Sheep In The Box

CANNES 79

CONCORSO

Sheep In The Box, di Hirokazu Kore-eda

La casa di Otone e Kensuke a Yokohama è splendida, funzionale, luminosa e vuota da quando Kakeru è morto all’improvviso, due anni fa. Un omaggio della REbirth, consegnato in giardino da un drone, insinua alla coppia il pensiero che Kakeru possa ancora essere fra loro. L’azienda è specializzata in androidi umanoidi così perfetti e identici alle persone scomparse, che i due genitori, incuriositi, procedono con la richiesta. Kakeru – essendo un robot – non mangia, non può fare il bagno e deve essere ricaricato come un aspirapolvere, dice il padre, ma parla, ride e canta come faceva il vero Kakeru. Il ritorno del figlio modifica all’istante la relazione di coppia: Otone, con zelo e istinto protettivo forse eccessivi, crea un legame esclusivo con suo figlio. Kensuke, scettico, continua la propria vita e preferisce non farsi chiamare papà. La capacità di Kakeru di leggere i pensieri dei suoi genitori porta alla luce sensi di colpa mai confessati, paure e bisogni naturali ma difficili da accettare. Giostrandosi fra clienti da accontentare nel professionale e le reazioni di parenti e amici nel privato, dopo un primo periodo i due iniziano a dubitare di aver fatto la cosa giusta.

I legami familiari – in particolare quelli fra genitori e figli (biologici e non) – sono da sempre al centro delle opere di Kore-eda, Palma d’Oro del 2018, che ogni volta incanta per la leggerezza e la semplicità con cui descrive situazioni in cui è facile ritrovarsi e sentimenti spesso difficili da esternare. Con Sheep in the box – il suo nuovo film in cui la fantascienza compensa un’assenza – Kore-eda affronta il tema della morte di un figlio, l’evento tragico in assoluto più innaturale che ci sia, portandoci a riflettere sull’essenza della genitorialità. Questa volta lo fa ambientando la storia in un futuro non molto lontano (come si legge in sovraimpressione in apertura), dove l’AI è in grado di ricreare anche l’esperienza più intima di una relazione genitori-figli.

Kakeru è, per più motivi, un bambino speciale; non solo perché si accende e spegne con un bottone. Scelto fra altri 200 che hanno partecipato ai provini con il regista, Kuwaki Rimu riesce a calarsi nei panni di un figlio verbalmente affettuoso, affidabile, sensibile ma anche inquietante, in grado di ricordare ogni dettaglio e di leggere nel profondo del cuore di chi sta accanto a lui.

Sua madre, architetto, ha un’abilità particolare nel creare e modificare gli spazi, luoghi che devono potersi adeguare alle nuove esigenze dei suoi committenti. Otone impara a trasferire questa abilità anche all’ambito degli affetti. Come succede a una casa quando viene ristrutturata, anche la relazione di coppia si trasforma, lasciando che alcune cose o persone si allontanino. Ogni figlio dovrà costruire una nuova casa, una sua “scatola” che rappresenti quel che è diventato. Il disegno della scatola bucata nelle prime pagine de Il Piccolo Principe entra nel copione in una scena estremamente significativa, rivelandoci il senso delle parole del titolo del film che rimandano al messaggio dell’opera più conosciuta di Antoine de Saint-Exupéry. “Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.” O, per dirla con le parole del regista, “Ciò che conta sono le tracce tangibili lasciate dalle persone che non ci sono più.” Ognuno di noi sa dove conservarle.

Claudia Bersani