Origine: Italia, 2019

Produzione: Lorenza Bizzarri e Gianluca Casagrande per Rai Fiction, Giannandrea Pecorelli per Aurora Tv

Regia: Francesco Miccichè

Coordinamento editoriale: Giovanni Filippetto

Soggetto: Franco Bernini, Giovanni Filippetto, Giannandrea Pecorelli

Sceneggiatura: Franco Bernini, Giovanni Filippetto, Francesco Miccichè

Interpreti: Giovanna Mezzogiorno, Nicole Fornaro, Anna Ferruzzo, Simone Gandolfo

Musiche originali: Francesco Cerasi / Edizioni Musicali Rai Com

Distribuzione: Rai Fiction

Durata: 1 episodio da 90’

Messa in onda: 12 dicembre 2019 su Rai 1, disponibile su RaiPlay

Trama

 Video e immagini di repertorio insieme a sequenze di finzione raccontano, in un linguaggio eterogeneo, la strage di Piazza Fontana (Milano, 12/12/1969) e gli avvenimenti che si sono succeduti: le indagini, i funerali e le testimonianze, tra gli altri, dei superstiti e dei parenti delle vittime. Lo sguardo è concentrato in particolare sulla famiglia Dendena e i punti di vista dei fratelli Francesca e Paolo che hanno perduto il padre Pietro nell’esplosione che ha devastato la Banca Nazionale dell’Agricoltura.

EPISODIO UNICO

Io ricordo, Piazza Fontana

Sulle note di Viva l’Italia di Francesco De Gregori e delle immagini a colori invecchiate di passanti si stagliano i titoli di testa della docufiction Io ricordo, Piazza Fontana. Un paio di scatti in bianco e nero mostrano l’interno distrutto della Banca Nazionale dell’Agricoltura dopo l’attentato del 12 dicembre 1969. In alcuni video di repertorio, a distanza di decenni, Francesca Dendena manifesta le proprie emozioni e, tra delusioni e speranze, è forte la volontà di trovare il colpevole della strage di Piazza Fontana che, tra gli altri, ha causato la morte del padre.

Ai video di repertorio si alternano sequenze girate in un interno in cui l’adulta Francesca Dendena (ora interpretata da Giovanna Mezzogiorno), con qualche sguardo rivolto in macchina, si presenta allo spettatore e ricostruisce i fatti storici. La voce narrante di Mezzogiorno accompagna le sequenze che ricostruiscono l’ultima volta in cui l’allora diciassettenne Francesca (Nicole Fornaro), seduta a tavola con la famiglia, scambiò delle parole con il padre Pietro Dendena (Stefano Fregni), prima dell’attentato terroristico. Il commerciante di bestiame Pietro riceve una telefonata da un certo Luigi, con cui decide di incontrarsi nel pomeriggio alla Banca dell’Agricoltura per concludere un accordo. Uno scherzo del piccolo Paolo (Niccolò Ferrero), che ha legato i lacci delle scarpe del padre a una sedia, fa ridere tutta la famiglia per l’ultima volta.

Ora a parlare è Paolo Dendena che racconta gli eventi precedenti l’attentato fino all’esplosione della bomba, pochi istanti prima il padre aveva avvertito le persone attorno a lui di sentire odore di bruciato. Seguono le testimonianze dell’ex impiegato della banca Fortunato Zinni e dell’ex Prefetto della Polizia di Stato Achille Serra, cui si alternano le riprese in bianco e nero delle videocamere di sorveglianza della banca devastata e dell’arrivo in loco della questura. Achille Serra racconta di aver urlato alla radio “Mandate cento ambulanze!”; Fortunato Zinni, presente al momento dell’esplosione, nel ricostruire i fatti racconta di ricordare i volti insanguinati dei colleghi, un braccio a terra vicino ai suoi piedi, un buco enorme, poi un sacerdote che benediva dei “fagotti” e l’ordine del direttore della filiale di stilare un elenco delle vittime.

