Ulya
CANNES 79
UN CERTAIN REGARD
Ulya, di Viesturs Kairišs

Ulya a 12 anni è la più alta della classe, anzi è la più alta di tutto il paese, non bastano i 200 cm dell’asta per misurare la sua altezza dal medico. La sua presenza – per quanto silenziosa e discreta – è ingombrante, e i suoi genitori sono preoccupati: ci sarà mai un posto fuori dal suo paese, in cui potrà essere felice e non osservata come un fenomeno abnorme? Dai campi innevati della Latgale, Ulya parte per la città nella speranza di trovare case e persone più alte di lei. Ma anche nella squadra di basket dove, grazie al fidanzato della sorella, inizia a giocare, la sua altezza è d’intralcio, per lei e per le sue compagne. Non è facile capire di chi può fidarsi. Nel percorso verso la vita adulta, Ulya dovrà capire cosa vuole: continuare a nascondersi nel suo villaggio o diventare la migliore giocatrice al mondo di basket?
Ulya racconta la storia vera di Ulyana Semjonova (nata nel 1952 e deceduta qualche mese fa), la giocatrice più titolata nella storia del basket femminile: due volte campionessa olimpica, tre volte campionessa del mondo, dieci titoli europei e leader della nazionale sovietica dal 1968 al 1986. Scritta da chi come lei è cresciuto nella Lettonia orientale, la sua storia nasce inizialmente come progetto teatrale e arriva al cinema grazie all’incontro di Viesturs Kairišs con Kārlis Arnolds Avots, il giovane altissimo interprete di Ulya che tanto desiderava questo ruolo, avendo condiviso luoghi e situazioni simili.
“Ogni persona porta sempre dentro di sé un vago paesaggio interiore, come un ricordo.” Sulla base di questa convinzione, il regista decide di dare spazio al paesaggio, attribuendogli un’accezione non solo fisica, ma poetica. Le immagini di neve e ghiaccio, che aprono e chiudono il film, accompagnate dalla lettura di una poesia, ritornano spesso, alternandosi a quelle più movimentate delle partite di basket, dove Ulya cerca di esprimersi con molta fatica. Il disagio verso il suo corpo, e in particolare la posizione delle braccia che sembrano slegate da esso e dimenticate per buona parte del film, ci riporta e ricorda il gelo della natura ritratta.
Per rappresentare l’atmosfera del Latgale, il regista trae ispirazione da cinque scatole di negativi – un regalo del padre fotografo che negli stessi anni e nello stesso luogo incontra sua madre – e con l’intento di dare luce al senso onirico del mondo interiore della protagonista fa uso di soggettive, lasciando volutamente fuori fuoco molte sequenze, che diventano poetiche anche grazie alla scelta del bianco e nero.
Il percorso di accettazione del proprio corpo è per Ulya un campo minato: è come se dovesse studiare ogni movimento con circospezione e cautela, ma poi un sorriso le nasce spontaneo e splendido sul viso perché, come succede nel ballo, non è necessario pensare quando si sta facendo la cosa più giusta per se stessi.
Claudia Bersani