEN, FUORI CONCORSO
JUPITER, di Alexandre Smia
“Una linea è stata superata; è una minaccia esistenziale. Ora, o capitoliamo o rischiamo una distruzione rapida e totale”. Sull’aereo per Kiev il Presidente francese Paul Archambault ascolta il discorso del Presidente russo Chernov che, indignato, afferma di essere sfuggito per un pelo a un attacco ordinato dal suo nemico ucraino. Ogni reazione avrà conseguenze drammatiche e il tentativo di mediazione non garantirà la salvezza. La minaccia è globale. Il tempo incombe e impone un’assunzione di responsabilità che spetta solo al Presidente, prima di tutto un uomo, solo di fronte al mondo e nella vita privata. La sua figura si ispira a quella di De Gaulle e Chirac, racconta il regista dopo la proiezione, ed è un omaggio ai film girati negli anni Settanta sulla paranoia del nucleare.
Il pianeta che dà il titolo al film presentato fuori concorso nella sezione Venice Open rimanda a Giove, il Dio del fulmine, una divinità in grado di provocare una frattura irreparabile, ma Jupiter è anche il nome del luogo dove ha luogo quasi tutto il film, un bunker sotterraneo dell’Eliseo, dove un gruppo ristrettissimo di persone ha il compito di valutare quale sia la migliore strategia per mantenere la pace mondiale, evitando di provocare una guerra nucleare che sterminerebbe tutti.
Le parole di Jorge Luis Borges, che appaiono suddivise in tre parti sullo schermo nero, dicono:
“Il futuro è inevitabile, ma può non avere luogo. Dio veglia sugli intervalli”.
Drammaticamente realistico e distopico allo stesso tempo, il primo lungometraggio di Smia è costruito come una tragedia greca, formalmente suddivisa in cinque atti, un thriller politico che, a tutti i livelli, conduce a una escalation di tensione claustrofobica, svolgendosi – salvo poche scene – in un luogo assolutamente inviolabile e segreto, seppur protetto, con primissimi piani e lunghi piani sequenza ininterrotti che ne esaltano il carattere.
La figura imponente di Paul Archambault, che Denis Ménochet fa completamente sua, viene presentata sin dalle prime scene prevalentemente di spalle, il suo incedere solenne (mentre percorre il cortile del palazzo presidenziale e i lunghi corridoi) non solo sostiene la drammaticità del momento, ma porta alla sensazione di inesorabilità che precede un’esecuzione. È un uomo, ma per quanto potente e forte, si accascia a terra, solo qualche minuto più tardi, per lo shock di una notizia che riguarda sua figlia, che lo spettatore apprenderà solo parzialmente. La vita privata entra in quella pubblica; impossibile tenerle distinte. Anche i suoi consulenti ammetteranno apertamente, durante la fase di discussione accesa che seguirà, di aver pensato alle loro famiglie fuori dal bunker.
Uscendo di sala in silenzio non si può evitare di pensare che il confine fra realtà e fiction a volte è decisamente sottile.
★★★
Claudia Bersani

