Winter Boy – Le Lycéen
Regia: Christophe Honoré
Soggetto: Christophe Honoré
Sceneggiatura: Christophe Honoré
Fotografia: Rémy Chevrin
Genere: drammatico
Cast: Paul Kircher, Vincent Lacoste, Juliette Binoche, Erwan Fale, Adrien Casse, Anne Kessler, Elliot Jenicot, Pascal Cervo, Matéo Demurtas, Christophe Honoré
Durata: 122’
Origine: Francia
Anno: 2022
Piattaforma: Mubi
C’è un prima e un dopo nella storia di Lucas, come in ogni indagine sulla sofferenza. C’è un’immagine dai contorni definiti e poi ce n’è un’altra sconosciuta e potenzialmente senza limiti né definizioni. È un’intrusione – o meglio, più di una – quella che mette in scena Christophe Honoré in questo film concentrandosi a pieno sui sentimenti. La prima intrusione è – naturalmente – quella della disperazione, che Lucas conosce a partire dalla morte del padre, scoprendo (dopo) di averne avuto traccia anche prima che irrompesse in modo così violento con l’elaborazione del lutto. Poi ci sono altre – e diverse – intrusioni, nel dolore altrui, che causano un’angoscia ancora più grande e ingovernabile, o in qualche modo si annullano scontrandosi ed unendosi.
Winter Boy: La cognizione – e l’urgenza – del dolore
Forse non ci si conosce a fondo se non nel dolore, soprattutto in quello bambino, quando ci si avverte – ad un tratto – così divisi, così tanto parziali. Per Lucas la vita «è diventata un animale selvaggio», a cui non riesce più ad avvicinarsi senza farsi mordere. Ad aggredirlo sono le idee, in cui non si riconosce più e che avverte come una minaccia. Per potersi difendere bisogna riunire tutto (il dolore) e ricominciare da capo; rivedere quello che è successo, tornare a quando si era ancora intatti. È l’unico modo per non perdersi.
Non è vero che la sofferenza unisce. Senz’altro attrae altro dolore – come una calamita – ma non lega in modo immediato così come spesso si pensa. Non ci sono sempre le condizioni affinché questo avvenga. Presentato al Torino Film Festival nella sezione Fuori Concorso, Winter Boy è l’anatomia di una scomparsa – come quella di Hisham Matar – di un’assenza che pesa sul petto, di cui si impara ad avere cognizione con il tempo, sottraendosi alla disperazione, legandosi ad essa, come se fosse un’alleata e non una nemica. Il regista attinge dalla sua stessa esperienza, mettendo in scena tutta la brutalità e tutta la paura, senza fare sconti. L’ispirazione è stata L’adolescente di Dostoevskij, in cui il narratore prende in carico il racconto all’inizio del romanzo, ma allo stesso tempo non è in grado di occuparsene. Per Christophe Honoré era necessario analizzare non solo il tormento passato, ma raccontarlo in relazione al suo essere invalidante nel presente. Ad un certo punto, allora, è necessario prendere una decisione, e diventa persino liberatorio scegliere il dolore. Trasformarlo in altro, persino sublimarlo, o aggredirlo, portarlo altrove. «Fuori dalla portata della nostra presenza/nel paradiso perduto della probabilità./ Altrove./ Altrove./ Come risuonano queste piccole parole.», scrive la poetessa Wislawa Szymborska. E da questi – come da altri – ragionamenti si è sviluppata la riflessione di Krzysztof Kieślowski nel suo cinema “a colori”.
Christophe Honoré “si affida” alle parole attente e lucide di Andrea Laszlo De Simone e alla sua Conchiglie, che ripercorre il distacco e la fine, concedendo alla sofferenza una presenza necessaria. In cui ci rende conto che non serve a niente mettersi al riparo dal vento, rintanarsi in sé stessi: siamo solo conchiglie, niente potrà farci tornare a quando il mare era calmo.
Mariantonietta Losanno
Voto: ★★★1/2