All of a Sudden
CANNES 79
CONCORSO
All of a Sudden, di Ryūsuke Hamaguchi

Con Ryūsuke Hamaguchi il cinema contemporaneo ha trovato uno degli autori più sensibili e rigorosi degli ultimi anni; realizzando opere come Drive My Car (2021) e Il male non esiste (2023), il regista giapponese ha consolidato uno stile fatto di lunghi dialoghi, eloquenti silenzi e relazioni umane osservate con estrema delicatezza. I suoi personaggi sembrano sempre sospesi tra desiderio e perdita, incapaci di comunicare davvero fino al momento in cui il dolore li costringe ad aprirsi. Anche in All of a Sudden Hamaguchi continua questa ricerca emotiva, ma in una dimensione più internazionale, tra Parigi e Kyoto, senza però perdere la profondità intimista che caratterizza il suo cinema, che si muove spesso dentro spazi quotidiani – automobili, appartamenti, sale prove – trasformandoli in luoghi di confessione emotiva. Una scelta stilistica affascinante, che gli permette di scavare in profondità nelle emozioni, ma che talvolta rischia anche di appesantire la narrazione.
All of a Sudden racconta l’incontro tra Mari, una regista teatrale giapponese malata terminale, e Marie-Lou, direttrice di una casa di riposo parigina. Le due donne, lontanissime per cultura ed esperienza, entrano subito in sintonia e costruiscono un legame fatto di conversazioni, confessioni e piccoli gesti quotidiani. Riprendendole durante le loro lunghe passeggiate e la condivisione dei rispettivi ricordi, Hamaguchi costruisce un racconto sulla memoria, sul dolore e sul bisogno umano di lasciare una traccia prima della fine, riflettendo sulla necessità di essere ascoltati e compresi, e trasformando una storia privata in una meditazione universale sulla fragilità e sull’empatia.
La storia procede in modo volutamente lento, quasi contemplativo, e si apre progressivamente ad altri temi: il rapporto tra Oriente e Occidente, il senso dell’arte, la vecchiaia, la malattia, la maternità mancata, la solitudine urbana e persino il rapporto tra teatro e realtà. È proprio qui che il film mostra la sua ambizione più grande ma anche il suo principale limite: Hamaguchi vuole parlare di tutto, stratificando continuamente il racconto con nuove riflessioni e sottotrame. Alcuni passaggi risultano straordinariamente intensi, soprattutto quando il film si concentra sull’intimità delle due protagoniste, ma nel complesso la sensazione è che il materiale narrativo sia eccessivo rispetto alla struttura del film. La durata finisce inevitabilmente per penalizzare un poco il risultato finale: le oltre tre ore di visione contengono qualche ripetizione che avrebbe potuto essere “asciugata” senza compromettere la profondità del racconto
Nonostante questo, All of a Sudden rimane un’opera sincera e raffinata, capace di emozionare e di confermare Hamaguchi come uno degli autori più interessanti del cinema contemporaneo, anche quando la sua ambizione supera il necessario equilibrio narrativo.
Francesca Savino