1

Canonico – Pilot serie tv

Canonico

Valutazione: 6/10

Creatore della serie: Peppe Toia

Genere: comedy

Regista pilot:  Peppe Toia

Sceneggiatori: Mario Bellina, Peppe Toia

Interpreti: Michele La Ginestra, Federico Perrotta, Andrea D’Andreagiovanni, Federico Lima Roque, Maria Teresa Pascale, Elisabetta Mandalari, Alessandro La Ginestra, Eugenia Bardanzellu, Fabio Ferrari

Network: TV2000

Durata episodio: 20’

Origine. Italia

Anno: 2021

Uscita (prima nel mondo + prima in Italia): 14 dicembre 2021

Titoli di testa: quasi inesistenti. Poche immagini che ricordano una chiesa e si chiudono su una pisside

Script: struttura molto lineare con episodio autoconclusivo a cui segue un cliffhanger

Ritmo narrativo: Pacato e privo di accelerazioni

Locations; un’immaginaria parrocchia nel paese di Roccapalumba  che esiste realmente in Sicilia ma che non connota regionalmente l’azione

Recitazione: adeguata all’impianto narrativo e a uno script dalle battute molto colloquiali

Musica: di accompagnamento

Originalità delle soluzioni narrative/formali: nessuna particolare originalità (se si esclude il versante produttivo)

A Roccapalumba è in atto il consiglio pastorale con il nuovo parroco don Michele. Ne fanno parte Bruno Mariotti, un volontario che si occupa della parte amministrativa della parrocchia,  il vice parroco che è un sacerdote giovane di colore, Gianluca il sacrestano e don Michele che è arrivato da qualche settimana. Il pilot si apre con questa riunione in cui l’amministratore vuole mettere nuovi fiori come arredo, il sacrestano si occupa di un gradino su cui spesso i fedeli inciampano e  il viceparroco vuole ammodernare dal punto di vista dell’impiantistica.

Don Mihele pensa invece che i soldi vadano investiti nel migliorare l’oratorio. Ga però un problema ulteriore: non ha una perpetua e la canonica è piuttosto in disordine. iInizialmente dice che cosa deve fare un sacerdote cioè proclamare il Vangelo nella quotidianità( ci sono due che stanno litigando e lui cerca di portare pace). Bisogna poi santificare sempre anche quando non se ne ha voglia e poi bisogna guidare il popolo cristiano come farebbe un buon pastore.

Un padre non giovanissimo gli va a presentare il suo problema: ha una figlia che non studia, non ha amici  e ama solo dipingere; a lui sembra che stia buttando via il suo tempo. La ragazza nel frattempo in esterno sta iniziando un murale con lo spray sulla facciata di un piccola edificio che si trova nel cortile. Colloquiando con don Michele gli fa un ritratto mentre lui le sta parlando  dicendole che praticamente non lo ascolta nessuno. La ragazza è convinta che invece durante la messa in tanti lo ascoltino mentre è lei a non essere  ascoltata da nessuno. Lui le dice che potrebbe frequentare la parrocchia ma non è che il volontario sia tanto disponibile ad avere gente in giro per cui lei dice di preferire stare a casa a disegnare.

Il vescovo telefona a don Michele per sapere se si è ambientato Lui dice che avrebbe preferito rimanere a Roma, la sua città. Il superiore invita a meditare e a trovare la sua strada anche in quella parrocchia. Mentre si appresta  a fare un giro in bicicletta il parroco incontra una giovane donna che lo vede in tenuta da ciclista e non pensa che sia un sacerdote. La donna si chiama Eleonora Persiano ed è la psicologa di tutta la valle e vuole parlare con lui. Si dichiara atea con molta fede nella scienza e gli comunica di essere venuta a sapere che hanno portato da lui Giovanna, la ragazza che dire che disegna che è una sua paziente. In accordo con la psicologa decidono di farle dipingere l’intera facciata del piccol edificio che c’è nel cortile della parrocchia dandole anche i colori spray necessari. Durante l’omelia della messa don Michela comunica ai suoi collaboratori (ci sono quasi solo loro in chiesa) che i soldi verranno spesi per ristrutturare l’oratorio. La ragazza intanto ho fatto un bel lavoro sulla facciata del piccolo edificio decorandolo con le scritte Dio e God e con fiori. Uno dei suoi colori spray verrà utilizzato per segnalare il gradino pericoloso. La prossima decisione che attende il sacerdote è la scelta della perpetua.

Ha fatto notizia (tanto da essere riportata dall’ANSA) questa serie. Sia per il contenuto (la vita quotidiana di un parroco e dei suoi parrocchiani senza che debbano necessariamente accadere fatti delittuosi) sia per la produzione. Si tratta infatti della prima serie interamente coprodotta da TV2000, la rete televisiva vaticana.  La linea che sembra essere quella adottata è quella della serie che potremmo definire anche se non propriamente ‘soap’. Le prime 20 puntate prodotte vanno in onda dal lunedì al venerdì in orario preseralee si rivolgono a un pubblico già ben identificato dalla produzione essendo quello che segue i programmi dell’emittente. L’obiettivo è quello di raccontare, attraverso la presenza di un attore di fiction (e non solo) già rodato come Michele La Ginestra, la vita quotidiana di una piccola parrocchia di campagna con i suoi problemi ma anche con le possibili soluzioni. La figura del nuovo parroco si differenzia, almeno nel pilot, da quella dei suoi collaboratori. Mentre questi ultimi sono dei caratteri piuttosto marcati il suo è un ruolo di mediatore bonariamente meditativo e consapevole del proprio non sempre facile compito. La presenza della ragazza che ama l’arte muraria nel primo episodio apre lo spazio a due possibili impianti narrativi: o la si ritroverà come uno dei personaggi degli episodi successivi oppure si tratterà di una situazione autoconclusiva. Il cliffangher non può che essere ‘canonico’: la ricerca della perpetua che, grazie  Manzoni, ha assunto quel nome e si caratterizza come un personaggio non di poco conto nella vita di un sacerdote.

Giancarlo Zappoli




I misteri di Whistable Pearl – Pilot serie tv

I misteri di Whistable Pearl

Titolo originale: Whitstable Pearl

Valutazione: 7/10

Autore:Julie Wassmer, Oystein Karlsen

Crime/detection

Regia:

Sceneggiatori: Julie Wassmer, Oystein Karlsen dai romanzi di Julie Wassmer

Interpreti:   Kerry Godliman, Howard Charles, Frances Barber, Sophia Del Pizzo, Rohan Nedd, Isobelle Molloy

Produzione: Acom TV

Network. Sky Investigation

Durata episodio: 52’

Origine: Gran Bretagna

Anno: 2021

Uscita: 24/05/2021 – 1 /12/2021 (Italia)

Titoli di testa: Immagini della location che si susseguono virate in colori pastello come disegni per chiudere sull’immaginedi un’ostrica che contiene una perla su cui compare il titolo

Script: Abbiamo una ristoratrice che ha anche un’agenzia di investigazioni e c’è un ispettore di origine afro che si trova a disagio nel paesino e una serie di sospetti che progressivamente vengono a cadere per favorire il colpo di scena.

Ritmo narrativo: Suffcientemente mosso come genere richiede

Locations: La cittadina marittima che viene mostrata come un luogo in cui è facile conoscere tutti considerate le dimensioni e il locale che la protagonista gestisce

Recitazione: I due protagonisti (Pearl e McGuire) si compensano senza mai andare sopra le righe.

Musica: di sottofondo

Originalità delle soluzioni narrative/formali: nulla di particolarmente originale

Pilot – Acque libere

Pearl Nolan va alla ricerca di un amico, Vinnie Rowe, che si dovrebbe trovare al largo su un peschereccio.  Lo trova morto immerso nell’acqua ma legato all’imbarcazione impigliato nell’ancora . Viene interrogata dall’ispettore Mike McGuire che le rimprovera il fatto di non aver chiamato la guardia costiera e vuole sapere perché lo cercasse. Era il fornitore di ostriche del suo ristorante e non aveva risposto a una commessa. La madre di Pearl, un tempo una protestataria di punta, l’attende per accompagnarla a casa dove si trova il figlio Charlie mulatto al quale dice di non aver rivelato che le era stato chiesto di indagare su Vinnie.

Al ristorante Pearl trova la sua aiutante Ruby che è in tensione con il suo boyfriend Max mentre la madre le suggerisce di darsi un po’ da fare con gli uomini. Pearl va a trovare la compagna di Vinnie, Connie, che le dice che il marito aveva voluto mettersi in proprio ma, per i debiti, aveva dovuto rivolgersi a un certo Stroud. Pearl, non vista, preleva delle chiavi da un tavolino. A McGuire, che continua  a sospettare di lei, rivela che Stroud aveva chiesto alla sua agenzia investigativa di controllare i conti di Vinnie e aggiunge che il pescato era già in ordine sul peschereccio e che quindi l’ancora era stata già calata prima che ciò avvenisse. L’uomo non può essrsi impigliato da solo.

Tornata a casa a notte fonda Pearl ci trova Tina, l’ex moglie di Vinnie, che le rivela che aveva convinto Stroud ad investire nell’impresa di Vinnie e che teme che possa essere lui l’assassino. Insinua anche che la nuova compagna del marito non avrà problemi economici perché lui ha sempre pagato l’assicurazione sulla vita. Lei le dà il contatto del poliziotto. Recatasi al mattino dopo nella stanza d’albergo dove alloggia Stroud lo trova impiccato alla sua cintura. A McGuire manifesta i suoi sospetti su Connie che potrebbe aver temuto che costui si rivalesse su di lei ed aver assoldato un killer. McGuire le rivela di aver scoperto che lei in passato era nella polizia. Pearl gli spiega di essersi congedata perché incinta dell’uomo sbagliato.

Avendo seguito Connie e scoperto che ha una relazione con Matheson, ex padrone di Vinnie, ne parla con McGuire il quale ha già indagato sull’uomo e sa che è violento. Intanto Tina è scomparsa.  Il padre di Max, un imprenditore russo, annuncia la costruzione di un hotel su palafitte in mare e poi dice al figlio, Pearl lo sente, che deve sbarazzarsi di qualcuno. Ruby viene ricoverata in ospedale per un mix di amfetamine ed oppiacei.  La ragazza viene raggiunta poi sulla spiaggia da Pearl e le rivela che è stato Max ad uccidere Vinnie che lo aveva soccorso ma aveva scoperto che trafficava in droga. Il ragazzo sopraggiunge e cerca di affogare Pearl ma arriva il padre che lo colpisce in testa con un sasso e poi, davanti a McGuire sopraggiunto, si accusa dell’omicidio di Stroud che aveva visto Max e  li ricattava pretendendo il denaro che avrebbe dovuto avere da Vinnie. Pearl e McGuire si ritrovano in spiaggia e lui, pur non amando le piccole città, le dice che resterà per la birra del suo ristorante.

Questa nuova serie britannica nulla aggiunge e nulla toglie al genere. Il luogo circoscritto in cui avverrà in ogni puntata un delitto è stratagemma noto che risolve problemi di produzione e costi. Si comprende che i due personaggi distanti ed inizialmente reciprocamente diffidenti (e il finale del pilot rafforza l’impressione) finiranno con il capirsi e forse anche qualcosa di più. I sospetti che progressivamente vengono a cadere (anche se si anticipa con qualche soggettiva quello che sarà poi il sospettato maggiore anche se non l’unico) sono funzionali alla detection. Il tratto di originalità sta nel personaggio di Pearl che si occupa del suo ristorante ma anche di un’agenzia investigativa. Affinché lo spettatore non si ponga troppe domande sul perch,é si provvede in tempi rapidi a fargli sapere che in passato è stata un poliziotta e si conoscono le ragioni dell’abbandono della divisa. La caratterizzazione della madre di Pearl è una di quelle che fanno sperare in uno sviluppo futuro in quanto apporta un elemento da commedia all’interno della detection. Per il resto nulla di nuovo in materia se si eccettua un figlio, che deve andare all’università e quindi staccarsi dalla madre, che potrebbe divenire un personaggio interessante.

Giancarlo Zappoli




Cuori – Pilot serie tv

Cuori

Valutazione 6/10

Genere: Medical drama in 16 episodi

Regia: Riccardo Donna

Soggetto e sceneggiatura: Mauro Casiraghi, Fabrizio Cestaro, Simona Coppini

Interpreti: Daniele Pecci (prof. Cesare Corvara), Matteo Martari (dott. Alberto Ferraris), Pilar Fogliati (dott.ssa Delia Brunello), Andrea Gherpelli (dott. Enrico Mosca), Marco Bonini (dott. Ferruccio Bonomo).

