Histoires parallèles
CANNES 79
CONCORSO
Histoires parallèles, di Asghar Farhadi

Histoires parallèles segna il ritorno europeo di Asghar Farhadi con un’opera che trasforma il voyeurismo in una riflessione sul desiderio di raccontare gli altri. Non si chiama “storie parallele” per caso, questo film: il titolo pare infatti indicare non soltanto la natura corale del racconto (le cui singole vicende peraltro finiscono con l’incrociarsi eccome), ma le “storie parallele” che si svolgono in due appartamenti sui lati opposti di un boulevard parigino. Il primo è abitato da Sylvie, una scrittrice in crisi creativa misantropa e guardona (Isabelle Huppert) e dal un suo giovane assistente Adam (Adam Bessa); il secondo è lo studio di tre tecnici rumoristi (Virginie Efira, Vincent Cassel e Pierre Niney) che, utilizzando un vasto arsenale di oggetti di scena, si occupano della sonorizzazione dei film. Sylvie li osserva con un cannocchiale, immagina un triangolo sentimentale, scrive un romanzo su di loro, poi lo getta vita, ed è a quel punto che le redini della storia e del racconto vengono prese da Adam.
Farhadi riprende apertamente il Decalogo 6 di Krzysztof Kieslowski – episodio del celebre ciclo televisivo dedicato ai comandamenti, poi ampliato nel lungometraggio Breve film sull’amore (1988) – aggiornandone i temi alla Parigi contemporanea. Là dove Kieslowski raccontava la solitudine e il desiderio attraverso lo sguardo clandestino di un ragazzo che spiava una donna, Histoires parallèles amplia il discorso e lo rende quasi metacinematografico: osservare qualcuno significa inevitabilmente trasformarlo in personaggio, appropriarsi della sua vita, riscriverla secondo le proprie fantasie.
La particolarità del film sta proprio nella sua riflessione sul tema dello sguardo: Farhadi costruisce un sistema di finestre, vetri, riflessi e distanze che fa dello spettatore un voyeur tra i voyeur. Guardare non è mai un gesto innocente perché ogni immagine contiene un desiderio di controllo, una proiezione sentimentale, perfino una forma di violenza. Il regista iraniano mostra come il bisogno di osservare gli altri nasca spesso dalla paura di guardare se stessi: Sylvie spia i vicini perché non riesce più a entrare in contatto con la propria vita emotiva e cerca di sfuggire al vuoto della propria esistenza.
La regia lavora con precisione sulla tensione tra distanza e intimità: gli appartamenti sembrano vicinissimi, eppure i personaggi restano irrimediabilmente separati, incapaci di comunicare davvero; la macchina da presa insiste sui corpi isolati nelle stanze, sui silenzi, sugli spazi vuoti, trasformando Parigi in un luogo freddo e quasi astratto. Anche la scrittura evita spiegazioni rassicuranti: i dialoghi lasciano sempre una zona d’ombra, un’ambiguità che impedisce allo spettatore di formulare giudizi definitivi.
Ed è proprio qui che emerge anche il limite del film. Nel suo desiderio di mantenere tutto sul piano dell’incertezza e della sfumatura, Farhadi finisce a tratti per trattenere troppo l’emozione; alcuni passaggi centrali sembrano troppo costruiti concettualmente e la seconda parte rischia di ripiegarsi su sé stessa, insistendo con una certa ridondanza sul tema dello sguardo e della manipolazione. Inoltre, il confronto con Kieslowski pesa inevitabilmente sull’opera: la complessità teorica di Histoires parallèles è affascinante, ma non raggiunge la stessa intensità sentimentale e lo stesso struggimento umano del Decalogo 6.
Il film conferma in ogni caso il talento di Farhadi nel rappresentare personaggi che mentono prima di tutto a sé stessi con un’opera sottile e perturbante, che interroga il nostro rapporto con le immagini e con il desiderio di osservare, ricordandoci che ogni sguardo, in fondo, crea una storia.
Francesca Savino