La presentazione dell’edizione 2020 del Trieste Film festival firmata dai direttori artistici Fabrizio Grosoli e Nicoletta Romeo sui conclude così: “Trieste, città dai tanti volti e dai tanti confini. Già nel 1857 Karl Marx, che viveva scrivendo anche articoli di critica economica per varie testate, tra cui il “New York Daily Tribune”, fu capace di cogliere una caratteristica unica di questa città: non avere un proprio passato – in un azzardato parallelismo niente di meno che con il  meltin’ pot di New York – e cioè essere libera da vincoli, non piegata alle tradizioni e aver potuto progettare da zero il proprio futuro e il proprio ruolo nello scenario internazionale. Quello che ci auguriamo è che Trieste e con essa il TSFF, riesca a reinventarsi sempre, mantenendo la sua modernità, guardando all’Europa, a quella Nuova Europa che è terreno fertile anche di un cinema d’autore originale, vitale e innovativo, e di cui siamo orgogliosamente vetrina, laboratorio, culla e fucina permanente”.

Chi partecipa al Festival anche solo per un breve periodo verifica che è veramente così. Non solo viene offerto un ampio ventaglio di proposte ma si ‘sente’ che ognuna ha una propria motivazione e che il livello qualitativo è molto elevato. Si tratta di una qualità che offre la sua prima proposta già nella cura con cui viene scelta l’immagine che rappresenta l’edizione sul materiale a stampa che quest’anno era accompagnata da una varietà di cortometraggi d’apertura delle proiezioni che fondeva  le generazioni nel nuoto sincronizzato con levità ed allegria.

Chi volesse scorrere il programma può trovarlo  qui: http://www.triestefilmfestival.it/programma-23-01-2020/

L’edizione si è aperta con un’anteprima di grande valore. Si tratta di A  Hidden Life il film con cui Terrence Malick torna, finalmente, a narrare una storia. Dopo The Tree of Life il regista sembrava essersi perso in un tunnel visionario/fideista in cui più che film realizzava dei sermoni sui significati ultimi dell’esistenza, accompagnati spesso da immagini agiografico-criptiche. Qui racconta la storia di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco che si rifiutò di giurare fedeltà ad Hitler subendo per questo una persecuzione che lo portò alla morte e per il quale  è in corso in Vaticano una causa di beatificazione. Malick , dando ampio spazio al contesto naturale dei monti in cui il protagonista viveva con la famiglia, torna a raccontare da par suo il rapporto dell’uomo con la guerra e con i dilemmi morali che essa suscita. Forse ostacolato dalla lunghezza (quasi 3 ore) che non ne favorirà la fruizione nelle sale, il film ricolloca il suo autore in un ambito di scrittura per immagini che sembrava avesse smarrito.

Dei film del Concorso, visti nel corso dei tre giorni di presenza al Festival, due in particolare meritano una segnalazione. Nech Je Svetlo (Sia fatta luce) proveniente dalla Slovacchia, affronta con un grande controllo dei mezzi espressivi la complessa situazione sociale che si vive in un’area di quel Paese legandola ad un rapporto tra padre e figlio. Milan, muratore in Germania, tornato a casa per trascorrere le festività natalizie in famiglia, scopre che il figlio maggiore è entrato a far parte di un gruppo giovanile paramilitare che si dedica ad azioni di bullismo violento che hanno provocato il suicidio di un coetaneo. Il padre vuole comprendere a fondo cosa stia accadendo e si scontrerà con connivenze inattese. Il giovane regista Marko Škop ha preso spunto dalla realtà per scrivere e dirigere un film che si sviluppa su più piani (da quello delle dinamiche all’interno della famiglia a quello sociale) offrendo allo spettatore più di un’occasione di riflessione senza pretendere, anche nel finale, di dare risposte definitive.

Monstri, film rumeno diretto da Marius Otteanu riesce, con grande efficacia espositiva, a coinvolgere lo spettatore in un complesso rapporto di coppia in cui entrambi i partner hanno dei ‘mostri’ interiori di cui l’altro è in parte consapevole. Lasciando al centro di  tutta la fase iniziale la protagonista femminile per poi passare al suo compagno, offre a chi osserva un ampio spettro di emozioni e di sentimenti interiori che si esprimono in maniera tormentata per confluire poi in un incontro i cui esiti non sono scontati.

Se il russo Odnaźdy V Trubcevske (C’era una volta a  Trubćevsk proveniente da Cannes, dopo un inizio che lascia ben sperare  finisce con il chiudersi con modalità abbastanza deja vu, ciò che invece colpisce agli occhi e al cuore non solo il cinefilo ma  qualsiasi spettatore del cinema è il documentario L’ultimo uomo che dipinse il cinema, prodotto da Sky Arte e diretto da Walter Bencini.

Inserito nella sezione “Art & Sound” ha saldamente a fuoco la figura e l’opera di Renato Casaro che è uno dei più importanti illustratori viventi, internazionalmente riconosciuto ed apprezzato. È grazie alla sua capacità di cogliere al centro il senso di un’opera cinematografica che Casaro ha saputo promuovere capolavori di grandi maestri del cinema così come anche opere minori e di genere. Bencini ce ne mostra l’attività e ci fa comprendere, grazie ad interviste con chi ha lavorato con lui o si è avvalso del suo contributo artistico,  quanto Casaro meriti gli apprezzamenti ottenuti.

Natalia Rampini