Produzione: Rai Fiction, Aurora TV, Centro di Produzione Rai di Torino

Durata episodi: 50 min.

Origine/anno: Italia 2021

Messa in onda: 17 ottobre (prima mondiale) – 28 novembre 2021 (prima italiana)

Titoli di testa: un breve antefatto in forma di flashback fa da premessa al tema centrale dell’episodio. Segue una sigla di pochi secondi con successione rapida di disegni anatomici e artistici di cuori umani, accompagnata da una melodia di archi a ritmo energico che fa pensare all’impresa da compiere, all’avventura.

Script: nascono curiosità spontanee sull’evoluzione dei personaggi protagonisti. Alcune situazioni inverosimili nelle relazioni e nella psicologia dei personaggi, dati il contesto e l’epoca storica.

Ritmo narrativo: medio, abbastanza fluido nel passaggio da una sequenza narrativa all’altra, con alcuni snodi insistiti che allungano la narrazione in modo non del tutto giustificato.

Location: ricostruite nell’edificio storico dell’ospedale militare di Torino con un’attenta analisi filologica d’epoca, con altrettanta attenzione ai costumi e agli arredi.

Recitazione: disinvolta e accurata. Prevale tuttavia la predilezione italiana per alcuni momenti sussurrati tanto da risultare a volte poco chiari e “sporcati” da inflessioni regionali varie.

Musica: colonna sonora con qualche citazione di brani degli anni Sessanta per sottolineare i momenti romantici; prevalgono il tema della sigla e dei titoli di coda durante le fasi cruciali dell’episodio, come esaltazione del momento eroico.

Originalità: nessuna novità stilistica particolare.

L’americana e lo svedese

Torino 1961. Una ragazza in abito corto scende velocemente le scale dell’Università e si avvicina al fidanzato che la sta aspettando trepidante accanto all’auto. La giovanissima Delia, neolaureata in Medicina, ha vinto una prestigiosa borsa di studio per gli Stati Uniti, ma si dispiace che Alberto non possa accompagnarla. Alberto, invece, le ha preparato una sorpresa: non uno, ma due cappelli da cowboy, segno che partiranno insieme per il Texas. Al colmo della felicità, si scambiano un bacio appassionato.

1967. All’Ospedale Le Molinette di Torino il professor Cesare Corvara, primario di cardiochirurgia, sta lavorando a un progetto ambizioso: riunire un’équipe medica affiatata che possa diventare la prima unità di trapianto di cuore in Italia. Per fare questo ha richiamato dalla Svezia un suo ex-alunno, figlio di un collega prematuramente scomparso, che nel Nord Europa è diventato una vera celebrità. Costui non è altri che il dottor Alberto Ferraris, che ha una relazione precaria e svogliata con Karen, hostess di volo che può incontrare solo per poche ore quando la ragazza fa scalo in Italia. Alberto crea subito invidia e sospetto negli altri chirurghi del reparto, in modo particolare nel dottor Mosca che non sopporta i modi disinvolti del giovane medico che arriva spesso in ritardo ed è abituato a operare con un sottofondo di canzoni americane, cosa che suscita l’indignazione della caposala, la rigida suor Fiorenza. Corvara ha in serbo un’altra novità: ha trovato appoggio anche in un giovane medico statunitense che è atteso per il giorno successivo in ospedale; il professore è certo che si creerà la giusta collaborazione con Alberto. Corvara, tuttavia, deve affrontare problemi pers

onali piuttosto seri: sua figlia Virginia non frequenta da sei mesi le lezioni della Facoltà di Medicina e si fa trovare in compagnia di un ragazzo nientemeno che nell’ufficio del Rettore. Informato da quella che si capisce essere la sua amante – Beatrice Dattilo, moglie di uno dei finanziatori dell’ospedale – riesce in qualche modo a coprire la figlia, con la promessa che la ragazza farà pratica proprio nel suo reparto. Nel frattempo, su un aereo di linea che sta per atterrare in Italia, una giovane donna dai capelli cortissimi riflette pensierosa appoggiata al finestrino. Con la coda dell’occhio si accorge di un passeggero che suda copiosamente. Lo segue lungo le sale dell’aeroporto e lo convince a salire con lei in taxi verso Le Molinette, mentre lo visita auscultandolo senza strumentazione. Capisce di essere di fronte all’emergenza di un infarto in corso e si fa strada oltre l’accettazione dell’ospedale dove suor Fiorenza cerca invano di ostacolarla come “parente” indesiderata. A nulla sembrano servire le proteste della donna che si dichiara medico, mentre l’uomo si sente male e viene portato d’urgenza in sala operatoria. Con un pretesto, la giovane riesce a salire nella cupola da dove gli studenti osservano gli interventi dall’alto e si accorge di una sagoma familiare che sta operando lo sconosciuto dell’aereo. Chiede ai ragazzi chi sia il medico impegnato a operare con Corvara e apprende con sgomento che si tratta di Ferraris. Turbata, si allontana. Le sfugge, così, il fatto che Corvara delega l’operazione al collega, a causa di un improvviso tremore alle mani che riesce a nascondere con un pretesto. Il paziente si salva e Alberto, conclusa la giornata, chiede a Cesare chi abbia segnalato in tempo lo stato di emergenza dell’uomo e riceve la notizia: è la dottoressa Delia Brunello, stimata cardiologa con un curriculum di tutto rispetto in Texas. Alberto, senza parole, va a casa dove trova una donna e un bambino che stanno finendo i compiti di scuola. Il bambino lo saluta, chiamandolo zio. Alla donna annuncia che Delia è tornata a Torino. Anche lei rimane stupefatta, mentre Alberto si ritira nella sua porzione di appartamento. La mattina successiva, Delia prepara la colazione per… Cesare e Virginia. La ragazza però la rifiuta sdegnosamente e la accusa di aver preso il posto di sua madre. La giornata trascorre in reparto tra le sottili incomprensioni ai danni di Delia, mal tollerata da suor Fiorenza per le sue minigonne e da Mosca per la sua superiorità diagnostica. Alla sera, a villa Corvara, una grande festa è data per accogliere Delia e presentarla ai grandi baroni e finanzia

tori delle Molinette. Alberto trova un istante per parlare da solo con Delia: entrambi sono trattenuti e freddi, Delia sostiene di non aver niente da dirgli e preferisce che Corvara non sappia nulla della loro precedente relazione. Corvara propone un brindisi alla salute di Delia, cardiologa eccezionale e altrettanto eccezionale… nuova moglie! Lo stupore percorre i presenti per poi lasciare il posto alle congratulazioni, mentre Alberto si allontana non visto dalla villa per far ritorno a casa in auto, immerso in cupi pensieri sulle note di una canzone romantica.

In salsa sentimentale si svolgono le avventurose vicende ispirate alla reale équipe medica che negli anni Sessanta sognava il primo trapianto di cuore italiano, sulla scia dei successi che arrivavano in questo settore dal Sudafrica. Il professor Corvara e il dottor Ferraris altri non sono se non i dottori Achille Dogliotti e Angelo Actis Dato che raggiunsero la celebrità a Torino con innovazioni cruciali, come la macchina cuore-polmone, e la creazione di un reparto dedicato alla cardiologia all’avanguardia. Il figlio di Actis Dato, Guglielmo, anch’egli medico, ha partecipato come consulente alle riprese e alla sceneggiatura, dando poi un preciso resoconto dell’attività paterna in un paio di interviste. Il medical drama che ne segue inserisce il terzo elemento a far da perno – amoroso – all’attività professionale dei due colleghi: l’avvenente cardiologa Delia Brunello che si aggira in minigonna in luoghi dove probabilmente non era ammessa all’epoca. I cuori del titolo non sono perciò solo quelli dei pazienti che finiscono qua

si sempre salvati dalle mani esperte di Alberto e dalle intuizioni estemporanee di Delia – dotata di un orecchio assoluto pari a quello dei musicisti che le consente diagnosi esatte al 100%, dote che in medicina non esiste – ma quelli degli stessi medici. Ex-promessa sposa di Ferraris, poi convolata a nozze con Corvara, vedovo, ignaro di tutto (impossibile, dato che Ferraris è stato suo allievo) e ansioso di riunire in nome del successo le due menti più brillanti d’Italia e del mondo, la Brunello si è fatta spezzare il cuore sensibile da un sarcastico e scostante Ferraris che invece ha frantumi al posto dell’organo che regola la vita. I comprimari sono stereotipi della commedia dell’arte: la figlia presuntuosa, l’aspirante medico figlio di operai, a far da vilain il capochirurgo dottor Mosca che trova insopportabili le libertà che si prendono i suoi sottoposti, ma che non osa mai spingersi oltre i diktat di Corvara. Non mancano brio e curiosità, con una splendida resa degli ambienti e degli arredi, meticolosamente dettagliati, ma la vicenda medica occupa un posto di poco conto, rispetto ai risvolti delle vite private. A dispetto della nostra voglia attuale di scienza salvifica, per quanto riguarda le serie tv preferiamo di gran lunga che a guidarci siano i sentimenti, non importa quanto confusi, contraddittori e incerti possano essere.

Cecilia M. Voi




Venezia ’78 – il concorso

VENEZIA ’78  

Premessa

Venezia 78 è stata un’edizione ricca di film stilisticamente molto belli, attenti al tema della donna, delle relazioni famigliari, dei soprusi. Non sono mancati i film ispirati ad una storia vera e i biopic come Spencer, sulla storia di Lady D., o Leave no traces. Film molto diversi tra loro come La Caja o l’Avenment  che raccontano la fatica dell’essere determinati a fare quello che viene sentito giusto, a costo di sacrificare/penalizzare il rapporto con i propri riferimenti in un’ottica critica e di denuncia. Competencia oficial e Illusions perdue riflettono sulle ipocrisie del cinema il primo e sulla stampa e i giornali il secondo. Si sono visti anche film dedicati al diverso come Mona Lisa and the Blood Moon e Freaks out o su una possibile neo realtà che diventa incombente come America Latina e The Lost Daughter.

Nel complesso si è trattato di un’edizione che non ha tradito le aspettative.

America latina di Damiano e Fabio D’Innocenzo

Latina oggi. Massimo Sisti è un dentista apprezzato sia dai pazienti sia da chi lavora con lui. Ha una cosiddetta bella famiglia, cioè una moglie e due figlie che per lui sono molto importanti, e una villa grande e posizionata in una zona molto tranquilla di Latina. Tutto procede sui binari noti fino a quando un giorno scende in cantina e lì trova l’inaspettato e impensabile.

I D’Innocenzo sono al terzo film e confermano la loro predisposizione a fare un cinema distante forse non anni luce ma in misura considerevole dal resto del panorama italiano. Se lo possono permettere avendo a disposizione, dopo Favolacce, un attore come Elio Germano capace di dare spessore anche ai personaggi interiormente più complessi. Lo spettatore (che non deve sapere anticipatamente quasi nulla sullo sviluppo della vicenda, prova ne sia l’assenza di un trailer) viene costretto ad interrogarsi continuamente chiedendosi se si tratti di realtà, di delirio del protagonista o di altro. Tutto ciò utilizzando luoghi specifici del cinema di genere come la cantina per poi trasfigurarli dando loro una funzione inattesa. (g.z.)

Competencia official di Mariano Cohn, Gastón Duprat

Un ricco uomo d’affari decide di voler essere ricordato anche per mecenatismo nei confronti del cinema e quindi vuole produrre un film. Mette quindi sotto contratto una regista famosa, Lola Cuevas,   anche per la sua stravaganza e due attori tanto importanti quanto dotati di un ego smisurato. Uno, Félix Rivero, è un attore di stampo hollywoodiano e l’altro, Iván Torres invece è l’esponente di punta del teatro d’avanguardia.  I due non si amano ma saranno costretti a convivere  e anche, grazie a Lola, ad interrogarsi sulla propria professione.

Se dalla sinossi si poteva pensare a un plot para bergmaniano in realtà si è stati smentiti nel giro di pochi minuti.  Si è trattato del film più sottilmente ed intelligentemente divertente di tutta la Mostra con tre attori al top non solo delle prestazioni individuali ma della capacità di tenuta collettiva dalla prima all’ultima inquadratura. Assecondati da una regia che conosce i tempi comici hanno saputo concentrare in ognuno dei personaggi vizi e virtù di registi ed attori mostrando maschere e volti in alternanze esilaranti. La giuria ha dato il premio per la migliore attrice a Penelope Cruz. Ovviamente non per questo film ma per quello diretto da Almodovar. Non sia mai che la prestazione in un film che diverte con acume possa essere omaggiata con un riconoscimento! (g.z.)

