La 57° edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro anche quest’anno si è riconosciuta per la sua ricchezza di contenuti che stimolano delle riflessioni sul presente e sul passato anche attraverso i filmati storici delle manifestazioni studentesche degli anni ‘70 dell’archivio del cinema militante di Milano e quelli sull’ambito medico-psichiatrico di Eric Duvivier.   

Per i Corti in Mostra sono stati presentati una selezione dei migliori cortometraggi d’animazione italiani prodotti nell’ultimo anno e due focus dedicati a Michele Bernardi e a Magda Guidi; (una sezione dedicata al progetto di saggi visuali di Fondazione Pragae  di cui il corto Hudson Yards di Brady Corbet uno dei lavori di Finite Rants, è stato presentato anche in una delle serate in Piazza del Popolo).

Da segnalare tra i film in concorso The Witches of the Orient, il nuovo documentario “sportivo” con il quale Julien Faraut e tornato a Pesaro due anni dopo il successo di John McEnroe – L’impero della perfezione, con cui aveva vinto sia il premio della giuria professionale sia quella degli studenti.

Prossimamente distribuito in Italia da Wanted Cinema, il regista ha raccontato la storia delle atlete della nazionale femminile di pallavolo giapponese, soprannominate dalle rivali sovietiche “streghe d’Oriente”, e della loro incredibile ascesa di determinazione e bravura che le ha portate a gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo 1964. Già entrate nell’immaginario collettivo grazie al cartone animato Mimì e la nazionale della pallavolo, Faraut archivista e  storico (lavora infatti all’Institut National du Sport francese) mescola sapientemente filmati d’epoca, interviste alle giocatrici e sequenze tratte proprio dai cartoni. Tra i film in concorso il premio Lino Micicchè è stato vinto da un Bananero no es casualitad di Luiza Gonçalves, un’opera-collage di diversi stili come l’animazione, le filastrocche per bambini, il materiale d’archivio, la voce fuori campo: senza una costruzione lineare, porta a riflettere sulla monocultura di banano che sfruttando al massimo il territorio, perde poi il suo valore generativo, riducendosi a sterile ornamento.

Per la giuria giovani ha vinto One thousand and one attemps to be an ocean, di Yuyan Wang dove grazie all’uso del montaggio e di un’ossessiva colonna sonora, frammenti di filmati presi da Youtube  intrappolano lo spettatore in una sorta di moto ondulatorio veloce, centrifugo e centripeto e talvolta solo irregolare che suggerisce il vortice di immagini a cui è continuamente esposto secondo una logica associativa, pervasiva come la musica incessante e ipnotica, per poi mutare e scomparire un attimo dopo. Il tutto in modo indiscriminato senza più una identità e una determinazione sottostante.

La giuria professionale ha conferito una menzione speciale a What do we see when we look at the sky di Alexandre Koberidze, il miglior film di questa edizione, raccontato come una fabula e che, a fronte di una immediata poeticità e leggerezza, presenta una strutturazione complessa e stratificata. Dialogando con lo spettatore, dà voce non solo ai protagonisti ma anche ai cani e agli oggetti, peculiarità che regala un quid tridimensionale al luogo in cui è ambientato, Kutaisi, terza città più grande della Georgia. Diversi punti di vista confluiscono in un mosaico sulla vita, sulla bellezza e sull’amore con l’obiettivo di lasciare al cinema ”una magia”, secondo le parole stesse del regista, l’incanto e il rimedio di riconoscere e conservare i sentimenti autentici e identitari in una contemporaneità che rischia di estraniare, sgretolare i rapporti, banalizzarli e far perdere una memoria storica, culturale e personale.

Come eventi fuori concorso la proiezione principale è stata The Most Beautiful Boy in the World, il documentario molto intimo e toccante di Kristina Lindström e Kristian Petri (collegati da remoto) sul mitico interprete del Tadzio di Morte a Venezia di Luchino Visconti, l’attore Björn Andrésen, ospite centrale della manifestazione.  

Il film segnala come tale notorietà in adolescenza abbia profondamente segnato la sua personalità e il suo stile di vita, privandolo di una giovinezza resa già fragile dalla scomparsa materna e dall’assenza del padre in un clima affettivo di profonda solitudine e vulnerabilità. Il racconto, pur nella descrizione drammatica degli eventi che hanno inciso sulla vita del protagonista, mantiene uno sguardo rispettoso e ampio che mette in luce tutte le risorse e la complessità emotiva del personaggio.

La retrospettiva quest’anno e relativa monografia è stata dedicata alla regista Liliana Cavani. Il volume “Liliana Cavani. Il cinema e i film” curato da Cristiana Paternò e Pedro Armocida, edito da Marsilio, amplia una bibliografia sulla regista ancora piuttosto povera e riunisce analisi di critici e studiosi di cinema ed esperti di diversi ambiti che permettono di valorizzare e approfondire un’autrice poliedrica e rivoluzionaria che ribadisce di non perdere mai i legami con la storia (“è sempre presente sulle nostre spalle. La Storia è ‘orientante’ anche se ci facciamo poco caso nella vita di tutti i giorni”).

Maria Antonietta Vitiello

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