Francesca Dendena e la madre Luigia (Anna Ferruzzo) stanno passeggiando quando la polizia le avverte dell’esplosione, aggiungendo che ci sono stati dei feriti ma la situazione non è ancora chiara. Il giornalista Giampiero Mughini definisce l’attentato di Piazza Fontana come la fine di un periodo positivo segnato dal boom economico e l’inizio dell’era dell’angoscia. I primi soccorsi sono stati portati dai cittadini che si trovavano nei paraggi, poi è scattato subito l’allarme per la polizia, i vigili del fuoco e gli ospedali. Giunte al pronto soccorso, Francesca e Luigia scoprono che Pietro è morto. Sulle foto della famiglia Dendena, la voce di Giovanna Mezzogiorno recita alcuni passi dell’orazione “Patmos” di Pier Paolo Pasolini sulla strage di Piazza Fontana. Il 15 dicembre 1969 si  è tenuto il funerale di Stato per le vittime dell’attentato. “C’era tutta Milano” dice Fortunato Zinni, Paolo Dendena ricorda una folla immensa e un silenzio “assordante”.

Sulle immagini della piazza affollata e del cordoglio dei cittadini, dei politici e del Papa risuona ancora Viva l’Italia di De Gregori.

Lo storico Aldo Giannuli spiega come il 12 dicembre 1969 ci furono altre bombe in banche italiane, a Milano e Roma. La polizia avviò una caccia agli anarchici, tra cui Giuseppe Pinelli. Estratto video da La forza della democrazia (Rai 2) incentrato sul “mistero” intorno al suicidio di Pinelli.

Per non impazzire a causa del dolore Francesca Dendena decide di condividere la sofferenza, così organizza un incontro con i familiari delle altre vittime. Durante l’incontro, l’avvocato incaricato dalla Coldiretti spiega che non si tratta di un attacco ai lavoratoti ma alla banca, all’istituzione, si tratta dell’odio degli anarchici contro il capitale. Al TG1 viene data la notizia che Pietro Valpreda è stato riconosciuto come uno dei responsabili dell’attacco terroristico. Il giornalista Bruno Vespa racconta un aneddoto legato a Valpreda, secondo il quale il direttore del telegiornale avrebbe raccomandato Vespa di non dire nel servizio che Valpreda aveva avuto un contratto con la Rai come ballerino.

A causa dei problemi economici in seguito alla morte di Pietro, la famiglia Dendena è costretta a lasciare la casa di Lodi per trasferirsi in un piccolo comune di provincia. Francesca trova lavoro come programmatrice e aiuta la madre e il fratello in un negozio di alimentari. La famiglia Dendena, con le sue difficoltà economiche, rappresenta molte altre famiglie delle vittime. Il motto di Francesca era “Giustizia e verità”. Al TG1 le immagini del primo anniversario dell’attentato di Piazza Fontana in cui, durante gli incidenti avvenuti a Milano, perse la vita lo studente ventiduenne Saverio Saltarelli. Mezzogiorno recita un altro estratto di “Patmos” di Pasolini. Francesca rincasa con un giornale in mano dicendo alla mamma e al fratellino che le ultime indagini incriminano alcuni fascisti. La voce over di Mezzogiorno accompagna le immagini di repertorio dell’arsenale ritrovato a Castelfranco Veneto e appartenente a Giovanni Ventura. A ridosso del tragico evento furono ignorate due testimonianze fondamentali, quella di Fausto Giurati, titolare della valigeria al Duomo di Padova, e quella del professor Guido Lorenzon che ricevette delle confidenze da Ventura, ovvero che se, dopo l’attentato, nessuno, da destra o da sinistra, avesse fatto qualcosa occorrerà “fare qualcos’altro”. Nel mostrare le foto dei due colpevoli in mano, Mezzogiorno spiega che, appena tre giorni dopo la strage, furono individuati i colpevoli Franco Freda e Giovanni Ventura ma qualcuno fece sparire le testimonianze. Una volta individuati Freda e Ventura come i presunti colpevoli della strage furono fatte nuove perizie sugli esplosivi, sui tagli e sulle borse. Il magistrato Guido Salvini testimonia come i due erano stabilmente in contatto con Guido Giannettini, giornalista e fonte fiduciaria del SID.