È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino

Saverio e Maria, appartengono alla buona borghesia di Napoli e hanno tre figli. Uno di loro è Fabio, prossimo alla maturità classica, timoroso delle donne e segretamente innamorato della disinibita e non proprio tranquilla zia Patrizia. Intorno a loro ruota una serie di personaggi ognuno con il proprio carattere definito. La vita in fondo si presenta come un carosello dal moto incessante fino a quando accade una tragedia.

Paolo Sorrentino ha finalmente trovato l’occasione e la misura giusta per portare il proprio Amarcord sullo schermo (che sarà temporaneamente grande per poi restringersi visto che si tratta di un film prodotto da Netflix). Lo fa con il desiderio, lui che ha così ampiamente descritto Roma secondo una sua barocca visione, di rendere omaggio alla sua città Natale: Napoli. A cui ritorna con il ricordo del grande dolore della perdita di entrambi i genitori ma anche con la consapevolezza di essere cresciuto in un mondo di grande generosità umana in cui ogni persona diventava ipso facto un personaggio e in cui la voglia di fare cinema si traduceva in una necessità per cercare di superare il distacco. (g.z.)

Freaks out di Gabriele Mainetti

Roma,1943. Quattro personaggi, dai caratteri singolari quanto i loro superpoteri, sono guidati da Israel, impresario ebreo del circo Mezzapiotta che ad un certo punto scompare. Lucio l’uomo-lupo, Matilde la ragazza elettrica, Mario il nano che attira e fa muovere il metallo ed infine Cencio che comanda qualunque tipo di insetto, sono l’ossessione di Franz, talentuoso pianista con sei dita, fanatico nazista e direttore del rinomato Berlin Zircus. Grazie all’etere, Franz ha delle visioni sul futuro e i quattro gli servono per invertire le sorti della guerra, far trionfare Hitler e soprattutto ottenere il proprio riscatto sociale, dopo il mancato arruolamento in guerra e le numerose derisioni subite per le sue anomalie fisiche e caratteriali.

Freaks out è una grossissima produzione, quasi un colossal, costato 130 milioni di euro, per  realizzare un film che sviscera su ogni fronte il tema dei mostri e del diverso.

Il ritmo incalzante, le scene portate all’estremo, i dialoghi sopra le righe e l’interpretazione ironica e quasi caricaturale degli attori lo rendono un comixfilm che afferma una sua singolarità e autorevolezza rispetto alle classiche produzioni Disney e Marvel, aggiungendo, come in Jeeg Robot, una nota poetica colma di riflessioni. Mainetti non dimentica di citare Bastardi senza gloria di Tarantino e ovviamente Freaks di Browing per affidare come sempre a loro, i diversi, il compito di salvare l’umanità, con piccoli e grandi gesti come quello in cui le lacrime di un bambino possono essere trasformate in un sorriso, utilizzando in modo poliedrico qualsiasi mezzo artistico, dalle musiche al disegno.(m.a.v.) 

Il buco di Michelangelo Frammartino

Nel 1960 si completava la costruzione verso l’alto del grattacielo Pirelli di Milano; l’anno successivo un gruppo di speleologi si è addentrato all’interno dell’Abisso di Bifurto, una grotta lunga 683 metri di profondità nel Parco del Pollino. Un’impresa speleologica senza precedenti per l’epoca a cui non è stato dato il giusto risalto e la giusta enfasi e a cui pone rimedio Frammartino, dando voce alla natura e alla sua infinita enigmaticità. Un pastore del paese vicino viene colpito da un malore e un medico lo ausculta per capire come stia, mentre gli speleologici si muovono con la stessa precisione alla conquista di queste profondità, mappandone i contorni, auscultandone gli antri. Un connubio uomo-natura, magico e infinito nelle sue possibilità di esplorazione anche quando si possono chiaramente delineare i confini, rimane comunque colmo di fascino e di mistero e di fatto inconoscibile nell’atto di nascere come in quello del morire, l’esplorazione anche se conclusa non potrà mai rispondere alle reali domande sull’esistenza.

Il buco, terzo lungometraggio di Michelangelo Frammartino,  è un film filosofico, un viaggio di ritorno alle origini, ai suoni primordiali, a ciò che ancora conserva le tracce di un’epoca ancestrale priva di quella civilizzazione che ha prodotto la Pirelli e che solo apparentemente pone l’uomo in una dimensione di dominatore e non di soggetto a quella madre natura da cui in realtà dipende. Frammartino riesce in un impresa quasi impossibile per le naturali condizioni di assenza di luce: filmare l’esplorazione dell‘Abisso di Bifurto e lo fa con un linguaggio iconico peculiare e stilisticamente riconoscibile che diventa protagonista. (m.a.v.) 

Illusions perdutes di Xavier Giannoli

Lucien Chardon è un talentuoso quanto sconosciuto poeta che vive durante il periodo della Restaurazione francese. Convinto delle proprie capacità letterarie, lascia la tipografia di famiglia e la città natale per trasferirsi a Parigi in cerca di fortuna con l’unica protezione della sua amata e mecenate, madame de Bargeton, signora sposata e fonte di molte delle illusioni che faranno perdere Lucien. La voglia di successo e di guadagno metteranno a dura prova le sue ambizioni letterarie e determineranno inevitabilmente la sua nemesi.

Film reso avvincente dal buon uso delle musiche e della voce narrante che lo rendono godibile senza sentire il peso dei suoi 144 minuti e dell’ambientazione storica.

Il film permette di esplorare il mondo dell’editoria e in generale  dell’attuale consumismo ai suoi albori con una critica sarcastica a questo modello, in cui il successo e la disfatta sono determinati dal profitto e dove tutto e tutti risultano in vendita all’interno di un teatrino guidato sempre e solo dal miglior offerente.

Il film con un cast importante tra cui il regista Xavier Dolan, qui nei panni del protagonista, racconta il mondo contemporaneo accecato da continue illusioni e bisogni indotti, in cui il senso di smarrimento di se stessi è l’unico elemento reale con cui confrontarsi. (m.a.v.)

Kapitan Volkonov Bezhal  di Aleksei Chupov, Natasha Merkulova

Unione Sovietica 1938.  Il capitano Volkonov opera nella Sicurezza nazionale e si occupa di interrogatori che vengono definiti ‘speciali’. Gli interrogati appartengono alla categoria dei sospetti controrivoluzionari.  Percepita la minaccia di un pericolo per  la sua stessa persona decide di scomparire avendo però i colleghi alle calcagna. Un avvertimento che arriva dall’altrove gli  fa prendere coscienza che, qualora dovesse essere catturato e morisse, le porte del Paradiso per lui sarebbero chiuse. A meno che riesca ad ottenere, mentre è ancora in vita, il perdono da chi ha subito le sue vessazioni violente. Il cinema, nel corso della sua storia, ha avuto diverse opportunità per mettere a nudo l’iniquità della tortura. Lo ha fatto con denunce di fatti accaduti in precisi contesti storici. Anche in questo caso il contesto storico è definito ma la narrazione si sposta su un piano diverso. Volkonov, è vestito con una divisa che ricorda il Montag di Fahrenheit 451  e come lui diserta.  La sua salvezza non è però, come in quel caso legata alla collettività, ma è individuale e, in qualche misura, metafisica. Il perdono deve arrivare a lui come persona da una ‘persona’ rimasta tale nonostante gli orrori patiti. Si sentono echi lontani della grande letteratura russa in questa ricerca di una redenzione non facile da conseguire. (g.z.)

La Caja  di Lorenzo Vigas

Hatzin è un adolescente, incaricato dalla nonna di recuperare le ceneri del padre trovato in una fossa comune nel nord del Messico. In autobus, nel viaggio di ritorno verso Città del Messico, vede un uomo assomigliare al padre e non lo lascia in pace fino a quando quest’ultimo non decide di prenderlo a lavorare con sé. Il suo compito sarà quello di aiutarlo a trovare operai, pagati settimanalmente, per una fabbrica tessile che promette vitto e alloggio, ma non rispetta le norme contrattuali sfruttando l’ignoranza e l’indigenza dei lavoratori. Una delle operaie cerca di far valere i suoi diritti ma presto scompare.

La Caja è l’ultimo capitolo di una trilogia che il regista ha dedicato alla paternità in America Latina, dopo il lungometraggio d’esordio nel 2015 Desde allà vincitore del Leone d’Oro nel 2015. Una paternità spesso assente e come ha dichiarato il regista, “la figura del leader ha finito per riempire, da un punto di vista psicologico, quel vuoto, quel bisogno, rappresentando quel padre che non è mai stato presente in famiglia”. Film di denuncia di un sistema senza riferimenti paterni da sempre intesi anche come normativi e di tutela, in cui il padre, appunto, si fa credere morto per rifarsi una vita e una famiglia, passando dal ruolo di sfruttato a quello di sfruttatore mentre chi ha il coraggio di denunciare le ingiustizie viene eliminato. Non è contemplata nessuna redenzione: gli sfruttatori vengono comunque sfruttati e l’unica possibilità di fronte agli orrori della violenza e dell’ingiustizia rimane quella di rinnegare i propri padri, anche putativi, per trovare una propria strada e una legittimità dell’esistenza.(m.a.v.)

L’evenement di di Audrey Diwan

1963, Francia. Anne è una giovane donna che ama la letteratura di spessore e intende completare gli studi per uscire dalla condizione proletaria della propria famiglia. Mentre gli esami finali si avvicinano scopre di essere incinta in un’epoca in cui si può abortire solo clandestinamente mettendo a repentaglio la propria vita.

Il film meritatamente vincitore del Leone d’Oro è un adattamento dell’ omonimo romanzo di Annie Ernaux che narra un’esperienza autobiografica.  Si potrebbe pensare che si tratti ormai di un riferimento ad un passato remoto ma le recenti leggi in materia promulgate in Texas finiscono col renderlo invece attuale. Diwan ci propone il percorso scandendolo sul versante cronologico in modo da rendere sempre più immersiva l’esperienza per lo spettatore. Perché di esperienza finisce con il trattarsi. Anche se la regia non forza la mano è l’evidenza dei fatti a creare un disagio produttivo di significazione in chi guarda. Perché era (e per alcuni lo è ancora) facile puntare il dito contro chi interrompe una gravidanza ma quando ci si accosta come fa la regia con uno sguardo al contempo partecipe e razionale ai soggetti reali (cioè alle donne) allora se ne possono capire i tormenti così come l’assurdità di lasciare in mano a persone non qualificate la loro sorte. (g.z.)

Leave No Traces  di Jan P. Matuszynski

1983-Polonia. Grzegorz Przemyk frequenta il liceo ed è figlio di una famosa poetessa. Arrestato per una bravata adolescenziale viene picchiato dalla polizia e muore due giorni dopo in ospedale. Un amico che è stato fermato insieme a lui è testimone dell’accaduto. IIl funerale del ragazzo vedrà la partecipazione di un ingente numero di persone. Ciò mette in allarme i vertici del potere che cercano di imporre il silenzio su quanto accaduto inventando false versioni.

Il film di Matuszynski nonostante la sua lunghezza tiene avvinto lo spettatore come accadeva un tempo con i film di Costa Gavras. Perché la ricostruzione minuziosa di quanto accaduto mette in evidenza i meccanismi della macchina del depistaggio con assoluta lucidità. Tra coloro che sono presenti nel film si vede anche padre Jerzy Popiełuszko che a sua volta  finirà con l’essere ucciso perché dissidente. Si tratta  quindi di un film importante che arriva sugli schermi però nel momento sbagliato. Perché è facile immaginare l’uso che ne farà il governo in carica che utilizza metodi di intimidazione molto simili a quelli dell’epoca comunista posizionandosi su un crinale ideologico opposto. Sarà l’occasione per mostrare come erano cattivi quelli che c’erano privi facendo dimenticare che ora non è affatto oro quel che si vorrebbe sovranisticamente far luccicare.(g..z.)

Madres Parelelas  di Pedro Almodovar

Due donne si trovano a condividere la stessa stanza di ospedale prima di partorire. Per entrambe la gravidanza è stata un evento inaspettato, frutto però di due situazioni molto diverse. Se per una, Ana, è l’esito di una violenza, per Janis, donna di mezza età, è data dall’incontro passionale con Arturo che la aiuterà (come archeologo) a trovare quella fossa comune in cui potrebbe essere sepolto il suo bisnonno, vittima dei falangisti durante la guerra civile spagnola. Due donne che, nei brevi momenti che precedono il parto, stabiliscono un legame molto importante e profondo che permetterà loro di imparare l’una dall’altra e ridefinire in crescendo la propria maternità; una maternità a tuttotondo che va a braccetto con quella di una nazione che deve affrontare le proprie imperfezioni e i propri lutti e che è complessa, ricca di ambivalenze e di sfumature e che può modificarsi e migliorarsi. 

