Titolo originale: Dalle ceneri – From the ashes

Regia: Khalid Fahad

Fotografia: Abdelsalam Moussa

Cast: Adwa Fahad, Darin AlBayed, Khairia Abu Laban, Shaima AlTayeb, Aesha AlRefai

Origine: Arabia Saudita

Durata: 92min

Anno: 2024

Piattaforma: Netflix

Arabia Saudita, all’interno di una scuola femminile dalle regole molto rigide scoppia un incendio e diverse ragazze ne restano vittime, tra cui una studentessa modello di nome Amira. Studenti ed insegnanti iniziano a domandarsi se si tratti di un incendio doloso o di un evento frutto di casualità e disgrazia.

Sin dal principio il film mette al centro l’importanza della religione in Arabia Saudita, dove tutti i personaggi ostentano la loro devozione verso Allah in ogni circostanza. Inizialmente, un discorso di sottofondo evidenzia la situazione attuale riguardo l’uso dell’hijab – “velo” della donna musulmana – e le diverse idee di utilizzo che gli esponenti del paese esprimono. È possibile notare subito quanto il tema della religione venga estremizzato già nei primi minuti del film, dove le ragazze vengono rinchiuse all’interno della scuola con un lucchetto, simbolo di isolamento e segregazione femminile; in seguito, nel momento della tragedia, quando l’incendio divampa e tutti, studentesse ed insegnanti della struttura unicamente femminile, scappano verso l’uscita il custode della scuola (uomo) che si trova fuori dal cancello principale nega a tutte la possibilità di scappare, mantenendo sigillato il cancello in attesa di un ordine esterno che consenta alle donne di poter fuggire dalla struttura e mettersi in salvo. A causa di questo gesto, molte persone restano ferite, altre intossicate, altre ancora muoiono. Eppure questa è la legge, e nessuno può contrastarla.

Una legge che lede i diritti umani, costringendo le donne a uno stile di vita estremamente duro e, talvolta, pericoloso. E non finisce qui: in una scena davvero agghiacciante le ragazze, in fin di vita e ferite, riescono finalmente ad uscire dalla scuola ed i loro padri le raggiungono per “salvarle”. Invece di occuparsi di loro e dello stato di salute, suggeriscono loro di indossare il velo.

La regia è semplice, non si sbilancia con inquadrature autoriali o particolarmente significative, ma riesce a rappresentare bene la totalità della situazione. L’utilizzo dei primi piani è ben circoscritto ai momenti di maggiore pathos della storia. Anche i dialoghi sono semplici e concisi, ma talvolta poco esaustivi: in alcune circostanze un leggero approfondimento di alcune tematiche sarebbe stato opportuno, ma restano comunque lineari e funzionali. Anche l’interpretazione attoriale del cast è buona, nonostante in alcuni momenti la recitazione sia carica di un’eccessiva gestualità. Tornando alle tematiche, oltre alla sensibilizzazione verso i diritti delle donne e alle difficoltà conseguenti al loro stile di vita, la storia pone grande attenzione sul tema del bullismo, rappresentato da una giovane ragazza Amira, studentessa modello presa di mira da tre compagne coetanee. Il suo unico sostegno sono i libri e la sua migliore amica, figlia della preside, donna rigida ed alquanto insensibile verso le umiliazioni che la giovane ragazza Amira deve subire quotidianamente. È un argomento di grande importanza aldilà della religione di appartenenza. La giovane ragazza viene costantemente derisa, aggredita verbalmente e talvolta fisicamente, rinchiusa o sfruttata per le sue capacità di apprendimento. Le tre giovani ragazze che compiono questi atti verso di lei sono caratterizzate da forti insicurezze: una delle tre è la figlia dell’addetta alla pulizia della scuola, un’altra possiede evidenti tratti mascolini diventando così l’unica esteticamente diversa dalle altre, e la terza ha un chiaro problema di peso. Forse questi stereotipi sono stati messi in luce per mostrare che spesso i “carnefici” sono coloro che, in primis, sono vittime. Vittime della “non accettazione” di un sistema che le mette costantemente sotto giudizio, vittime del peso della diversità e della mancata integrazione sociale, ed il loro unico modo per evadere da questa realtà è quello di trasporre l’attenzione su qualcos’altro, anche a costo di spingersi oltre ciò che è il buonsenso e l’amore per il prossimo.
Sebbene religione e bullismo siano temi principali, un altro argomento di grande rilievo emerge con chiarezza alla fine della storia: si tratta della pressione scolastica che molti studenti sono costretti a subire dalle loro stesse famiglie. La preside, madre di una delle allieve, è oltremodo rigida con la figlia. Nonostante i suoi voti siano ottimi, la madre pretende da lei l’eccellenza, mettendo da parte ogni desiderio ed emozione della figlia, visibilmente infelice ma obbediente e sottomessa. Questo concetto di perfezione, ricorrente ormai nel XXI secolo, è un argomento molto comune e il suo impatto sulla mente dei giovani è da tenere in assoluta considerazione. La sensibilizzazione riguardo la ricerca della perfezione di alcune famiglie verso i figli porta i giovani ad uno stato di ansia perenne, insoddisfazione, talvolta persino depressione. In casi estremi, spinge i ragazzi a compiere atti incontrollabili come avviene in questa storia, fino a rovinarsi completamente la vita.
Tratto da una storia vera, questo film è un prodotto di genere e mette in luce diversi argomenti attuali con chiarezza e completezza, dando un vero esempio di responsabilità ed autocoscienza. Nonostante non si possa considerare un “capolavoro”, in questo piccolo e circoscritto mondo di donne vengono rappresentati in modo esemplare temi di importanza quotidiana.

Carola Patini

Voto: ★★★