Belén

Regia: Dolores Fonzi
Sceneggiatura: Laura Paredes, Dolores Fonzi, Agustina San Martín.
Genere: Dramma giudiziario
Cast: Dolores Fonzi, Camila Plaate, Laura Paredes, Julieta Cardinali, Sergio Prina, Luis Machín, César Troncoso, Lili Juárez, Ruth Plaate.
Origine: Argentina
Anno: 2025
Durata: 105 min
Piattaforma: Prime Video
San Miguel de Tucamán, Argentina, 2014. Accompagnata dalla madre, la ventiquattrenne Julieta Gomez arriva al pronto soccorso lamentando forti dolori addominali. Quando le viene chiesto se è incinta, risponde di no. Dopo una visita sbrigativa, la ragazza vuole andare in bagno da sola, ma ritorna barcollando, e un’infermiera segnala al medico di turno che ha perso molto sangue. Immediatamente accusata di essersi procurata un aborto, Julieta rimane esterrefatta quando le viene mostrata una scatola di cartone contenente un feto. A nulla valgono le sue proteste: arrestata mentre si trova ancora sul lettino operatorio, in breve viene condannata a otto anni per omicidio aggravato dalla familiarità, complici una difesa d’ufficio incompetente e un processo sommario. Ma cosa è successo davvero in quel bagno? Julieta non riesce a ricordare, come accade quando la sofferenza fisica è così violenta da cancellare ogni traccia di memoria consapevole. Quello che sa per certo è che ignorava di essere incinta. Soledad Deza, avvocata e attivista per i diritti femminili, si assume la sua difesa e ricostruisce l’accaduto. Il bagno usato da Julieta non era lo stesso in cui era stato rinvenuto un feto non meglio identificato: i due servizi si trovavano in due ali diverse dell’ospedale. Sul feto non fu eseguito l’esame del DNA e nei referti il sesso dell’embrione e le settimane di vita intrauterina cambiavano a seconda di chi aveva stilato il documento. Attorno a Soledad si riunisce un gruppo di avvocate, giornaliste e assistenti sociali, spalleggiate dal movimento ‘Ni una menos’ e dall’associazione delle Madri di Plaza de Mayo, decise a ottenere per Julieta la giustizia che le spetta.
Belén è il nome che Soledad Deza assegna alla sua cliente per proteggerne l’identità, vedendola sopraffatta dall’improvvisa notorietà e preoccupata per i suoi genitori che, a causa di quella vicenda, rischiano di perdere il lavoro. In spagnolo Belén significa Betlemme e in lingua ebraica ‘casa del pane’, quindi non proprio il primo nome che capita. Julieta è una ragazza schiva che tutt’a un tratto e suo malgrado, tra medici che s’inventano poliziotti e poliziotti che fanno i medici, si trova al centro di una questione molto più grande di lei. Nel 2014 in Argentina l’aborto era ancora illegale e tale rimase fino al 30 dicembre 2020, quando fu approvata, a certe condizioni, l’interruzione volontaria di gravidanza. In quegli anni un caso come quello di Julieta Gomez non poteva dunque che mettere in crisi un sistema giudiziario retrogrado, inasprendo nel contempo lo scontro all’interno della nazione tra chi biasimava o semplicemente temeva ogni cambiamento e chi invece sosteneva con fermezza e convinzione la necessità per le donne di riappropriarsi del loro corpo e di decidere in autonomia della loro vita.
Il lungo piano sequenza iniziale coinvolge lo spettatore dal primo minuto, rendendo perfettamente l’idea dell’impatto, a volte brutale, con una struttura medica di emergenza e urgenza quando si è in preda a una sofferenza fisica ingestibile autonomamente e spesso anche indecifrabile se non la si è mai provata prima. La vista di Julieta di spalle, della sua figura alta che si appoggia a un’infermiera per reggersi in piedi, trasmette a chi guarda la paura, il dolore e l’obnubilamento. La regista Dolores Fonzi, al suo secondo lungometraggio (il primo era stato Blondi, 2023, commedia imperniata su una figura materna fuori dagli schemi), realizza un’opera con una spiccata valenza politica e sociale, tecnicamente forte e fondata su una sceneggiatura non impeccabile ma in generale di grande equilibrio. È lei stessa a interpretare in maniera convincente il ruolo della legale e attivista Soledad Deza, affiancata dalla bravissima Camila Pláate nei panni di Julieta. Entrambe optano per una recitazione misurata: l’efficacia è ottenuta per sottrazione e, nel caso di Camila Pláate, evidenziata dai primi piani del suo viso intenso e dal suo fisico asciutto, quasi scarno, che sembra esprimere già da solo l’estenuazione fisica e la forza interiore.
In una intervista, Dolores Fonzi ha voluto precisare che Belén non è un film militante, bensì un’opera artistica che non si esaurisce nel messaggio sulla legalizzazione dell’aborto, ma affronta anche i diversi ruoli delle due protagoniste in quanto donne, in particolare il suo, perché Soledad Deza è moglie, madre e per di più cattolica convinta: quest’ultimo aspetto rende ancora più interessante e convincente il suo personaggio. Lo fa con un linguaggio cinematografico conciso ed essenziale, che punta dritto allo scopo rifuggendo da qualsiasi compiacimento: la vicenda si svolge nei disadorni corridoi del pronto soccorso, negli esigui spazi comuni del carcere, nelle stanze dei tribunali riservate ai procedimenti veloci con poca gente. Elementi scenografici come la cosiddetta ‘marea verde’, ossia le manifestanti con le bandane verdi al collo per simboleggiare la natura, la crescita e la vita, che potevano prestarsi a inquadrature e sequenze d’effetto, non svolgono una funzione evocativa e tanto meno spettacolare, perché la scelta della regia è attenersi unicamente alla verosimiglianza.
Ispirato al libro Somos Belén di Ana Correa, che racconta una storia vera, e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, in Italia il film non è mai uscito nelle sale per approdare invece su Prime Video, ma l’Argentina l’ha candidato ai premi Oscar 2026. Inserito tra i quindici titoli selezionati per la categoria Miglior film straniero, ha dovuto fermare la sua corsa sulla soglia della cinquina finale. In compenso Belén ha avuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Goya 2026 per il miglior film iberoamericano: ricevendo il premio, Dolores Fonzi ha pronunciato parole vibranti in difesa dei diritti non soltanto delle donne ma in generale dei più deboli, non solo nel suo Paese ma in un mondo che si è trasformato in teatro di guerre, dove la vita di tanti è appesa a un filo.
★★★
Lucia Corradini