Almodovar con questo film riprende uno sguardo femminile a lui caro a cui aggiunge un discorso sull’importanza di ritrovare le proprie origini, prima individuali e poi necessariamente collettive, facendo i conti con una verità storica dolorosa e traumatica per ricongiungersi ai propri cari e ritrovare così la propria identità e dignità. (m.a.v.)

Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour

Una ragazza asiatica ha il potere di controllare gli altri con la mente e in una notte di luna piena (da cui il titolo) evade dal manicomio criminale in cui era stata rinchiusa molti anni prima. Nella sua fuga a New Orleans farà diversi incontri tra cui una spogliarellista e suo figlio che cercheranno di aiutarla. Cammino iniziatico della protagonista che, come il genere richiede, deve comprendere i sentimenti propri e altrui e, all’insegna del “c’è ancora qualcosa di buono da salvare”, se utilizzare o no i propri poteri in senso distruttivo. Film avvincente, fantasy e un po’ splatter che richiama (o meglio vorrebbe evocare) le atmosfere dei film anni Ottanta e Novanta con una colonna sonora tra Heavy Metal e la Techno italiana. Film godibile in cui si intuisce l’intento della regista di esplorare la natura umana aldilà dei ruoli che la società impone: il risultato è un ritmato continuo déjà vu. (m.a.v.)

On the Job; The Missing 8 di Erik Matti

Il sindaco di La Paz Pedring Eusbio è una sorta di padre padrone della città che si sente legittimato ad agire senza limiti in quanto autore di una ripulitura della città dal crimine. Ogni giorno da una radio della capitale viene incensato dal giornalista Sisoy Salas Ad opporglisi è ormai rimasto solo il direttore e proprietario del quotidiano LPN con i suoi collaboratori. Perché il sindaco si avvale di sicari per eliminare gli oppositori e arriva anche a far sparire alcuni giornalisti di LPN.

Erik Matti ha dichiarato che ciò che mostra in questa, che ormai ha la dimensione di una serie, non ha niente a che vedere con l’attuale situazione politica delle Filippine e con il governo di Rodrigo Duterte. In effetti il primo capitolo, che ora verrà agganciato a questi 208 minuti, risale al 2013 cioè a 3 anni prima dell’insediamento dell’attuale presidente. Nonostante i suoi dinieghi  quantio appare sullo schermo assume una dimensione di verosimiglianza che coinvolge lo Stato, l’amministrazione locale, la criminalità, la struttura carceraria e della polizia nonché i media che osannano o cercano di contrastare il malaffare. Al centro troviamo la figura del giornalista Sisoy (interpretato da John Arcilla che ha conquistato la Coppa Volpi) il quale compie un percorso di revisione del proprio operato in un’opera che contiene meno azione di quanto pensabile e che mostra come si possa aspirare a una platea internazionale (visto che è approdata anche a Venezia) pur partendo da una realtà sociopolitica molto definita e localizzata. (g.z.)

Qui rido io di Mario Martone

Eduardo Scarpetta è il capocomico napoletano per eccellenza. Ha una famiglia che oggi definiremmo ‘allargata’ perché ha sposato Rosa De Filippo che aveva un figlio illegittimo, che lui riconosce, e  con la quale mette al mondo due figli. Altri due figli la ha dalla sorellastra di Rosa ma è con la di lei nipote Luisa che ha avuto tre figli di cui tutti ricordano il nome: Titina, Eduardo e Peppino. Rosa è a conoscenza di questo complesso ambito familiare. Scarpetta, così come è esuberante sul piano  delle relazioni lo è anche nella professione. Porterà in scena una parodia de “La figlia di Iorio” di D’Annunzio che il Vate considererà come un plagio portandolo in tribunale.

Toni Servillo aggiunge, grazie a Mario Martone, alla sua già più che rilevante serie di personaggi cesellati con professionalità assoluta, anche quello di Scarpetta. L’attore di oggi si cala alla perfezione nell’attore di ieri offrendogli sguardi, gesti e dettagli che, al contempo, lo descrivono in quel passato ma ce lo trasferiscono nel presente. Senza mai cadere nel vaudeville alla partenopea Martone costruisce non solo la figura di un uomo (e di tre donne) che gestiscono un mènage ante litteram oggi non proprio inusuale ma ci consente di leggere, ovviamente dal suo punto di vista, le psicologie in fieri di tre grandi del teatro (e non solo) italiano. Vedere i tre De Filippo bambini e, in particolare, la frustrazione del piccolo Peppino tenuto sempre in disparte aiuta a comprendere le tensioni che i due fratelli avrebbero poi avuto nel futuro. (g.z.)

Reflection di Valentyn Vasyanovych

Serhiy è un chirurgo di Kiev che si reca come volontario per la guerra nel Donbass. Per un errore viene fatto prigioniero dai russi non viene ucciso perché utile in quanto medico. Deve però assistere a torture e violenze nonché collaborare a portare via i cadaveri di coloro che non sono sopravvissuti all’orrore. Tra loro c’è anche Andrii, il nuovo compagno della moglie.

Vasyanovych è ucraino e non smette di ricordarci che le guerre moderne non sono meno orribili di quelle di un tempo relativamente lontano. Lo fa con un senso di repulsione ma anche di freddezza nei confronti di ciò che mostra quasi a giustificare  il titolo del film. I riflessi sono infatti quelli che possiamo trovare sui vetri che costellano il film a partire da quella battaglia simulata a colpi di vernice tra ragazzi che apre la narrazione. Quei vetri proteggono da quanto avviene al di là (ivi compresa la morte di un piccione che vi sbatte contro). In guerra verranno a cadere e non ci sarà più protezione alcuna. Tutto questo sarebbe efficace e significativo se l’estetizzazione eccessiva delle inquadrature fisse non depotenziasse il tutto trasformando i tempi lunghi in tempi morti. (g.z.)

 Spencer di Pablo Larrain

Nel 1991, durante le vacanze di Natale con la famiglia reale a Sandringham House, nel Norfolk, Diana Spencer evidenzia una sempre maggiore insofferenza verso il marito Carlo, principe del Galles e tutti gli oneri dell’etichetta legati all’essere parte della famiglia reale. L’inizio del film in cui Diana si perde nelle campagne inglesi mentre l’attendono per l’inizio dei festeggiamenti è già indicativo del conflitto identitario in cui si ritrova. Diana interroga lo spaventapasseri con la giacca del padre attorno al quale giocava da bambina, fa appello a tutte le sue forze per cercare di rimanere all’interno di un mondo che non solo non la rappresenta ma la allontana ogni giorno di più dal suo vero sé e nemmeno il legame con i figli e la sua fedele governante riescono più a contenere il suo disagio. Perfetta espressione di ciò è la bulimia, un vuoto interiore che la divora e che tenta di colmare con il cibo, ma che poi rifiuta categoricamente con il vomito.

Bellissima la sequenza in cui la vediamo danzare in una sfilata di abiti e pose che l’hanno resa famosa. Larrain riesce a fare un ritratto poetico e rispettoso di lady D, una figura così famosa e discussa. Il regista stesso ha dichiarato che il film è “la storia di una principessa che ha deciso di non diventare regina, ma ha scelto di costruirsi da sola la propria identità. E’ una favola al contrario”; Larrain riesce a farlo benissimo con una regia che incanta e rende questo personaggio nuovo pur nel suo essere conosciuto e intimo allo stesso tempo. (m.a.v.)

Sundown di Michel Franco

Neil Bennet, la sorella Alice e i figli di lei sono in vacanza ad Acapulco in un resort esclusivo quando un lutto familiare li richiama a Londra. Neil fa i preparativi per la partenza ma quando arriva il momento finge di aver dimenticato il passaporto in albergo e di non poter quindi prendere quel volo. Li raggiungerà non appena trovato il documento. Si fa portare da un taxi in un albergo di bassa qualità e si piazza sulla spiaggia limitrofa ad osservare i locali e i turisti e a bere birre tenute al fresco in un secchio.

Michel Franco fa ruotare praticamente l’intero film su un Tim Roth che si lascia vivere in un contesto sociale  distante anni luce dal suo sia per censo che per cultura seguendone un itinerario di monadismo che solo la relazione con una giovane donna sembra poter scalfire. L’attore è abilissimo nel mettersi a disposizione dei voleri del regista rinunciando al ventaglio di espressioni che gli è proprio e portando avanti un personaggio che si nutre di forza d’inerzia. Il problema è che per giungere al chiarimento e alla motivazione finale di questo atteggiamento la sceneggiatura si avvale a un certo punto di una totale mancanza di credibilità nella scena di svolta. Neil viene rintracciato su una spiaggia anonima  e praticamente fatto allontanare dalla stessa senza che ci sia una spiegazione logica sulle modalità del ritrovamento e sul perché la sua compagna messicana assista alla scena senza fare nulla. (g.z.)

The Card Counter di Paul Schrader

William Tell è un ex militare, che ha scontato una condanna per abusi sui prigionieri in Afganistan durante gli interrogatori. In carcere ha sviluppato la capacità di contare le carte, diventando un giocatore di poker professionista che si guadagna da vivere passando da un casinò all’altro con piccole vincite. La sua vita, dettata da precisi e meticolosi rituali, viene sconvolta dall’incontro con Cirk, un ragazzo che cerca il suo aiuto per uccidere un colonnello militare che considera responsabile della disfatta e della morte del proprio padre. William si offre di partecipare alle World Series of Poker, per vincere abbastanza soldi da aiutare Cirk a non intraprendere una strada segnata dalla violenza, coprire i suoi debiti e riprendere gli studi.

Schrader lavora per contrasti e mostra una mente devastata dai traumi e dai sensi di colpa grazie all’attenzione con cui il protagonista rende asettico il proprio ambiente. La stoffa  con cui ricopre le stanze rende il tutto uniforme, gli stimoli percettivi vengono controllati, il desiderio è che vengano annullati, formando una nuova pagina della propria esistenza ma ciò non è possibile e dunque vengono solo ricoperti, sedati in un unico e tenue lilla. Cosa si cela sotto? Schadrer avrà modo di svelarlo in un lento mutare del protagonista, un Oscar Isaac bravissimo che sembra anche lui ricoperto di una cera che lo rende imperscrutabile e che cerca in ogni modo una possibile redenzione ma per farlo dovrà rientrare in guerra e farsi giustizia, senza però alcun trionfalismo, nell’unica possibile evoluzione di un triste mondo amorale. (m.a.v.)

The Lost daughter di Maggie Gyllenhaal

Una professoressa universitaria, Leda, decide di trascorrere le sue vacanze  in un’isola greca, lontano da tutto e da tutti. In spiaggia la sua attenzione viene catturata in modo ossessivo da una giovane madre con sua figlia. Il loro rapporto evoca in Leda i ricordi della propria maternità e scatena emozioni e sentimenti che credeva sepolti. In poco tempo la realtà serafica della vacanza assumerà toni sempre più inquietanti, un inferno in cui il mondo interno ed esterno andranno ad assimilarsi, popolandosi di presenze violente e sinistre, alla ricerca di giustizia.

Debutto alla regia di Maggie Gyllenhaal, dopo un’importante carriera come attrice, in un film che assume le caratteristiche di un thriller/horror psicologico. La sottrazione di una bambola scatena i demoni della colpa di un’altra sottrazione, quella dal proprio ruolo di madre quando Leda era giovane e ambiziosa.

Basato sul romanzo di Elena Ferrante, La figlia oscura, il film affronta le ambivalenze della maternità, sentita non solo come un dono ma anche come un peso e una limitazione; un tema controverso, socialmente difficile da trattare e accettare. Grazie alla complicità di Olivia Colman, bravissima interprete di un altro personaggio difficile dopo la regina della Favorita, Coppa Volpi a Venezia 2018, c’è in Gyllenhaal la capacità di descrivere la solitudine di una donna e del prezzo che deve pagare per la ricerca di una reale parità con le figure maschili, nel lavoro come in famiglia. Peccato per la ridondanza di alcuni elementi che, nell’intento di rimarcare il loro significato metaforico, appesantiscono la narrazione. (m.a.v.)

