Ink

VENEZIA 83 – CONCORSO
Titoli clamorosi, caratteri cubitali, foto in prima pagina, formato ridotto rispetto allo standard, notizie “compresse”: questi sono i principali elementi che contraddistinguono un tabloid. Per raccontare la storia del Sun dal 1969, quando viene acquisito da un certo Rupert Murdoch, a oggi, Danny Boyle converte questi elementi nel linguaggio cinematografico, catapultando lo spettatore nella vibrante Swinging London e travolgendolo con un montaggio frenetico, una colonna sonora urlata che mischia musica elettronica e punk, e una baraonda di effetti visivi sparati a raffica. Film d’apertura della 83esima Mostra del Cinema di Venezia, Ink fa splash nel senso britannico dell’ espressione, vincendo a mani basse l’eventuale scommessa sul lungometraggio ideale per attirare l’attenzione del pubblico, proprio come fanno i tabloid con le loro strategie linguistiche e gli scoop annunciati in prima pagina.
Il ragazzaccio dei tempi di Trainspotting è rimasto tale nonostante i settant’anni, e con la giusta miscela di esperienza e leggerezza confeziona un’ opera particolarmente interessante per riflettere sul mondo della comunicazione. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, in quel lontano 1969, l’australiano Rupert Murdoch comprava un giornale inglese sull’orlo del fallimento per trasformarlo in un prodotto nuovo, destinato, nelle sue intenzioni in seguito confermate dai dati di fatto, a sbaragliare i concorrenti. Per compiere l’ impresa Murdoch scelse Lamb, un giornalista esperto ma non ancora arrivato, quindi con la giusta fame di successo, potere e quattrini. Lamb si concentrò sulla formazione della squadra che avrebbe realizzato il giornale e sugli argomenti che suscitavano l’interesse della gente: il sesso, i soldi, lo sport e, proprio come nei luoghi comuni, il meteo. Le forme narrative più efficaci erano il gossip, gli scandali, i colpi di scena, la cronaca, sia rosa che nera. La veridicità e la correttezza delle notizie erano questioni secondarie. Il lettore diventava consumatore: per aumentare le vendite bisognava dunque riconoscere le sue preferenze alimentandole e, talvolta, manipolandole o sfruttando cinicamente episodi drammatici come il rapimento completo di omicidio che il film racconta ispirandosi a un fatto realmente avvenuto.
Non è certo la prima volta che l’impero mediatico del magnate australiano attira l’attenzione del mondo cinematografico e televisivo: a lui e alla sua famiglia era ispirata Succession, serie TV pluripremiata e apprezzatissima, grazie anche a un cast straordinario. Anche Ink si avvale di
interpreti all’altezza della situazione: Guy Pierce nella parte di Murdoch e Jack O’Connell in quella di Lamb si sono appassionati ai loro ruoli studiando materiale d’archivio e incontrando i veri giornalisti di allora, come hanno raccontato nella conferenza stampa di presentazione, sottolineando che lo stesso Boyle si adoperava per favorire questo genere di collaborazione.
Nella nostra era digitale, nel mondo dei social e delle piattaforme, gettare uno sguardo indietro per vedere da dove veniamo e come si è evoluta nel tempo la comunicazione è una questione di importanza vitale: ne va della credibilità dell’informazione e anche della nostra in quanto individui, se non vogliamo lasciarci fagocitare da un’intelligenza artificiale che, pur presentando ancora zone d’ombra, è inevitabilmente destinata a essere il nostro più immediato domani. Danny Boyle affronta l’argomento da un punto di vista amorale e disincantato, come per segnalarne l’urgenza, più che l’attualità, ma senza rimpianti del passato o soluzioni per il futuro. Il dibattito sulla libertà di stampa sta vivendo un momento cruciale e Ink fa rumore, fa così tanto rumore che gli applausi del Palabiennale erano coperti dalle ultime, fragorose note dell’esplosiva colonna sonora.
★★★
Lucia Corradini