Durante l’incontro tra i parenti delle vittime si discute di corruzione, di giustizia e della sete di verità di Francesca Dendena. Nel frattempo la Francesca interpretata da Mezzogiorno attacca al muro, man mano, le foto dei colpevoli e i ritagli di giornale, collegati tra di loro da un filo rosso, come nelle ricostruzioni poliziesche. Indicando Guido Giannettini, Francesca (Mezzogiorno) spiega che l’ “agente Z” non potè essere interrogato perché fuggì a Parigi, aiutato dal generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna del servizio segreto militare.

Una parte dello Stato era in lotta con l’altra ma Francesca e i parenti delle vittime sentivano che chi aveva intenzione di seminare il terrore non l’avrebbe avuta vinta. Viene mostrato un servizio del TG1 del 17 maggio 1972 in cui si dava la notizia dell’omicidio di Luigi Calabresi e poi i funerali del 20 maggio, su queste ultime immagini la voce di Mezzogiorno spiega che, anni dopo, si scoprì che Calabresi fu ucciso da alcuni militanti di Lotta Continua, i quali lo ritenevano responsabile della morte di Pinelli.

Francesca e Mauro discutono sulla scelta di spostare il processo da Milano a Catanzaro. I parenti delle vittime percepirono questo spostamento come la volontà di non arrivare alla verità. Francesca  e la sua famiglia partirono in treno per Catanzaro in un viaggio lungo ventidue ore. La ricostruzione del processo avviene attraverso la fusione tra sequenze di fiction e riprese reali, testimoniali del processo con sequenze a scopo documentaristico, sottolineando ulteriormente la diversa natura del girato con una progressiva dissolvenza dal bianco e nero dei video di repertorio al colore delle immagini di finzione.