The power of the dog  di Jane Campion

Il film, tratto dal romanzo omonimo di Thomas Savage, narra la storia di due fratelli che negli anni ’20 gestiscono il ranch più importante del Montana; Phil attraente, forte, intelligente e crudo mentre George è poco brillante, buono d’animo e goffo. Il loro è un rapporto difficile, in cui George cerca di sfuggire al carattere determinato e accentratore di Phil; le loro dinamiche si fanno più tese quando George nel giro di poco tempo sposa la vedova Rose e il figlio di lei, Peter, raggiunge la madre durante le vacanze estive. Il ragazzo, dopo aver subito numerose umiliazioni da parte di Phil, legherà con lui rivelandone segreti e debolezze e gli esiti saranno inaspettati.

Jane Campion torna a girare film dopo la serieTop of the Lake, aggiudicandosi il Leone d’argento per questo film che, suddiviso in cinque capitoli, sarà poi distribuito da Netflix. La regista dichiara di essere rimasta affascinata dai personaggi di questo romanzo e li descrive minuziosamente grazie all’uso dei campi lunghi e alla fotografia di Ari Wegner, evidenziando in ciascuno la peculiare solitudine all’interno di paesaggi sterminati e desolanti.  La bellezza e la poetica  delle immagini tuttavia dissolve il pathos che cerca di evocare e il film di fatto non decolla. (m.a.v.)

Un autre monde di Stéphane Brizé

Philippe Lemesle è il dirigente della sede francese di una multinazionale. Mentre la sua situazione familiare sta andando in profonda crisi perché la moglie lo accusa di farsi assorbire troppo dal lavoro, si trova a fronteggiare le richieste pressanti di consistenti tagli al personale da parte della casa madre.

Vincent Lindon è ormai diventato l’Yves Montand dei nostri tempi. Come l’interprete di Z.L’orgia del potere, La confessione, L’amerikano , ha scelto di rappresentare l’uomo che si interroga dinanzi ai problemi del proprio tempo senza temere di farsi coinvolgere.. In questo caso incarna il ruolo di chi deve confrontarsi con le leggi assurde di un liberismo ormai senza limiti e, al contempo, fronteggiare la pressione di coloro che ne sono vittime. Brizé continua il proprio percorso di indagine sulle storture sociali con l’efficacia di chi conosce la materia e sa come rendere credibili i personaggi che porta sullo schermo.(g.z.)

Maria Antonietta Vitiello e Giancarlo Zappoli




Blanca – Pilot serie tv

Blanca

Valutazione: 7,5/10

Genere: serie tv Crime

Regista: Jan Maria Michelini, Giacomo Martelli

Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Mario Ruggeri, Luisa Cotta Ramosino, Lea Tafuri

Interpreti: Maria Chiara Giannetta (Blanca Ferrando), Giuseppe Zeno (Michele Liguori) , Enzo Paci (Mauro Bacigalupo), Pierpaolo Spollon (Nanni), Antonio Zavatteri (Alberto Repetto), Gualtiero Burzi (Nello Carità), Federica Cacciola (Stella) Ugo Dighero (Leone Ferrando), Sara Ciocca (Lucia Ottonello)

Produzione: Matilde Bernabei, Luca Bernabei, Fania Petrocchi, Daniele Passani, Jan Maria Michelini, LuxVide Rai Fiction

Durata episodio: 148 m

Origine/Anno: Italia, 2021

Messa in onda: dal 22 novembre 2021 Rai 1

Titoli di testa: Breve sigla funky con titoli molto colorati su sfondo nero che anticipano immediatamente la caratura del personaggio.

Script: la scrittura alterna in modo equilibrato l’indagine del presente con gli elementi del passato di Blanca e sono di rilievo i commenti irriverenti rispetto alla cecità. I personaggi sono ben caratterizzati, alcuni però, come il commissario Bacigalupo risultano quasi delle macchiette. Ogni tanto scivola in alcune soluzioni ingenue e forzate per l’evoluzione della storia.

Ritmo narrativo: risulta sostenuto, con il giusto equilibrio tra l’indagine, i momenti divertenti in cui Blanca immagina alcune situazioni e quelli più emotivi e drammatici .

Location: Genova, città resa quasi irreale dalla saturazione dei colori che la rendono una location da cartolina.

Recitazione: Maria Chiara Giannetta, che si è avvalsa delle indicazioni tecniche di Andrea Bocelli, risulta credibile nei panni di una non vedente. In generale diviene un po’ forzata nei momenti drammatici, funziona meglio quando rimane nelle corde dello stile prevalentemente leggero di cui viene vestita la serie.

Musica: presenza della musica funky che caratterizza il personaggio principale e lo stile della serie; vuole infatti sdrammatizzare alcuni momenti  e rimarca la personalità decisa e a tratti quasi eccentrica della protagonista. Altre musiche sottolineano i momenti più riflessivi e drammatici e quelli  di tensione. Pari importanza viene data dai suoni.

Originalità delle soluzioni narrative/formali: viene fatto uso dell’olofonia, ovvero una tecnica di registrazione del suono a 360 gradi che permette di riprodurlo in modo simile a come viene percepito dall’orecchio umano.

Pilot

Blanca Ferrando, una giovane ragazza non vedente, è al suo primo giorno come stagista al commissariato San Teodoro di Genova. Fin dalle prime inquadrature si coglie il suo spirito: si veste a ritmo di musica funky e si muove con i mezzi pubblici grazie al cane guida, un bulldog americano femmina di nome Linneo. Al commissariato, mentre aspetta di parlare con il proprio capo, il commissario Bacigalupo, Blanca fa conoscenza con una donna, Margherita Canepa, e viene colpita dalla sua agitazione. La donna le dice che i suoi occhi “sono una condanna” poi riceve una telefonata che la fa evidentemente desistere dalla ragione che l’aveva portata al commissariato e se ne va. Blanca, nel tentativo di seguirla, finisce pericolosamente in mezzo al traffico e viene salvata dal suo futuro collega, l’ispettore Michele Liguori. Blanca a causa dello stage in polizia; si è appena trasferita nella casa dove viveva con la sorella e ricorda quando giocavano insieme. Poco più tardi Margherita in fin di vita telefonerà alla polizia e la mattina successiva troveranno il suo cadavere con gli occhi asportati sotto il Ponte Morandi.

Blanca ascolta più volte la telefonata di aiuto di Margherita e, grazie al suo udito sensibilissimo e alla sua esperienza nel décodage dei file audio per il tribunale, ha già colto tutta una serie di elementi e indizi che, tuttavia, non vengono tenuti in giusta considerazione dal capitano. Margherita lavorava allo scarico merci del porto, suo  marito ha dei precedenti per violenza domestica e diviene il primo sospettato. La figlia di Margherita, Lucia, che ha accompagnato il padre al commissariato per essere interrogato, stabilisce da subito un rapporto di fiducia con Blanca che, senza essere autorizzata, si reca poi a casa loro. Lucia le racconta che la madre aveva un’amante e di sapere chi potrebbe averla uccisa. Liguori continua le indagini e scopre che diversi omicidi di donne sono collegati agli sbarchi di una nave nel porto e con Blanca condividono l’ipotesi che possa essere opera di un killer seriale; entrambi, all’insaputa del capitano, si recano al porto, dove Blanca, grazie alle sua capacità di analizzare e localizzare i rumori, scopre il posto esatto in cui Margherita è stata assassinata. Le indagini dei tabulati telefonici portano a sospettare anche del capo di Margherita che, interrogato, dichiara di averla corteggiata senza riuscire a sedurla.

Lui e la moglie rivelano che Margherita era incinta e che il marito ne era a conoscenza, motivo per cui viene arrestato per l’omicidio. Nanni, un cuoco a cui Blanca ha scritto un commento negativo su un suo piatto, va da lei a lamentarsi ma poi rimane molto colpito dalla ragazza.  Lucia supplica Blanca di provare l’ innocenza del padre. Blanca, vista l’indifferenza di Bacigalupo all’ipotesi che l’omicida non sia il marito della vittima, mette a conoscenza delle sue ipotesi lo zio magistrato che dispone l’intercettazione degli uomini della nave su cui probabilmente si cela l’omicida. Lucia a tarda sera va a trovare Blanca che si confida sul proprio passato e sulla perdita della sorella, assassinata come la madre di Lucia inoltre racconta a Blanca che il padre, la notte dell’omicidio, non è mai uscito di casa. Vengono messi i microfoni nella nave e Blanca coordina e monitora le operazioni di intercettazione…

L’uso frequente dello splitscreen, la salutazione dei colori e l’olofonia, ovvero una tecnica di registrazione del suono a 360 gradi che permette di riprodurlo in modo simile a come viene percepito dall’orecchio umano, rendono questa fiction innovativa e originale per il palinsesto della RAI. Il tentativo è quello di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza sensoriale, uditiva e visiva che possa avvicinarlo a quella della protagonista.  In linea con tale scelta stilistica, la location è Genova, una Genova in technicolor, quasi irreale, che si illumina con la pioggia perché la  protagonista “ha imparato a ballare sotto la pioggia” e che fa pensare a come Blanca possa immaginare e ricordare Genova.  La scelta musicale, in primis con la sigla funky, contribuisce in modo determinante a creare uno stile sia della serie che della protagonista, giovane, accattivante, a tratti irriverente. Ciò è ben evidenziato anche dall’uso dei costumi di Blanca,  tecnici, succinti e fluo e dei titoli di testa molto colorati che rivelano ancora una volta i tratti della personalità del personaggio: intelligente, a suo modo solare ed eccentrica. I suoni costituiscono, al pari delle musiche, delle sottolineature importanti sia per la trama che per i rilievi emotivi del personaggio. Il ritmo narrativo risulta sostenuto con dei colpi di scena alternati tra l’inchiesta del presente e quelli relativi al passato di Blanca che rendono lo script dinamico ed equilibrato.

L’altro punto di forza è il tema trattato: una cecità, quella di Blanca, che non permette diventi un limite per realizzare le proprie aspirazioni lavorative nonostante le credenze delle persone come il suo capo che non manca di rimarcare la sua diversità. Blanca conserva la propria autonomia, vive da sola e ha una normale complessità emotiva e sentimentale. Questo permette di far riflettere su alcune credenze riguardo alle persone non vedenti percepite spesso come dipendenti, bisognose e asessuate. I dialoghi e le freddure di Blanca lo evidenziano continuamente con un giusto spirito critico e ironico.

Maria Chiara Giannetta che si è avvalsa delle indicazioni tecniche di Andrea Bocelli risulta credibile nei panni di una non vedente, e in generale funziona bene quando rimane nelle corde dello stile della serie. La recitazione non solo della protagonista risulta, invece, un po’ forzata sopratutto quando è nel registro drammatico, quando cioè si vuole prendere un po’ più sul serio  ed esce dallo stile scanzonato di cui si vuole vestire la fiction. L’uso ingenuo di alcune trovate narrative per far procedere la trama inoltre fa ricadere questa fiction all’interno degli standard Rai mentre gli elementi citati vorrebbero connotarla come un prodotto maggiormente innovativo.

Maria Antonietta Vitiello




Centenario della nascita di Giulietta Masina

Per ricordare il centenario della nascita di Federico Fellini, lo scorso anno il regista è stato ricordato in molte occasioni e sono stati rimessi in circolazione (Covit permettendo, anche nelle sale) molti suoi film. 

Nel 2021 ricorre il centenario della nascita di Giulietta Masina. La ricordiamo pubblicando una nuova scheda del film La strada del quale è interprete indimenticabile.

La strada

Regia: Federico Fellini

Soggetto : Tullio Pinelli, Federico Fellini

Sceneggiatura: Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Federico Fellini

Fotografia: Otello Martelli

Montaggio: Leo Catozzo

Scenografia: Mario Ravasco

Costumi: Margherita Marinari

Musica: Nino Rota

Interpreti: Anthony Quinn (Zampanò), Giulietta Masina (Gelsomina), Richard Basehart (Il Matto), Aldo Silvani (Colombaio, detto signor Giraffa), Marcella Rovena (La vedova), Livia Venturini (La suora), Anna Primula, Mario Passante, Yami Kamadeva, Gustavo Giorgi

Origine: Italia, 1954

Distribuzione:  Cineteca di Bologna

Durata: 115’

C’è una vita che va oltre la vita anche se continua a farne parte. È una vita fatta di incontri, di sentimenti, di sensazioni, di sogni. Di violenza, di follia, di miseria, di sopraffazione e di morte. Per scoprirla occorre fare come ha fatto Federico Fellini. Bisogna mettersi per strada e andare alla scoperta di personaggi come Gelsomina, una donna che ha la fragilità di una bambina, Zampanò, una forza bruta che si consuma a ogni performance e  Il Matto, che ci fa sentire parte di un universo in cui anche un sasso ha un significato.

