Wild Horse Nine


VENEZIA 83 – CONCORSO

Wild Horse Nine, di Martin McDonagh

Martin McDonagh non ha mai avuto particolare interesse per le mezze misure. Nel suo cinema la risata può nascere dalla morte, la violenza può convivere con una tenerezza inattesa e personaggi apparentemente grotteschi possono rivelarsi, un attimo dopo, profondamente umani. Wild Horse Nine, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, si muove esattamente lungo questa linea sottile, ma aggiunge alla poetica del regista una dimensione politica e storica particolarmente interessante.

La vicenda è ambientata nel 1973, alla vigilia del colpo di Stato cileno. Chris e Lee, due agenti della CIA interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell, vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro superiore. Quello che dovrebbe essere un incarico legato alle operazioni dell’intelligence americana prende presto una direzione imprevedibile: lontani dal continente e immersi in un luogo quasi fuori dal tempo, i due si trovano a fare i conti con vecchie missioni, segreti, errori e responsabilità che credevano di aver lasciato alle spalle.

Con Wild Horse Nine, Martin McDonagh firma una delle sue opere più stratificate e spietatamente lucide, confermando una cifra stilistica unica nel panorama contemporaneo. Il regista sceglie di non raccontare il momento storico attraverso i codici consueti del cinema politico: la Storia funge da opprimente quinta teatrale per una deviazione apparentemente assurda, la missione sull’Isola di Pasqua. È proprio in questa apparente “commedia da camera a cielo aperto”, incorniciata dai moai di Rapanui, che emerge la straordinaria maestria dell’autore americano nella scrittura e nella regia.

La sceneggiatura è un congegno a orologeria di rara precisione, capace di coniugare un umorismo nerissimo e sferzante con un profondo senso di malinconia esistenziale. Il dramma geopolitico si dissolve per fare spazio a un’indagine morale sulla colpa, sul tradimento e sulle cicatrici storiche degli Stati Uniti. I dialoghi, carichi di un cinismo tagliente, scavano solchi profondi nell’animo di personaggi costretti a fare i conti con la fine del loro mondo.

La regia asseconda la parola con una compostezza formale esemplare: McDonagh, coadiuvato dalla magnifica fotografia di Ben Davis, sfrutta gli spazi sconfinati dell’isola per evocare un’estetica da western crepuscolare, ribaltando i codici del classico spy-thriller. Ogni inquadratura traduce visivamente lo stallo psicologico dei protagonisti, isolati dal resto del mondo ma prigionieri del proprio passato. L’Isola di Pasqua contribuisce in maniera decisiva a questa atmosfera: i paesaggi e i giganteschi moai creano un contrasto quasi straniante con la piccolezza delle vicende umane. Quelle figure immobili sembrano osservare i personaggi con un’indifferenza millenaria, come se fossero loro, e non gli uomini, a possedere davvero la memoria del luogo.

A coronare questo miracolo geometrico sono le straordinarie interpretazioni di tutto il cast, e in particolare dei due protagonisti. L’alchimia tra John Malkovich e Sam Rockwell è semplicemente magnetica; Malkovich, nei panni del veterano Chris, regala una delle sue prove più intense e dolenti degli ultimi anni: il suo è un corpo stanco, malato, divorato dai rimorsi che affida a un dittafono. Al suo fianco, Rockwell è una spalla capace di oscillare con agilità spiazzante dalla follia comica a una disperata ferocia.

Wild Horse Nine si impone come un apologo politico e filosofico indimenticabile, un’opera che lascia nello spettatore il sapore dolceamaro dei grandi capolavori. Un trionfo assoluto di scrittura, tecnica e anima.

★★★★★

Francesca Savino