L’ottantenne vedova Pasi, dopo il pesante viaggio in treno e una lunga camminata in salita per arrivare all’aula del processo ebbe un mancamento, ma fu presente, dimostrando grande determinazione, come tanti altri parenti delle vittime. Zinni, ex impiegato della banca, racconta che Freda guardando il magistrato disse “si vergogni, adesso vi fate pubblicità anche con le vedove”. Maria Bosio, regista di Un film dal vero: il processo di Catanzaro, spiega che c’era grande attenzione da parte dei media attorno a questo processo, ed erano coinvolti anche i politici. La voce narrante di Mezzogiorno racconta che le udienze furono tante e scaglionate nel corso dei mesi. Francesca Dendena, per la sesta volta in partenza per il processo a Catanzaro, incontra Bruno, futuro marito, il quale si offre di accompagnarla in auto la prossima volta, aggiungendo che non sarebbe affatto un disturbo, ma un dovere e un piacere. La dichiarazione di Francesca al processo, che ammette di non conoscere i fatti, consiste nel confessare il suo desiderio di verità e fiducia nella giustizia. Ventura comincia a confessare gli attentati compiuti a maggio e a luglio del 1969, ma non parlò mai di Piazza Fontana. Arrivarono anche le ammissioni di Marco Pozzan, appartenente a Ordine Nuovo e custode dell’università di Padova dove si trovavano Freda, Ventura e altri fascisti. Pozzan fu fatto fuggire in Spagna dai servizi segreti italiani, e questa era la prova che all’interno dello Stato c’era qualcuno che copriva e proteggeva i sospettati per le stragi. Lo storico Giannuli spiega che Andreotti ammette che Giannettini fosse un uomo del servizio militare ed era stato un errore negarne l’appartenenza. Questa fu un’ulteriore spinta alla inchiesta che associava fascisti di Ordine Nuovo e servizio segreto militare alla vicenda della strage di Piazza Fontana. Il magistrato Guido Salvini aggiunge che si parlava di “strage di Stato” proprio perché il mondo politico e istituzionale ha coperto gli autori di quegli eventi terroristici. Passano video e immagini di repertorio dell’attentato fascista del 28 maggio 1974 a piazza della Loggia (Brescia). La bomba fece sei morti e novantaquattro feriti tra i partecipanti al corteo. Il 4 agosto 1974 segue la strage dell’Italicus, il treno partito da Roma, l’esplosione causò dodici morti e molti feriti. A questo punto era chiaro che c’era un disegno, spiega Mezzogiorno mentre continua ad attaccare al muro foto di colpevoli e ritagli di quotidiani. Nel frattempo Francesca si sposa con Bruno, il fratello Paolo racconta l’emozione della sorella che accompagnò all’altare. Negli incontri tra i familiari delle vittime si organizzano le macchine con cui andare insieme a Catanzaro, alcuni non credono più nella giustizia ma Francesca resta determinata. Mezzogiorno appende le foto di altre vittime di stragi raccontando le famiglie che hanno lasciato. Viene mostrata la deposizione di Guido Giannettini, che chiamò in causa il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna. Lo Stato indagava su se stesso. Sulle immagini, video di repertorio e ritagli di giornale viene recitato, da una voce narrante, “Io so” di Pier Paolo Pasolini, scritto del 14 novembre 1974. Vengono mostrati altri video di repertorio del processo per la strage di Piazza Fontana. Federico Sinicato, avvocato dell’associazione familiare vittime di Piazza Fontana, spiega che quel processo rimase storico perché fu il primo in cui il potere politico italiano fu messo sotto processo. Tra le udienze più drammatiche ci furono quelle dei ministri come Rumor e Andreotti, che dovettero rispondere a ciò che avevano, o meglio, non avevano fatto. Lo storico Giannuli racconta ironicamente come il processo di Catanzaro fu una sfilata di ministri e politici di vario livello che non ricordavano, in particolare Andreotti non ricordò per trentatrè volte di seguito, ma anche Rumor e altri politici. “Noi invece ricordavamo tutto” dice Francesca (Mezzogiorno) che mandò un telegramma al giudice Pietro Scuteri da parte di tutta la famiglia Dendena. La copia del telegramma viene affissa al muro e letta. Nasce il bambino di Francesca e Bruno, decidono di chiamarlo Pietro. Catanzaro, 23 febbraio 1979, a quasi dieci anni dalla strage, arrivò finalmente la sentenza. Viene mostrato il video del processo con la sentenza del presidente della corte Pietro Scuteri che condanna all’ergastolo Freda, Ventura e Giannettini come colpevoli del delitto di strage continuata. Paolo Dendena spiega che provò una sensazione di liberazione per aver trovato i colpevoli della morte del padre.

Ma gli attentati non finirono, il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna ci fu un’altra esplosione che uccise ottantacinque persone e ne ferì oltre duecento. Vengono mostrati i video di repertorio accompagnati dalla voce di Mezzogiorno, la quale racconta che negli anni successivi ci saranno altre bombe e altri lutti, come la strage del rapido 904 (il 23 dicembre 1984).