Nella complessa filmografia di Federico Fellini La Strada (1954) occupa un posto a parte. Mentre nei film che l’hanno preceduto e seguito, la fantasia di Fellini si sbizzarrisce per arricchire l’immagine del mondo che ci circonda, in questo compie un percorso inverso. Punta all’essenziale. Impoverisce l’immagine cinematografica della realtà per conferirle un significato più profondo, universale: Zampanò, Gelsomina e Il Matto sono protagonisti di una storia di emarginati che percorrono la strada di una vita segnata dalla desolazione e dalla morte.

In questo film il trascorrere del tempo è scandito dai chilometri che lo sgangherato motocarro di Zampanò percorre per ripetere, in luoghi diversi, uno spettacolo che scandisce il suo decadimento fisico e morale.

Zampanò o della violenza della vita

La sua storia non ha un inizio e neppure una fine. Incarna un tipo di umanità che uccide se stessa e non muore mai. Per Zampanò in cielo non esistono le stelle e non esistono i sassi che ad altri danno significato alla vita. Per lui non esiste un sentimento di possesso e neppure di appartenenza. La vita si compera perché ha un prezzo. Si fa sesso quando se ne sente il bisogno e si fa ricorso alla violenza per imporre la propria follia a chi si oppone al suo modo di manifestarla.

Nella sequenza conclusiva del film Zampanò, ubriaco, si batte contro tutto e tutti. Quando guarda in alto il cielo è senza stelle. Si addormenta sulla spiaggia, lambito dall’acqua di un mare oscuro. Comunque vadano le cose sarà sempre e comunque uguale a se stesso.

Per uomini come lui il sentimento della vita di Gelsomina non ha alcunn effetto. Lui continuerà a comprare per diecimila lire la vita di una Gelsomina che prenderà il posto di quella che l’ha lasciato e allungherà le mani per rubare gli addobbi in argento di un altare incustodito. Continuerà a uccidere e a sacrificare, senza volerlo, la vita degli altri perché il suo cielo è privo di stelle e la sua vita di speranza.

Gelsomina o dell’innocenza e della fragilità umana

Gelsomina è una donna che ha l’entusiasmo, la disponibilità, la fragilità di una bambina. Il suo percorso di vita è quello di chi non potrà mai disporre di se stessa. Viene venduta senza neppure essere stata consultata.

Per diecimila lire prende il posto di Maria, la sorella morta, nella vita di Zampanò. Uscirà, senza averlo chiesto, dal bozzolo della sua oscura esistenza per sfamare le sorelle e perché nutre la speranza di dispiegare le ali per prendere il volo.

Anche se confusamente crede in quello che fa, sente di appartenere a Zampanò, per il solo fatto che gli è stata venduta e, per questo, può disporre di lei. Suona, canta, balla. Impara a fare da mangiare. Va a letto con lui e si sente offesa dai suoi tradimenti.

Il confuso sentimento di appartenenza, che coltiva dentro di sé, diventa consapevole nell’incontro con il personaggio de Il Matto di cui condivide la logica di vita. Da lui impara che se un sassolino è capace di dare un significato alla vita, allora anche lei può averne in quella di Zampanò.

Anche se minaccia ripetutamente di andarsene e molte sono le opportunità che le vengono offerte per farlo, rimane con lui. Sente di essere il ponte morale della sua vita sino al momento in cui Zampanò, seppure involontariamente, uccide Il Matto e nasconde le tracce del suo omicidio.

“Il Matto sta male!”- Dopo la sua morte continua a ripetere in modo ossessivo. Nel suo lamento c’è l’incapacità di accettare la realtà della morte e di tornare normalmente a vivere. Lentamente si chiude in se stessa e, abbandonata definitivamente da Zampanò, vive nel ricordo di un sentimento di amore che esprime attraverso il suono della sua tromba.

Il Matto o della violenza autodistruttiva dell’arte

Il Matto è il personaggio che più consapevolmente manifesta l’incombente presenza della morte nella propria vita. Nutre il presentimento di dover presto morire. Sfida il proprio destino esibendosi in pericolosi esercizi di equilibrio su una fune sospesa nel vuoto e provocando in modo autolesionistico le violente reazioni di Zampanò. Le sue sono provocazioni verbali. Quelle di Zampanò sono fisiche. La leggerezza delle parole, in questo caso, si scontra con il potere distruttivo della forza fisica.

Se le parole de Il Matto sono in grado di dare un significato al sacrificio di Gelsomina, Zampanò con la sua forza bruta, arriva a disseminare lungo la strada distruzione e morte. Esiste una grande differenza fra i comportamenti e le riflessioni de Il Matto e la brutale coerenza del comportamento di Zampanò. Dalle parole de Il Matto emerge un istinto autodistruttivo, un bisogno contraddittorio di fare del male a se stessi facendolo agli altri. Zampanò è solo capace di fare del male agli altri.

Zampanò, Gelsomina, Il Matto sono frutto di un processo di spoliazione. Esprimono le contraddizioni di chi non ha niente e vive ai margini della società: per il fatto che non conoscono una condizione diversa da quella in cui vivono, loro non possono essere considerati degli emarginati ma rappresentano la stessa essenza della vita.  La loro strada non ha un inizio e non ha una fine. Attraversano territori sconfinati, terre incolte. Loro conoscono la fame e la miseria ma, ciascuno a modo suo, si batte per sopravvivere a se stesso e alla violenza degli altri. Alcuni sono dotati di forza bruta, altri di sentimenti. Altri ancora hanno un’autodistruttiva visione della realtà. Nessuno di loro conosce la felicità. Per loro non c’è speranza.

Una dolorosa e stupefacente allegoria della vita

Interpretato come una struggente allegoria della vita, il film di Fellini rivela tutte le sue straordinarie qualità. Prima fra tutte la capacità di affidare a un mondo fatto di ambienti, personaggi e di cose reali il compito di rappresentare la violenza e le contraddizioni di tutto ciò che conferisce significato alla vita.

In questo film, fatto prevalentemente di primi piani, l’ambientazione conferisce al racconto un andamento depressivo. Si parte da una spiaggia incolta per arrivare a quella senza cielo delle inquadrature finali. La casa del film è il maleodorante e decadente carrozzone di Zampanò che rappresenta fisicamente un mondo che non cambia anche se percorre, senza mai fermarsi, il lungo cammino della vita.

I personaggi di contorno sono segnati dal freddo, dal sole, dal vento e dalla pioggia. Il loro aspetto fisico racconta, senza possibilità di incertezze, la loro condizione di vita,  definisce la loro stanchezza e la grossolanità propria di questa umanità. I bambini sono una presenza fresca e costante di molte scene del film. In loro c’è un sorprendente stupore per la vita. Portano Gelsomina a visitare il bambino deforme, tenuto nascosto dalla vergogna umana, perché lo faccia ridere.

Zampanò, Gelsomina e Il Matto, messi a confronto con quelli che fanno parte di questa umanità marginalizzata dalla vita, appaiono diversi per la funzione che sono chiamati ad esprimere. Loro non hanno radici. Sono artisti, girovaghi. Vivono alla meglio, con i soldi raccolti alla fine di ogni spettacolo. Ciascuno di loro manifesta un modo diverso di stare nella vita. Zampanò è l’incarnazione della forza bruta. È privo di moralità. Gelsomina coltiva un sentimento positivo della vita ma non riesce ad esprimerlo e, meno ancora, a realizzarlo. Il Matto mette a rischio ogni giorno la propria vita. Impegna un duello permanente con la morte. Giustifica l’esistenza di un sasso. Dà una ragione di vita alla coscienza di Gelsomina (“Se non ci stai tu con Zampanò chi ci sta?”), ma si autodistrugge.

Il modo di esprimersi di Zampanò è totalmente fisico. E quando si trova nella necessità di parlare fa ricorso a pugni che diventano mortali. Prende o lascia con la forza quello di cui ha bisogno o, più semplicemente, vuole avere. La scena della vedova che ha avuto due mariti, con la quale si accoppia in cambio degli abiti di chi non c’è più, è un cameo di straordinaria bellezza. C’è la festa, c’è l’abbondanza del cibo, la luce della sera e ci sono i sentimenti di orgoglio di una donna innamorata e la delusione di una moglie tradita espressi da Gelsomina.

Se la voce di Zampanò è sempre grave e, per ottenere quello che vuole, si esprime in modo intimidatorio, quella di Gelsomina è inesistente. Si manifesta attraverso dei suoni, dei gesti ed espressioni del volto. Si apre e si chiude in una lacrima o un sorriso. Le sue parole, ora felici ora evocatrici di morte, diventano manifestazioni di stupore o di paura nei confronti della vita. “Il Matto sta male!”  è il suo angoscioso richiamo alla morte e la dichiarazione della sua incapacità di vivere. Anche lei è un poco “matta”. Ha bisogno di certezze ma non può averne. Se ne va, vuole tornare a casa ma rimane soggiogata dalla violenza che la circonda. Non sarà lei a lasciare il suo compagno e carnefice. Sarà Zampanò ad abbandonarla sul ciglio di una strada innevata.

Il Matto è il personaggio più verboso del film. Lui parla tanto, parla sempre. Sa quello che dice ma è incapace di metterlo in atto. Provoca a parole Zampanò sino a creare contro di lui un mortale sentimento di violenza. Scopre nell’universo un’energia capace di giustificare l’esistenza di un sassolino ma si prende gioco della propria. Restituisce Gelsomina a Zampanò, che sta per uscire dal carcere, creando a questo modo delle involontarie premesse alla sua morte. Il suo modo di vivere è contraddittorio. E’ pervaso da una violenza diversa ma egualmente distruttiva di quella di Zampanò. La sua morte avvia un processo di dissolvimento che porterà il suo carnefice a giacere sulla riva di un mare privo di stelle.

Gelsomina, invece, è un frammento di vita che non riesce a fiorire. A vivere una propria vita. Impara a camminare, a volteggiare come l’anatra, il personaggio della gag il Ciufile inventato da Zampanò. Alla fine dei suoi giorni non fa Quà, Quà! ma ripete ossessivamente Il Matto sta male! Suona con la tromba un motivo che sarà cantato dalla giovane donna che, racconterà a Zampanò di come una ragazza, che suonava una tromba, è morta alcuni anni prima. I sentimenti che Gelsomina ha percepito, ma non è riuscita a realizzare nella vita, le sopravvivono attraverso il motivo di una musica cantata da una voce sconosciuta che stende al sole lenzuola che profumano di pulito.

L’ineluttabile segno del destino

Era destino che questi personaggi, tanto diversi fra loro, si incrociassero lungo una strada prodotta dalla fantasia. Fossero messi insieme, l’un contro l’altro armati,  perchè, senza volerlo, arrivassero a sopraffarsi. A distruggersi. La violenza e l’indifeso istinto della vita, fanno parte della storia di ogni essere umano. In questa allegoria, oltre ai personaggi descritti, ce ne sono altri egualmente significativi. Tutti sono definiti con grande precisione per un’esigenza che non ha niente a che fare con il neorealismo ma fa esclusivamente i conti con la loro funzione rappresentativa. Non è un caso che Fellini, in questo film, si affidi soprattutto a inquadrature ravvicinate, che la macchina da presa si soffermi e le luci rimarchino in modo implacabile la fisionomia dei loro volti.

La scelta degli attori è priva di smagliature, rende il modo di essere di ciascuno una significativa storia di vita. I loro volti, il modo di camminare, di agire, sia nell’insieme ma anche singolarmente, diventa il paesaggio del racconto. Intorno a Zampanò, Gelsomina e Il Matto, personaggi definiti nel loro ruolo di simboli, si muove un coro fatto di volti, di voci che incarnano le facce di una diversa umanità. Oltre alla vedova dei due mariti, c’è la suorina che invita Gelsomina a restare in Convento, c’è la madre che vende la figlia e tenta di giustificare la sua decisione, c’è la prostituta che ruba i soldi a Zampanò e c’è il “capo famiglia” che giudica Zampanò e Il Matto troppo indisciplinati e individualisti per condividere “l’Arte” del circo. E c’è il coro di voci diverse, di mille dialetti, di infinite condizioni di vita che fanno da cornice al cammino su una strada che sembra non avere fine.

Allegoria della vita

Per realizzare questa allegoria della vita Federico Fellini ha dato fondo alle risorse espressive del suo linguaggio. Prima e dopo questo film le sue attitudini creative e il modo di fare cinema saranno diversi.

In questo film ha puntato all’essenziale. Ha caricato di significato ogni dettaglio e il modo di essere e di esprimersi dei suoi personaggi assecondato dalla splendida interpretazione (non recitazione) di Giulietta Masina, Antony Quinn e Richard Basehart.

