Ritorno a Buenos Aires

 VENEZIA 83 – CONCORSO

Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis

Era il 1999 quando uscì Garage Olimpo, ambientato in un carcere clandestino di Buenos Aires dove Marco Bechis fu rinchiuso per alcuni mesi nel 1977, all’epoca della dittatura di Videla. Il “ritorno” nel 2008 è da intendersi sia in senso letterale, con il protagonista Mariano Guerra (che è volutamente un personaggio di finzione e non l’alter ego di Bechis) richiamato in Argentina dopo trentatré anni per testimoniare contro i suoi carnefici, sia come inevitabile e costante memento, per tre decenni, della tragica esperienza vissuta. La sofferta decisione di rispondere a quella convocazione nasce dalla consapevolezza che attestare la verità dei fatti è, da una parte, un suo inalienabile diritto, e dall’altra il modo per dissociarsi definitivamente e senza possibilità di equivoci dall’accaduto. Uno dei tormenti di Mariano era infatti l’aver goduto, come prigioniero, di una sorta di trattamento preferenziale, e l’aver collaborato, suo malgrado, con chi infliggeva sofferenza e morte.

Il trauma, un ideale filo rosso che lega diversi film di Venezia 83, nel caso di Mariano Guerra si esprime fortemente sul piano fisico: tremori, episodi di incontinenza, sudori, difficoltà a reggersi in piedi sono i sintomi di un disturbo profondo che il tempo non ha sanato. Il quadro clinico, per così dire, si riacutizza dapprima al solo pensiero di ritornare in quel famigerato luogo, per poi aggravarsi ulteriormente all’arrivo in Argentina. Sono fisici anche i ricordi: quando Mariano ritorna a Garage Olimpo per indicare alla figlia di una desaparecida il luogo preciso in cui sua madre era reclusa, lo cerca febbrilmente, percorrendo a piccoli passi esitanti e insieme concitati il suolo di cemento grezzo, per poi riconoscere il punto esatto dall’odore, in un momento di grande impatto emotivo esaltato dalla bravura di Giannini.  In questo contesto si colloca la sequenza dell’atto sessuale tra il protagonista e un’altra sopravvissuta, come lui chiamata a testimoniare e da poco incontrata: tutt’altro che fine a se stesso, tutt’altro che “amore al primo sguardo”, si inserisce nella fisicità bruciante del dolore di Mariano e sembra l’unica catarsi possibile, perché in grado di scardinare dall’interno e dal profondo, usando il medesimo linguaggio non verbale ma con una valenza di segno opposto, gli abusi da lui subiti in passato, affermando l’urgenza del piacere, la vicinanza istintivamente cercata e voluta, la voglia di affermare la vita, finalmente, senza vergogna e senza colpa.

Per usare le parole dello stesso Bechis in una intervista veneziana, Mariano Guerra è “un sopravvissuto che riesce a diventare testimone, quello di cui oggi abbiamo bisogno per condannare i crimini contro l’umanità che avvengono nel mondo”. Il film ha ricevuto il Premio Francesco Pasinetti 2026 come miglior film italiano della Mostra e Adriano Giannini ha strameritato quello come miglior attore protagonista.

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Lucia Corradini