Francesca e i familiari delle vittime di Piazza Fontana erano sicuri che si sarebbe riconfermata la sentenza di primo grado, ma non fu così. Venne messo di nuovo tutto in discussione per insufficienza di prove, così Freda e Ventura vennero condannati a quindici anni per le bombe della primavera e dell’estate del 1969 ma assolti dall’accusa di strage di Piazza Fontana. Giannetti fu assolto e furono ridotte anche le condanne per il generale Maletti e per il capitano Labruna. “Tutto quello che abbiamo fatto non è servito a niente” dice Paolo Dendena, così come altri familiari delle vittime che hanno trovato la sentenza assurda e anti-democratica. L’associazione delle vittime aprì una nuova sede a Milano e assunse un nuovo avvocato. Francesca (Mezzogiorno) parlando con l’avvocato Sinicato cita una frase del Presidente Lincoln, che recita: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”. Sinicato dichiara che Francesca era una donna entusiasta, che riusciva a trasmettere la sua carica anche alle altre persone. Il magistrato Guido Salvini racconta di aver incontrato diverse volte nel corso degli anni l’associazione delle vittime, i cui membri non si erano mai stancati di continuare a rivendicare giustizia. Pietro Chiesa, figlio di Francesca, spiega come il tempo libero della madre fosse completamente occupato dalla sua attività nell’associazione per la ricerca di verità. Un giorno, nel 1990, arriva una telefonata da parte dell’avvocato Sinicato con importanti e inaspettate novità. Carlo Digilio, ex membro di Ordine Nuovo, esperto di armi ed esplosivi, è stato in contatto con Freda e Ventura, e ha confessato di aver ispezionato personalmente le bombe utilizzate per le stragi di Piazza Fontana e di Brescia. L’avvocato Sinicato racconta come il punto centrale delle dichiarazioni di Digilio fosse il casolare di Varese, dove i militanti di Padova e Venezia si incontravano e avevano formato una base logistica. Non era mai emerso che le due cellule terroristiche lavorassero insieme, il gruppo di Ordine Nuovo di Mestre-Venezia aveva come ideologo Carlo Maria Maggi, mentre il leader operativo era Delfo Zorzi. Non solo Digilio, ma anche Martino Siciliano, altro esponente di Ordine Nuovo, parlò con il magistrato Salvini. Nell’intervista per la docu-fiction Siciliano racconta come Delfo Zorzi fosse un uomo spietato, che strozzava i gatti con le proprie mani e combatteva senza scrupoli per i propri ideali, egli diceva che il sangue dei morti concima la terra della rivoluzione.

Viene mostrato il servizio del TG3 del 12 dicembre 1995, il giorno dell’anniversario della strage che, a distanza di ventisei anni, non ha ancora responsabili, così come gli altri attentati che seguirono. Una sera, rientrando a casa Bruno si sentì male e morì, Francesca avvertì immediatamente il fratello Paolo, con cui poche ore prima Bruno bevve qualcosa al bar. Il figlio Pietro ricorda la sera in cui morì il padre e come poi, insieme con la madre, continuarono a cercare la verità. Francesca (Mezzogiorno) racconta il dolore provato e il sostegno dei suoi cari, tra cui il figlio Pietro, senza i quali non ce l’avrebbe fatta. Matteo Dendena, figlio di Paolo e nipote di Francesca, ricorda la capacità della zia di essere più forte di qualsiasi sofferenza. Per il rentennale della strage l’associazione familiare vittime di Piazza Fontana fu invitata a Porta a Porta e Francesca fu eletta portavoce. Vengono mostrati alcuni momenti della puntata e dell’intervista di Bruno Vespa a Francesca e a Delfo Zorzi. Matteo Dendena ricorda che tra gli invitati a Porta a Porta quella sera c’era anche Delfo Zorzi in collegamento, all’epoca tra gli imputati per la strage di Piazza Fontana. Vespa dichiara “vergognoso” che non si sia fatta piena chiarezza sulle varie stragi. Francesca (Mezzogiorno) racconta che, dopo trent’anni, sperava si fosse fatta finalmente chiarezza. La sentenza del 30 giugno 2001 condanna all’ergastolo Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Rognoni. Matteo Dendena ricorda l’orgoglio del padre e degli altri familiari delle vittime di essere cittadini di uno Stato democratico. Per il principio di “Ne Bis In Idem”, ovvero che non si può essere giudicati due volte per lo stesso reato, Freda e Ventura non potevano essere processati. Vengono mostrate le immagini video della sentenza del 12 marzo 2004 in cui tutti i neofascisti furono di nuovo assolti e la dichiarazione di Francesca incredula ma ancora in cerca della verità. Paolo Silva, figlio di una vittima, si dice davvero indignato. L’avvocato Sinicato afferma che si sarebbe aspettato tutto dallo Stato italiano ma non che mandasse “il sostituto di un sostituto” poco a conoscenza degli atti a discutere questo processo, aggiungendo che quella fu la prova che nessuno voleva più interessarsi di quel processo. Al TG2 del 3 maggio 2005 la giornalista annuncia che, dopo trentasei anni, la strage di Piazza Fontana resta senza colpevoli. Oltre al danno anche la beffa per i familiari delle vittime che si sono trovati a dover pagare le spese processuali. Francesca (Mezzogiorno) ricorda alcune delle vittime, fissando le loro immagini sul muro: Giulio China, 57 anni, commerciante di bestiame di Novara, lascia la moglie e due figlie sposate; Giovanni Arnoldi, 42 anni, gestiva un cinema ed era commerciante di vitelli, era sposato e aveva due figli; Calogero Galatioto, 77 anni, si era trasferito al nord con moglie e figli in cerca di fortuna; Angelo Scaglia, 61 anni, agricoltore di Abbiategrasso e padre di undici figli; Vittorio Mocchi, 33 anni, si trovava in banca per acquistare due trattori, muore quattordici anni dopo la strage a causa delle complicazioni fisiche dovute all’attentato. Paolo Dendena spiega che le nuove generazioni hanno voglia di conoscere, per questo sente il bisogno, così come la sorella Francesca, di spogliarsi dalla figura di vittima per portare in piazza il dolore e la testimonianza. Francesca (Mezzogiorno) dichiara di fronte a un’aula piena di giovani che un Paese che dimentica la propria storia è destinato a ripeterla. Così Francesca Dendena ha cominciato a girare per licei e istituti portando la propria esperienza sulla vicenda di Piazza Fontana. I ragazzi applaudono, Giovanna Mezzogiorno esce di scena,  l’applauso sfuma e lascia spazio alla sola colonna musicale, la camera riprende il muro con il filo rosso che collega foto e ritagli di giornale, l’inquadratura si allarga lentamente fino a dare una visione d’insieme. Una scritta sulla sinistra dello schermo ci comunica che Francesca Dendena è morta il 6 ottobre 2010, a destra un video senza audio di una delle sue ultime dichiarazioni in Campidoglio alla presenza del Presidente Napolitano. Un’altra didascalia recita “oggi il suo impegno civile viene portato avanti dall’associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969”, a destra altri video delle sue dichiarazioni. Cominciano i titoli di coda.