Fellini si esprime soprattutto per immagini. Il suo linguaggio è il cinema. Per questo quando parla dei suoi film lo fa in modo improprio. Quello che aveva da dire lo ha già detto con le immagini che ha proiettato sullo schermo. Il resto non conta.

Questa consapevolezza è presente nel film e si manifesta nel desiderio di fare a meno di tutto quello che non è essenziale alla rappresentazione. Fellini fa vivere un mondo, che nasce dalla sua fantasia ma fa scaturire dalla realtà, ricorrendo a inquadrature  ravvicinate, perfette nella loro definizione e nel modo di dare corpo al sentimento della vita.

La strada, che viene dal nulla e va verso il nulla, è segnata dalla presenza della morte ma sopravvive a se stessa grazie al motivo suonato maldestramente da una tromba. La voce dello spirito, a quanto pare, appartiene più alla musica che all’immagine cinematografica.

“È arrivato Zampanò!”

La sequenza che introduce alla comprensione del film è quella in cui Zampanò insegna a Gelsomina il mestiere dell’artista. “È arrivato Zampanò!” è l’annuncio che Gelsomina deve imparare a fare ma che non riesce a pronunciare alla maniera di Zampanò. Vorrebbe riuscire a farlo ma ha la grazia e l’abilità di dirlo solo in un modo diverso.  A colpi di verga viene costretta a recitarlo alla maniera di Zampanò, a interpretare la parte dell’anatra colpita dal Ciufile e a fare quà, quà, quà come le richiede il divertimento del pubblico.

Il modo in cui viene caratterizzata la figura di Gelsomina basterebbe per comprendere che Fellini conferisce al suo personaggio significati speciali. Gelsomina è una figura femminile sgraziata. È una donna piccola, priva di forme che connotano il genere donna. Ha grandi occhi e una bocca enorme. Un caschetto di capelli biondi in testa e si muove in modo maldestro. Sembra un anatroccolo ma incarna una promessa di vita che non si realizzerà. E’ una figura creata in opposizione alle immagini ridondanti, ai vuoti a perdere delle figure femminili proposte dal cinema commerciale.

“È arrivato Zampanò!” annuncia per dare inizio allo spettacolo. “Il Matto sta male!” è l’espressione che lo conclude.

In questo film la violenza fisica è univoca e produce distruzione e morte. Quella morale è astratta, contraddittoria, distruttiva degli altri ma anche di sé. La prima appartiene alla vita comune, la seconda alla follia dell’arte.

La Strada non è una favoletta dedicata alla violenza della vita. E’ una spietata e dolorosa rappresentazione della condizione umana e delle contraddizioni che connotano la nostra differente capacità di vivere. Fellini raccoglie le immagini di questo mondo con la sua macchina da presa. Le avvolge in un profondo sentimento di pietà perché riguarda la vita che ciascuno di noi riconosce quando guarda dentro se stesso.

“Tu che amar non sai / Tu che amar non puoi / sei stregata dall’amor

Sono gli occhi tuoi / freddi più che mai / ma che febbre nel tuo cuor

Hai sulle labbra quei baci / che non dai e che non vuoi / nel desiderio che giammai si spegnerà” (M.Gualdieri/Nino Rota)

 

 Stefano Sguinzi

 




Vita da Carlo – Pilot serie tv

Vita da Carlo

Stelle: 7,5

Genere: serie tv comedy

Regista: Carlo Verdone, Arnaldo Catinari

Sceneggiatura: Carlo Verdone, Nicola Guaglione, Roberto Marchionni (Menotti), Pasquale Plastino, Ciro Zecca, Luca Mastrogiovanni

Interpreti: Carlo Verdone (sé stesso), Max Tortora (sé stesso), Anita Caprioli (Annalisa), Monica Guerritore (Sandra), Antonio Bannò (Chicco), Caterina De Angelis (Maddalena), Maria Paiato (Annamaria), Filippo Contri (Giovanni), Andrea Pennacchi (Gustavo Signoretti), Giada Benedetti (Rosa Esposito), Pietro Ragusa (Lucio Nuchi), Stefano Ambrogi (Ovidio Cantalupo), Claudia Potenza (Ivana) e con la partecipazione di Roberto D’Agostino (sé stesso)

Produzione: Aurelio e Luigi De Laurentiis per Filmauro, Prime Video

Durata episodio: 28’

Origine/Anno: Italia, 2021

Messa in onda: dal 5 novembre 2021 su Amazon Prime Video. Prima mondiale

SCRIPT: uno dei maggiori punti di forza risiede nella scrittura, con dialoghi spassosi e personaggi ben caratterizzati.

RITMO NARRATIVO: risulta sostenuto, con il giusto equilibrio tra dialoghi, sketch tragicomici e momenti riflessivi e meditativi.

LOCATIONS: Roma, città divisa tra le meraviglie del centro storico, ammirabile dalle vedute dall’alto, e i disagi causati da anni di cattiva gestione.

RECITAZIONE: esilaranti Stefano Ambrogi e Pietro Ragusa, nei rispettivi ruoli del produttore rude e “terra terra”, e dello sceneggiatore enigmatico e intellettuale. Verdone dà il meglio di sé nei momenti di rabbia e solitudine, e nelle gag in coppia con Max Tortora, ma non convince fino in fondo, risultando un po’ monocorde nei panni del benefattore.

MUSICA: la presenza della musica è marginale, il più delle volte tende a suggerire le emozioni.

ORIGINALITÀ DELLE  SOLUZIONI NARRATIVE/FORMALI: la prima serie autobiografica di Carlo Verdone racconta, con un linguaggio surreale e innovativo, la sua quotidianità tra ansie, sogni e ipocondria.

PILOT – Una grande proposta

Festival di Cannes 2021. Carlo Verdone è in ansia durante la proclamazione del vincitore della Palma d’oro. Vince lui con L’incrocio delle ombre. L’intera sala è unicamente composta da cartonati di Verdone, più quello autentico che si alza per raggiungere il palco, ritirare il premio e fare il discorso. Dopodiché, il presentatore francese comincia a parlare in romanesco, chiedendo un selfie al regista. Verdone riprende i sensi dopo una colonscopia, l’annunciatore in realtà è il medico, che gli chiede un’altra foto perché la prima è venuta male. Niente polipi, solo qualche diverticolo. Sigla. A casa sua, Carlo sta facendo colazione, quando Chicco (Antonio Bannò), il fidanzato della figlia Maddalena (Caterina De Angelis), irrompe in cucina infastidendo il regista e chiedendogli perché voglia fare un film drammatico dove non reciterà. Verdone spiega che non c’è nulla di strano a voler affrontare una nuova avventura. Giunge Maddalena, la quale comincia a discutere con Chicco, che, invece di seguirla a Londra per costruire un futuro insieme, preferisce oziare a casa di Carlo. Al padre che le dice di rifletterci con calma, Maddalena rivendica la propria indipendenza, spiegando che non avrà mai un contratto di ricerca in Italia e non vuole che tutti vengano mantenuti da lui. Squilla il cellulare di Carlo, è la sua manager Rosa (Giada Benedetti), la quale lo informa che il produttore continua a chiamare per saperne di più sul film. Entra in scena lo sceneggiatore Lucio (Pietro Ragusa) che discute con Carlo sul titolo del film, L’incrocio delle ombre, troppo cupo secondo il regista, che vorrebbe lasciare un po’ di speranza nel finale. Lucio spiega che si tratta di un’opera tra Tarkovskij e i fratelli Grimm, piena di contrasti. Al che Verdone chiede allo sceneggiatore come potrebbe reagire lo spettatore che ha amato tutte le sue commedie precedenti; Lucio gli risponde che lui ora è maturato, e aggiunge che con questo film lo porterà a Cannes, Berlino e Toronto; inoltre vuole vedere la sua faccia sulla copertina dei Cahiers du cinéma. Il regista si convince, vuole dimostrare di saper fare anche altro oltre alle commedie. Giunti insieme dal produttore, Verdone comincia a raccontare nei minimi dettagli la storia di due malati psichiatrici che si innamorano e fuggono dal manicomio; l’immagine diventa in bianco e nero, imitando la pellicola rovinata del cinema degli esordi. L’idea è quella di omaggiare Murnau, nel bosco c’è un incrocio e un’ombra che avanza: è un orso che si posa ai piedi della donna, che lo accarezza e lo fa addormentare. L’immagine torna a colori, Verdone continua a spiegare la sua “favola psichedelica”, quando il produttore adirato lo interrompe per coprire di insulti sia lui che lo sceneggiatore; tra le altre cose esclama «270 pagine di descrizioni senza dialoghi. Nun se capisce niente!». Una volta cacciato lo sceneggiatore dalla stanza, il produttore dice a Carlo che rivuole i personaggi.

Verdone è in crisi, coglie Chicco farsi i filtri con le copertine dei suoi copioni. Esausto, va dalla figlia per dirle che la sostiene nella sua scelta di partire per Londra.

Durante una cena di famiglia tira una brutta aria, si comincia a litigare a causa dell’arroganza di Giovanni (Filippo Contri), così Maddalena e la madre Sandra (Monica Guerritore) abbandonano la cena. A tavola rimane solo Carlo.

Passeggiando per i vicoli del centro storico, Max Tortora confida a Carlo di non nutrire più desiderio verso la moglie. L’amico allora gli consiglia  di “farlo strano”, magari organizzando un appuntamento con un’altra coppia. I due giungono in farmacia, dove a servirli c’è la dott.ssa Annalisa (Anita Caprioli). Un signore chiede un selfie a Verdone e una farmacista a Max, scambiandolo per De Sica. Un ragazzo ha un incidente col motorino a causa di una buca. Sentito il rumore, Carlo e Max corrono in strada, dove Verdone comincia un discorso sulla cattiva gestione di Roma. Viene filmato da qualcuno e il video diventa subito virale; così il Presidente della regione Lazio, Gustavo Signoretti (Andrea Pennacchi), chiede un incontro con Verdone, in cui gli propone di candidarsi a sindaco di Roma. Nel terrazzo condominiale, la colf Annamaria (Maria Paiato) confida a una collega dell’incontro tra Verdone e Signoretti.

Rimasto solo, Carlo è in crisi. Max propone alla moglie Ivana (Claudia Potenza) di fare un’esperienza con un’altra coppia, come risposta riceve uno schiaffo. La collega di Annamaria fa le pulizie a casa di Roberto D’Agostino, così gli spiffera dell’incontro tra Signoretti e Verdone. D’Agostino telefona alla redazione e improvvisa una breve. Per strada, Carlo incontra vari cittadini che tifano per lui, poi viene assalito dai giornalisti, finché non arriva Max in Smart che lo salva dalla situazione. Verdone si reca dal produttore per comunicargli che non può fare il film, poiché sta riflettendo se candidarsi a sindaco di Roma.

Recensione

Giunto all’età di 70 anni, Verdone vorrebbe mettersi dietro la macchina da presa e realizzare un film più intimista e autoriale. Ma sembra avere solo due opzioni davanti a sé: continuare a ripetersi con l’ennesima commedia sui personaggi, come Furio, Ivano e Leo (tutti lo considerano più attore che regista, tant’è che Chicco gli dice «però se non ce stai te Ca’, er film è monco») o accettare la proposta di candidarsi a sindaco di Roma. Proprio la capitale d’Italia rappresenta il correlativo oggettivo di Verdone. Vita da Carlo mette in luce le contraddizioni di una città divisa tra i continui problemi di cattiva gestione, quali buche, immondizia, lungaggini burocratiche e le bellezze del centro storico. Una città meravigliosa, ma invivibile. Come Roma non può esprimere appieno la propria meraviglia, venendo lentamente logorata dalla “mancanza di educazione civica”, Verdone non può realizzare il suo film d’autore, perché dall’altra parte non c’è la giusta sensibilità artistica per accoglierlo.

L’articolo di Dagospia è una critica a quest’Italia, dove la comicità la fa da padrone in ogni aspetto della vita. Tanto che non c’è più spazio per nient’altro che non sia leggero: dalla tv al cinema, dai social alla politica. Com’è facilmente intuibile, tale frivolezza mette in crisi ogni settore: come in politica non c’è più autorevolezza e serietà, così nei cinema è impossibile trovare un film “alla Murnau” o “alla Tarkovskij”, che rifletta sui dilemmi dell’essere umano e sul rapporto con la natura. Secondo il produttore Ovidio (Stefano Ambrogi, probabile caricatura di Aurelio De Laurentiis), solo “chi si vuole suicidare” andrebbe al cinema per vedere un film riflessivo e con pochi dialoghi. Allora Verdone la butta sul comico, che è poi un tragicomico. Proprio la sequenza con il produttore è tra le vette più alte del pilot, tanto spassosa quanto amara. L’utilizzo del grandangolo e le inquadrature dal basso sull’intimante energumeno producono un effetto grottesco, rafforzato dalla recitazione sopra le righe di Stefano Ambrogi.

