Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo

VENEZIA 83 – GIORNATE DEGLI AUTORI

Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo,  di Francesca Archibugi

Un femminismo felice, non arrabbiato: così Francesca Archibugi definisce il pensiero di Carla Lonzi, smentendo il luogo comune delle femministe perennemente in guerra con il mondo e con gli uomini e sgombrando il campo anche dai fraintendimenti che un titolo come Sputiamo su Hegel per il suo libro più famoso e un nome come “Rivolta Femminile” per il collettivo da lei fondato con Carla Accardi ed Elvira Banotti potrebbero facilmente ingenerare.  In entrambi i casi, nessuna istigazione alla lotta, bensì un dato di fatto del quale diventare consapevoli: nella concezione hegeliana della storia non c’è autonomia per la donna, che rimane confinata a un sistema patriarcale. Occorre rivedere anche l’uso delle parole: parlare di parità e uguaglianza vuol dire restare all’interno di una dicotomia malata, che definisce la donna in base all’uomo, mentre è sulla differenza che bisogna concentrare l’attenzione.

Nella complessità di questi aspetti risiede la radicalità di Carla Lonzi e va da sé che esprimere un simile mondo in un documentario non era cosa facile. La regista è riuscita nell’impresa ricorrendo alla formula classica dei filmati e delle foto d’epoca, delle testimonianze di chi ha conosciuto la scrittrice o ne ha studiato l’opera, e anche con la guida di un componente della sua famiglia, il figlio Battista Lena (nonché marito della stessa Archibugi), ma con un tono sottilmente diverso da quello dei biopic: è come se la Archibugi avesse voluto rimanere sempre un passo indietro, attestando così un profondo rispetto per la sua protagonista. Non ne ricostruisce la vita, ma si concede soltanto di presentarla e  avvicinarla al pubblico suscitando la curiosità e l’interesse per le sue idee e i suoi scritti, costantemente attenta a evitare qualsiasi accenno di intrusione o di superamento dei limiti che si è data.

Al termine della proiezione (in prima fila c’era  uno spettatore d’eccezione, Nanni Moretti, peraltro presente anche nel film come testimone) è stata la stessa Archibugi a esprimere pubblicamente i propri scrupoli, domandandosi se la protagonista del suo film avrebbe gradito quella forma di attestazione. Critica d’arte oltre che filosofa, scrittrice e attivista, Carla Lonzi sosteneva, infatti, che le artiste avrebbero dovuto estromettersi dai luoghi di celebrazione, tipici dell’universo maschile. Eppure, riaccendere l’ attenzione su di lei, sul rigore del suo pensiero e sul suo incessante mettersi in discussione è molto più che un tributo al suo indiscusso valore: è un’occasione preziosa per fare emergere l’ambiguità dei nostri tempi. Se alcune affermazioni e certe prese di posizione valide negli anni Settanta necessiterebbero, oggi, di essere ridimensionate o almeno contestualizzate (vedi la distinzione tra donna clitoridea e donna vaginale), altre idee di fondo delle femministe di allora evidenziano per contrasto certe narrazioni attuali pretestuose che propongono uno pseudo femminismo di facciata, utilizzato in maniera opportunista da entrambi i generi, talvolta senz’ombra di consapevolezza, talaltra in modo mistificatorio. E non sempre il lettore o lo spettatore è abbastanza critico da notarlo.

L’autocoscienza era, per Carla Lonzi, un’instancabile ricerca del dialogo, con se stessa, con le altre donne e con gli uomini. Come ha concluso la stessa Archibugi, a volte si vorrebbe soltanto riflettere insieme e capire cos’è nella sostanza il rapporto uomo-donna, ma a volte sembra che di questo proprio non si possa parlare. Si potrebbe aggiungere che Carla Lonzi ci aveva provato e c’era riuscita, dialogando per quattro giorni con Pietro Consagra, suo marito, al fine di comprendere i sogni diversi e i conflitti che li avevano condotti al termine della loro relazione. Il libro che racconta questa lunga conversazione s’intitola, significativamente, Vai pure.

★★★

Lucia Corradini