Recensione

È attraverso il punto di vista di Francesca Dendena (Giovanna Mezzogiorno), figlia di una delle vittime della strage di Piazza Fontana, che la docufiction Rai (Io ricordo, Piazza Fontana) prende vita, ripercorrendo le tappe del tragico evento con scrupolosa attenzione al dettaglio come in una vera e propria indagine poliziesca. Salta immediatamente all’occhio l’eterogeneità del linguaggio, nonché dei materiali messi in campo, in un racconto caratterizzato da una continua alternanza e mescolanza di fonti: le testimonianze emotive dei superstiti e dei familiari delle vittime si alternano agli sguardi più freddi degli esperti, tra i quali lo storico Aldo Giannuli, il giornalista Giampiero Mughini e l’avvocato Federico Sinicato; alle sequenze di finzione si susseguono telegiornali dell’epoca, ritagli di quotidiani, riprese del processo in aula di tribunale. Il filo rosso che unisce tutti questi materiali è la costante e ostinata ricerca della verità incarnata da Francesca, narratrice per eccellenza del prima, durante e dopo l’attentato terroristico che il 12 dicembre 1969 provocò diciassette morti e ottantotto feriti nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano.

L’aspetto originale di questo lavoro, ovvero la sfera privata su cui nessuno si era mai soffermato prima, ha l’intento di avvicinare emotivamente lo spettatore ai vissuti interiori dei familiari delle vittime, tra dolore, tenacia, sfiducia, disillusione, ma non riesce a sposarsi con il grande lavoro tecnico di selezione e montaggio del materiale di repertorio. Ne Io ricordo, Piazza Fontana il racconto del dramma familiare e dell’iter processuale passa attraverso il filtro della docufiction, finendo per ricostruire in modo fin troppo didascalico una vicenda oscura e farraginosa che forse non verrà mai districata del tutto, come quel filo rosso che collega i pezzi di un puzzle ancora senza soluzione.

Martina Cancellieri