È così che Vita da Carlo è in continuo bilico tra realtà e immaginario, tra gioia e dolore, fin dalle prime sequenze: il sogno di vincere la Palma d’oro e lo spiacevole risveglio post-colonscopia. Se è vero che l’opportunità di candidarsi a sindaco della capitale gli permetterebbe di migliorare la sua tanto amata Roma, è vero pure che lo costringerebbe a mettere da parte la carriera di una vita come cineasta a tutto tondo: non solo attore, ma sceneggiatore e regista.

Il pilot presenta un’estetica che strizza l’occhio alla serialità americana, a partire dalla fotografia Teal and Orange, che caratterizza soprattutto gli interni. La sigla è dinamica: come un burattino nel suo appartamento, la macchina da presa gira vorticosamente intorno a Verdone, per poi fermarsi alle sue spalle; tutto attorno volano lettere colorate e luminescenti che vanno a comporre il titolo in caratteri bianchi.

Come ogni commedia che si rispetti non mancano gli equivoci, di cui è vittima soprattutto Max Tortora, scambiato per il “signor De Sica”. Episodio tanto divertente quanto vero, ha raccontato l’attore alla Festa del Cinema di Roma, dove la serie è stata presentata in anteprima. In linea generale, buona parte di ciò che viene raccontato è autobiografico, come la “grande proposta”, la quale però, rivela Verdone, è stata declinata nell’arco di mezz’ora.

 

Martina Cancellieri




Le due facce della legge – Pilot serie tv

Titolo orignale: Face à face

Valutazione: 7

Creatore della serie: Anne-Charlotte Kassab, Nassim Bem Allai, Yann Le Gal

Genere: crime/thriller

Regia: Julien Zidi

Sceneggiatori: Anne-Charlotte Kassab, Nassim Bem Allai, Yann Le Gal

Interpreti: Clare Borotra (Justine Rameau), Constance Gay (Vanessa Tancelin), Pascal Demolon (Alain Rameau), Marc Ruchmann (Grégory Marchois), Philypa Phoenix, Alain Doutey, Agnès Soral, Éric Savin

Produzione: Sébastien Charbit, Sidonie Cohen de Lara, Krystel Bazek

Network: Giallo Tv

durata episodio: 52 minuti

origine: Francia

Anno: 2021

Uscita: prima italiana 4 novembre 2021

Titoli di testa: Breve sigla su canzone in inglese con raccolta di foto delle due protagoniste da bambine poi si passa a titoli già sull’azione.

Script: Una sceneggiatura che si muove agilmente tra elementi privati (con ben due colpi di scena) e detection risolta nell’episodio

Ritmo narrativo: Passaggi rapidi

Locations: Strasburgo fa da sfondo alla serie senza però esserre dominante se non come riferimento alla protagonista poliziotta che viene da Parigi.

Recitazione: le due protagoniste 8con il classico stereotipo mora bionda si confrontano con qualità e lo stesso vale per i comprimari

Musica: poco significativa

Originalità delle soluzioni narrative/formali: nulla di particolarmente innovativo

Pilot

Un uomo in un ufficio cerca di sbarazzarsi di un cadavere e lo getta da una finestra in un cortile, non prima però di essersi  accidentalmente macchiato di sangue la camicia.

Vanessa Tancelin, comandante di polizia appena arrivata in servizio a Strasburgo da Parigi, scende dalla moto di un uomo con cui ha trascorso una notte molto soddisfacente ma che non vuole replicare, afferma, per conservarne il ricordo. Viene accompagnata da un collega, il capitano Kiefer, nel luogo in cui è stato ritrovato il cadavere e lì si accorge di una persona che si aggira tenendo chiusa la giacca sul petto. Lo raggiunge mentre cerca di scappare. Nell’atrio dell’edificio dove si trova l’ufficio Vanessa incontra il giudice istruttore Justine Rameau che sta parlando con il proprietario della società di cui il defunto era dipendente. Viene ricostruito l’accaduto. Augé,il revisore contabile fermato, si autoaccusa di averle ucciso Martin Keller,  con una statuetta che dice di aver gettato nella spazzatura dove però non è stata rinvenuta. L’uomo è mancino come l’assassino ma, a causa di un incidente, non può aver avuto la forza necessaria per uccidere. Ci si convince che si sia autoaccusato per coprire qualcuno.
Vanessa si reca in ospedale a trovare il padre, che è stato un giudice ed ora è in condizioni abbastanza serie. Lo invita a dire a Justine, con la quale si è trovata in sintonia, la verità: sono sorellastre in quanto lei è frutto di una relazione extraconiugale dell’uomo che lui non ha mai rivelato. Vanessa non riesce ad allontanarsi in tempo dalla stanza prima che sopraggiunga Justine. La rivelazione, con conseguente alterco, avviene davanti agli occhi del padre che ha un attacco cardiaco e muore.

Mentre è triste e sola in un bar la raggiunge Kiefer che le dice che la moglie di Keller aveva pagato la caparra per un appartamento per poi annullarla due giorni dopo. Intanto Justine torna a casa senza dire nulla dell’esistenza di una sorella a marito e figlia. Il capo di Vanessa è Alain Rameau, marito di Justine, a cui è stato chiesto dalla moglie di rispedire Vanessa a Parigi. Lei ora gli rivela ciò che la consorte non gli ha detto. Immediatamente prima l’aveva messa a conoscenza del fatto che Justine aveva deciso di scarcerare l’autoaccusato. Justine viene convocata dal notaio di fiducia del padre il quale, oltre a rivelarle ciò che lei già conosce, le dice che Vanessa era stata riconosciuta dal padre ed ha diritto a metà dell’eredità, ivi compresa la casa in cui lei vive.

Vanessa interroga Isabelle,  la moglie di Keller, la quale finisce con l’ammettere di aver voluto lasciare il marito che la picchiava. Decide di tenerla in custodia, anche se ciò è al limite della procedura, perché è convinta che sappia di più di quel che ha detto. Approfittando di una temporanea assenza del collega gli cancella un file dal computer. Mentre lei pedina lo scarcerato si scopre che il file è stato cancellato e Justine vuole sapere chi è stato minacciando Kiefer di sospensione dal servizio. Vanessa ha visto Augé recarsi presso un’abitazione e scopre che la persona che cercava, non trovandola, era Julienne Duverne, la socia proprietaria dell’azienda.

Convocata da Alain su richiesta di Justine, Vanessa ammette di aver cancellato il file che conteneva l’alibi di Isabelle per poterla trattenere in stato di custodia. Justine interroga Julienne che inizialmente dice di non conoscere Augé ma poi, in sua presenza, emerge che è la figlia di Augé ed Isabelle di cui lui non era a conoscenza fino a poco tempo prima. Julienne dichiara che la sera del delitto, totalmente ubriaca dopo aver bevuto molto insieme al suo socio e proprietario dell’azienda Nicolas Govin, ha ucciso il suo patrigno. Intanto emerge che Kiefer e Vanessa hanno passato la notte insieme.  Justine intanto procede con il funerale e la cremazione del padre, verso il quale ora prova un certo rancore, senza avvisare Vanessa. La quale intanto capisce che l’assassina non può essere stata Julienne perché non è mancina.

Vanessa soffre per non aver potuto partecipare alle esequie e per reazione si presenta a casa di Justine e Alain occupando la stanza degli ospiti, visto che metà della proprietà è sua. Si presenta anche alla nipote che è sorda. Dal rapporto di laboratorio sul DNA della statuetta che è stata ritrovata emerge che chi la maneggiava soffre di un disturbo progressivo che incide anche sulla vista. Si cerca la cartella clinica di Govin che corrisponde ma l’uomo si rifiuta, nonostante possa incorrere in un anno di detenzione e in 15.000 euro di multa, di sottoporsi all’esame del DNA. Scoperta una sua allergia Vanessa lo aggredisce col volto coperto soffocandolo per pochi istanti con un sacchetto che contiene ciò a cui è allergico. La prova del DNA ora c’è e lo incastra. Ha ucciso e poi, approfittando della sua ubriachezza, ha cercato di incolpare Julienne che il padre ha cercato di scagionare autoaccusandosi. Ora Vanessa è in casa e ascolta una telefonata di Alain alla sua amante. L’uomo se ne accorge e la guarda prima che Justine rientri.

Siamo di fronte a una serie francese che è stata indicata come una sorta di plagio della precedente Il giudice e il commissario datata 2006 ed andata in onda da noi su Rete 4. In effetti anche qui abbiamo un procuratore e una capitano entrambe donne come in quel caso. Caratteri diversi, modo di porsi dinanzi ai casi molto differente in entrambe le serie. Dove sta allora la differenza? Risiede nel fatto che in questo caso non ci si limita ad un intreccio da serie serializzata in cui ad ogni episodio in cui si auto conclude un caso si associa un running plot molto particolare. Perché, come nei feuilleton di venerata memoria, il legame tra le due protagoniste non è solo di carattere professionale, per quanto oppositivo, ma è un legame di sangue. L’esistenza mai rivelata di una  figlia a cui si è dato riconoscimento con tutte le conseguenze legali del caso fa sì che il plot si carichi di questa relazione da sempre nota all’una (la poliziotta) e del tutto ignota all’altra (il giudice istruttore). È questo l’elemento di originalità che può attrarre chi guarda in quanto aggettante più alla soap che alla serialità crime. Nel pilot poi si gioca anche alla specularità perché chi si autoaccusa dell’omicidio è a sua volta padre di una figlia illegittima e , in questo caso, non riconosciuta dalla quale ricevere solo freddezza.  Ciò che può lasciare perplessi, ma anche curiosi sulla possibilità di sviluppo della materia, è il cliffangher di fine puntata con la scoperta, da parte di Vanessa, di una relazione extra coniugale del marito di Justine. Costui, con  una certa audacia nello script, è anche il diretto superiore, in quanto commissario, della neo cognata Vanessa. Siamo quindi di fronte alla possibilità di sviluppare un doppio intreccio di possibili tensioni (tra sorelle e tra cognati). Senza dimenticare che si è accennato anche ad una notte di sesso tra Vanessa e il collega il quale le ha dichiarato che lei non è il suo tipo, lasciando intendere il contrario. In definitiva siamo dinanzi ad un pilot “comme il se doit” direbbero i francesi: senza tutte le premesse ivi inserite ci si ritroverebbe senza bussola narrativa.

Giancarlo Zappoli




Monsters – Taranto Horror Film Festival, IV edizione

Torna dal 28 al 31 ottobre 2021 MONSTERS – Taranto Horror Film Festival, l’appuntamento pugliese con il brivido, nella quarta edizione nuovamente in presenza e nella ritrovata collocazione a ridosso di Halloween.

L’edizione 2021 è dedicata a Michele De Angelis, amico del festival: personalità poliedrica, regista, sceneggiatore, produttore, distributore, archivista, restauratore, documentarista, animatore culturale, editore home video con le etichette Alan Young Pictures, NoShame, Shockproof e organizzatore di festival. Dal 2019 aveva assunto la co-direzione del Fantafestival insieme a Simone Starace.

Quest’anno il festival si presenta nel segno della Creatura di Frankenstein, cui sarà dedicato un focus specifico e proseguirà il percorso sugli Altri Sguardi iniziato nel 2020 e orientato a esplorare i modi con cui l’horror racconta le trasformazioni della società, concentrandosi stavolta su horror e tematiche LGBTQ. Previste anteprime, omaggi alla grande tradizione del cinema di genere, classici ritrovati sul grande schermo e proiezioni speciali per una full immersion a cavallo di epoche e filoni, dalle origini al presente. 5 le sezioni del programma: F for Frankenstein, Transhorror, Nuove Tendenze, Notte Joe D’Amato, Eventi Speciali.

Il festival è organizzato dall’associazione di cultura cinematografica Brigadoon – Altre storie del cinema, con il contributo del Centro Studi Cinematografici finanziato dal MIC Ministero della Cultura, con la partecipazione del Comune di Taranto, Apulia Film Commission e Regione Puglia. La direzione artistica è di Davide Di Giorgio.

Qui il programma completo: https://monsterstarantohorror.com/monsters-4-2021/programma

Immagine del manifesto: Annalisa Manfredi




n. 148/149 luglio-ottobre 2021

Richiedi il numero